L’arciprete e la grandine [3]

preteTorniamo alla Chiesa e alla partita zoppa (solo Avere) per narrare un gustoso episodio dal quale emerge che il povero cappellano non era il solo ad essere vittima dell’avarizia dell’arciprete. L’avarizia è uno dei sette peccati capitali e, quando comprende la cupidigia nei confronti della proprietà di un’altra persona, viene definita invidia: a questo punto si va anche contro al decimo comandamento, non desiderare la roba d’altri. Il decimo comandamento, anche se ultimo, non è per questo il peggiore.

Sino al 1985 circa, da quando contro la grandine s’iniziò l’uso di reti protettive, si usavano invece dei razzi antigrandine, sia del tipo esplodente che del tipo a seminagione di ioduro d’argento. Non entriamo nel merito della diatriba se i razzi fossero (e siano) efficaci o meno: ai tempi dei fatti della nostra narrazione c’erano solo i razzi, oltre, naturalmente, all’assicurazione, molto cara e controversa. Nel paese si usavano dunque i razzi antigrandine ed un artigiano, che chiameremo F., aveva praticamente il monopolio della vicenda e si adoperava seriamente per accontentare la clientela.
Qualcuno che non commissionava i colpi ne beneficiava comunque, perché non è possibile delimitare l’efficacia dei colpi agli ettari di chi ha pagato: gli ettari viciniori ne beneficiano in ogni caso, pagati o non pagati che siano i razzi.
Per evitare ogni contestazione, s’era pensato di creare una specie di confraternita per il pagamento dei razzi stessi: tanti colpi necessari per ettaro, ogni ettaro doveva dunque pagare la sua quota di contributo. Ma qualcuno pervicacemente non pagava e soprattutto non voleva pagare…
I fatti ci dicono che una bella domenica, dal pulpito, l’arciprete arringò i fedeli presenti, sollecitando chi non aveva ancora pagato a provvedere: costui, non pagando, andava anche contro il settimo comandamento che prescrive di non rubare: egli infatti derubava i vicini paganti. Inoltre il termine chiesa significa assemblea (greco ἐκκλησία, ekklēsía) e l’assemblea dei fedeli (non importava in quel momento se non tutti erano fedeli e se non tutti erano d’accordo) aveva deciso di affrontare la spesa dei botti. Quindi, fratelli, uniquique suum: ad ognuno il suo, pagate pro-rata, in base agli ettari, ché la citazione latina avvalora il sermone. Poi, trasferitosi dal pulpito all’altare, l’arciprete solennizzava il suo discorso, sottolineando che i colpi contro la grandine erano colpi contro la fame e la miseria, colpi di cui la provvidenza divina ci aveva voluto dotare. Amen.
Fu con somma meraviglia che gli astanti assistettero alle imprecazioni di F., cosa mai successa in chiesa, il quale, contemporaneamente, appropinquatosi all’acquasantiera, immergeva rabbiosamente la mano nel liquido benedetto e fattosi il segno rituale, più per abitudine che per volontà, se ne usciva con un diavolo (absit iniuria verbis…) per capello. Come si sa, il diavolo e l’acqua santa non sono un felice connubio e tutti attendevano il fatidico ite missa est per recarsi sollecitamente all’osteria del paese, dove di sicuro si sarebbe dovuto trovare F., le cui spiegazioni erano attesissime.
In effetti, F. parlò: a parte qualche poveraccio che aveva qualche pezzettino di terra insignificante, l’unico, che possedeva da solo più ettari di tutti e che non aveva pagato (e che non aveva mai detto apertamente di voler pagare) era l’arciprete!
Ma con quale coraggio? con quale faccia tosta? con quale cinismo? e avrebbe poi pagato? o cosa pensava? ma lui, F., se non fosse stato pagato, intanto avrebbe rotto tutti i vetri della canonica e poi… e poi… non voglio dir altro, non voglio dir altro… nel Piave non si è mai sentito…

Il povero F. passò così una brutta domenica: forse imparò, quel giorno, la regola della partita zoppa: unica partita, Avere… 

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