Il porcello di Sant’Antonio [2]

maiale

L’arciprete possedeva non poche terre in paese. Non mi è mai stato chiaro se le terre fossero sue o della parrocchia. Le terre erano date, seguendo i contratti agricoli, o a mezzadria o in affitto, oppure ancora vi erano dei lavoranti a giornata, come rinforzo ai mezzadri o come opera diretta sulle terre non altrimenti lavorate.

La terra del prete era di solito parecchia, tanta. Il Veneto, a differenza delle altre zone d’Italia dove le proprietà ecclesiastiche si erano assottigliate con l’arrivo della Repubblica, il Veneto, dicevamo, aveva preservato per la Chiesa dei privilegi non indifferenti: si parlava ancora recentemente delle famigerate ‘decime’ che la Chiesa una volta esigeva dai contadini. Dalla notte dei tempi la Chiesa ha sempre terrorizzato i contadini con gli spauracchi dell’Inferno e del Purgatorio, quest’ultimo inventato apposta nel 1150 da Eugenio III (beato), al secolo Bernardo dei Paganelli, originario di Montemagno (Repubblica di Pisa), sepolto nella Basilica di San Giovanni in Laterano e 167° papa.

Solo chi pagava i tributi dovuti a Santa Madre Chiesa avrebbe salvato l’anima. La Chiesa ha sempre condannato chi era propenso al dio denaro, predicando… ma ha sempre razzolato male. Si tratta di vecchie e avide abitudini che nel secolo XX (1900-2000) ancora non avevano abbandonato le menti dei popolani. Tanto per dare un’idea della profondità del fenomeno, citiamo il caso inglese prima che Enrico VIII si appropriasse di tutto: nel 1530 esistevano in Inghilterra circa 825 monasteri, con circa 9300 tra frati e monache (C.M.Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, Il Mulino). Il reddito di tali terre era due volte il reddito della Corona Inglese. Dopo dieci anni, non restava alla Chiesa più nulla e il reddito di Enrico VIII triplicò. Se questo succedeva in Inghilterra, figuriamoci in Italia. In alcune parti del territorio fiorentino, nel 1500, la Chiesa e le opere pie connesse erano proprietarie per una superfice pari ad un 30% circa. Dopo un secolo, le proprietà della Chiesa si ridussero circa della metà ma non in quel di Venezia, dove la Serenissima preferì mantenere i buoni rapporti con la Chiesa Romana e così pure fu nel Ravennate, quando, ancora nel 1731, la Chiesa aveva al catasto la bellezza del 36% delle terre. I conferimenti continui avvenivano soprattutto in articulo mortis (in occasione della morte di qualcuno), molte volte per timore dell’al di là.  Non è detto che tutti questi lasciti, in punto di morte, fossero spontanei. Il prete era autorizzato a raccogliere, spesso e volentieri, le ultime volontà: e se il morituro non aveva parenti… chi lo sa?

Le tradizioni sono dure a morire e, come diceva il mio professore di economia, tutti usano la partita doppia, con Dare ed Avere, tranne la Chiesa che usa ancora oggi la partita zoppa, con l’unica colonna intestata all’Avere. Un adagio popolare dice che il prete suggeriva che “A morir e pagar se fa sempre ora”, che non necessita di traduzione nell’italico idioma.

Nonostante questi mezzi, l’arciprete (= parroco titolare di una parrocchia) forte di un’avita tradizione, non pagava quasi niente al suo assistente cappellano (= sacerdote cui è affidata l’ufficiatura di un oratorio o di una cappella, senza cura d’anime – Devoto Oli), vuoi perché così esigeva Santa Madre Chiesa, vuoi perché la partita zoppa si applicava sempre o quasi. E fu così che i popolani dovettero pensare anche al mantenimento del cappellano. Una famiglia all’anno a turno consegnava (sicuramente sino a vent’anni fa) un porcellino alla comunità. Essendo la gestazione della scrofa pari a 3 mesi, 3 settimane e 3 giorni, la data delle nascite non è precisamente individuabile e non sembra potersi riferire alla ricorrenza di Sant’Antonio da Padova (giugno) né a quella di Sant’Antonio Abate (gennaio) ma sembra piuttosto riferirsi a Sant’Antonio Abate in quanto protettore dei maiali e sempre raffigurato con un maialino.

Proseguiamo con la nostra storia che si evolve nel seguente modo: il porcellino, con un campanellino al collo (ma non sempre) rimaneva due o tre giorni nel cortile di una famiglia di contadini e dopo, accompagnato da bambini festanti, veniva trasferito nella casa viciniore (se pensavano di avere i mezzi per sfamarlo, ché non tutti lo potevano fare) e così via, sino a quando il porcello di Sant’Antonio non fosse giudicato sufficientemente in carne per la macellazione. Il norcino del paese provvedeva gratuitamente alla trista bisogna e voilà! il cappellano riceveva i salami e quant’altro… parecchio, ovviamente… perché, come tutti sanno, del maiale nulla si getta. Il cappellano, per mangiarsi tutto il suino, doveva essere in forma ed avere un fegato da Gargantua.

Dato che ci siamo, dicesi ancora oggi Porcello di Sant’Antonio un giovane di belle speranze, farfallone, che gira di casa in casa, alla ricerca di ragazze, cibi e bevande, spesso infruttuosamente: in tal caso il Porcello di Sant’Antonio gira o per passatempo o per diletto.

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