Cecco Beppe [1]

1961_000013 Revisione del 3 nov 21018 – Dal 1866, questa terra fa parte, volente o nolente, della Repubblica Italiana. Nella mia infanzia, avevo sempre sentito parlare di quanto si stesse bene sotto Cecco Beppe (l’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria, 1830 – 1916, Francesc Josif I in friulano) ma credevo che fossero le solite chiacchiere: a Venezia, sin dalla prima elementare (1949) mi avevano inculcato il Tricolore e così via.

Fui obbligato, dall’evidenza dei ragionamenti, a cambiare idea. Ragionamenti non malevoli, bensì pacati e circostanziati. Le cosiddette libertà civili che ci vengono inculcate oggi, per il popolo di allora e di oggi, restavano e restano velleità demagogiche e propagandistiche.

Le libertà civili debbono essere successive all’istruzione, al lavoro e  all’alimentazione primaria: non possono essere propagandate come succedaneo. Sicuramente, l’avvento dei Savoia nel 1866 non è stato preso bene dalla popolazione: l’effetto più immediato, negli anni immediatamente successivi (1870), fu quello di una emigrazione massiccia; il Veneto, unico tra le regioni settentrionali, dovette rassegnarsi a veder partire i suoi figli: ma prima, no!  Scrivo di questo perché anche di questo parlavano gli adulti nei filò, nelle lunghe notti invernali. La manipolazione delle elezioni del 1866 può essere stata sottaciuta dalle autorità italiane ma non lo fu certamente nelle comunità venete e nei filò, dove il passaggio dall’Impero Austro-Ungarico all’Italia fu vissuto come un tradimento, un abuso perpetrato alle spalle dei veneti con la complicità dei francesi: il Veneto era diventato una colonia.

Oltre al disastro economico arrecatoci dall’Italia, un errore enorme fu l’obbligatorietà di quattro classi elementari, contro le cinque precedenti che erano obbligatorie sotto Cecco Beppe: non si può avere idea di quanto sia nuociuto questo alla causa italiana e chi decise in questo senso non era, neanche nel suo stesso interesse, capace di intendere. Quando non si è capaci di intendere non si è nemmeno capaci di volere.

Un’Italia matrigna, insomma: mentre dall’Impero Austro – Ungarico non ci si aspettava niente, perché per l’appunto noi eravamo degli stranieri, quell’istruzione, quell’ordine contadino e quella sanità ricevute erano tutte ben oltre le attese delle popolazioni e quindi gratificanti. Fu con rabbia che si dovette poi confrontare la situazione precedente con l’impostazione italiana. La gente lo aveva intuito e solo con manovre poco chiare il plebiscito risultò come risultò. Ma altri hanno scritto su quest’ultimo argomento e non è qui il caso di ripetersi.

Nella mia infanzia (parlo del 1949, quando avevo sei anni), non c’era sera dove non si parlasse di Cecco Beppe: non c’era sera. Il discorso nasceva immancabilmente dall’emigrazione: gente partita dal 1870 in poi, principalmente verso l’Argentina, alcuni dei quali (pochi) fecero fortune enormi e ritornarono, comperando terreni e terreni, a migliaia di ettari. Ovviamente, non si parlava di chi non era ritornato. E coloro, che parlavano attorno ai filò, erano i mezzadri e i braccianti di questi emigrati, tornati con successo. Da qui a parlare delle ragioni dell’immigrazione e dell’Italia matrigna il passo era quasi naturale. Nonostante questo, la vacca da latte veneta ha saputo, oltre che buttare il latte all’Italia, creare il miracolo del Nord – Est. 

Concludiamo questo blog con una delle tante frasi del filò, fatta nella valle del Piave ,dalle sue genti: “Il Piave mormorò: non passa lo straniero… ma chi era il vero straniero?”

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