Cristiani ed Ebrei: la tolleranza dei veneti [5]

CristEbrei
Il simbolo della tolleranza tra cristiani ed ebrei.

Una delle cose che mi hanno impressionato maggiormente è, tra le popolazioni europee e quindi anche nel Piave, la costanza e la virulenza dell’odio verso gli ebrei. Qualcuno deve aver alimentato questi sentimenti. Tempo addietro, dato che io sono un filo-ebreo convinto, mi fu detto: “Se dopo duemila anni la maggioranza non può soffrire gli ebrei, ci sarà pure un perché.”


Al che io risposi: “Se dopo migliaia di anni le donne sono vittime di violenze bestiali, ci sarà anche in questo caso un perché?”
Questa persona, un veneto, con ogni probabilità non sapeva nemmeno bene quello che diceva tuttavia era (ed è tuttora) un potenziale collaboratore dei nazisti, magari passivo. Più che odiare coloro che non conosciamo, è meglio forse dire che li temiamo. Questa è l’unica attenuante da concedere a questa persona, oltre al fatto che non ha vissuto a Venezia. A Venezia la comunità ebraica è sempre stata molto numerosa e i rapporti tra cristiani ed ebrei sono sempre stati molto buoni: l’indole del veneziano, in quanto veneto, ha fatto sì che anche l’odio propagato a suo tempo da Santa Madre Chiesa fosse quanto meno attutito e sminuito, se non del tutto assopito.
I veneti sono pragmatici che per i mille e passa anni della durata della Repubblica Veneta non hanno badato alle questioni di principio. Se fossero stati inflessibili, non avrebbero mai creato un impero commerciale, dove gli scambi coi diversi erano all’ordine del giorno, dove il commercio era basato sulla comprensione reciproca, sulla ragionevolezza a dal sano desiderio economico di non contraddire o infastidire la contro-parte. Il dogma è il nemico dello scambio commerciale perché il dogma non accetta la tolleranza e punta piuttosto alla posizione di forza. La distinzione dialettica è tra frangar non flectar (mi spezzo ma non mi piego, irrimediabilmente perigliosa) e flectar non frangar (mi piego ma non mi spezzo, molto più politica e tollerante). Quest’ultima ha il difetto di essere forse condivisa con la massima sicula “Calati giunco, ché passa la piena”, ma tant’è.
Le basi veneziane nel mediterraneo sono nate essenzialmente dagli accordi commerciali vantaggiosi per tutti, anche se con le armi questi accordi furono fatti rispettare. Pragmatismo, insomma, buon senso e tolleranza. I tedeschi sono i tedeschi, ma ciò non toglie che nel periodo che va dal 1200 al 1300 (Secolo XIII) a Venezia, vicino al Ponte di Rialto, fosse stato creato il Fondaco dei Tedeschi (= Fontego dei Todeschi, per lungo tempo sede delle Poste Italiane): i mercanti tedeschi di Norimberga, Judenburg(= Castello degli Ebrei, in Austria, città fondata nel 1074) ed Augusta portavano le loro merci in questo punto franco, non pagavano tasse o dazi sull’invenduto e potevano riportare tale invenduto a casa propria in ogni momento. Gli ebrei di Judenburg erano sempre i benvenuti: portavano ricchezza.
Dal 1621, si ebbe un’analoga iniziativa col Fondaco dei Turchi (= Fontego dei Turchi, stile veneto-bizantino, sestiere S.Croce, sul Canal Grande di fronte alla chiesa di San Marcuola di Cannaregio), che ora ospita il Museo Civico di Storia Naturale.
Questa, quindi, la mentalità veneta, non dogmatica e aperta alla convivenza. Tornando agli ebrei, la loro presenza a Venezia è documentata da prima dell’anno 1000. Data la pressione esercitata dalla Chiesa, la Repubblica di Venezia, dal 1300, ospitò gli ebrei nel primo ghetto del mondo, il Ghetto per antonomasia (= per eccellenza, per definizione), dove si trovavano le fonderie pubbliche (San Basegio) e dove si provvedeva a ghettare le fusioni (da ghetta, diossido di piombo).
Senza entrare nei particolari del Ghetto Vecchio, Nuovo e Nuovissimo, ricordiamo qui che ogni sera a una certa ora, per seguire i dettami chiesastici, i cancelli del ghetto dovevano rimanere chiusi sino alla mattina successiva. Questo non successe, nella realtà, quasi mai. La Serenissima cercava quindi il quieto vivere, dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Venezia, per non dispiacere alla Chiesa, importante partner commerciale, evitò di avocare a se tutte le proprietà ecclesiastiche, il che fu fatto all’arrivo di Napoleone nel 1797. La storia degli ebrei visti dalla Chiesa è una storia spiacevole e ora ne accenneremo ma prima voglio dare la mia testimonianza: brava gente gli ebrei, tutti quelli che ho conosciuto: pignoli e precisi, onesti sino al midollo. Non per questo dei fessacchiotti turlupinabili, anzi sospettosissimi: per sopravvivere nella diaspora, chi non sospettava soccombeva.
Quando lavoravo in banca in Piazza San Marco, l’ebreo pretendeva le cinque lire arrotondate in meno (per correntezza) dal cassiere, ma non voleva le cinque lire arrotondate in più (per correntezza). Il mio amico Massimo Levi Minzi, che abitava a San Basegio, nel Ghetto, veniva minacciato dal padre: “Massimo, se non fai il bravo, domani non vai a scuola.” Mio padre, con me, faceva altrettanto, perché sin dall’infanzia aveva frequentato ebrei veneziani. Quando io entrai in banca, guadagnavo 720 mila lire all’anno e Massimo invece, su invito del padre, si mise a vendere rimorchiatori. Per tre anni non vendette niente ma suo padre credette in lui e volle che credesse in se stesso. Al terzo anno, quando io avevo guadagnato in tutto circa due milioni di lire, Massimo vendette il primo rimorchiatore: guadagno? 10 milioni…
Ebbene, questa gente può dare fastidio ma dovrebbe suscitare l’emulazione e non l’invidia. A 13 anni Massimo parlava cinque lingue e io ne parlavo tre: ma io ero un’eccezione, lui invece faceva parte della regola ebraica.
Venendo alle origini dell’odio per gli ebrei, tutto parte dalla Crocifissione. Bisogna dire che la Chiesa perseguitò un numero enorme di oppositori ma non riuscì mai a distruggere gli ebrei, a causa della diaspora e a causa della loro tenacia. D’altronde è una storia vecchia come il mondo: il diverso da noi è il nostro nemico e noi siamo i depositari della verità: anche Hitler aveva bisogno di un capro espiatorio. Chi se ne frega dei morti? Quanto più forte è il pogrom, tanto più i fanatici si sentiranno parte dell’ecclesia, della comunità redimente. Un capro espiatorio, da additare come responsabile di ogni malefatta, ci vuole, perbacco. Eppoi hanno ucciso Gesù Cristo. Anche se poi la Chiesa temporale ha ucciso Gesù con le opere mille volte mille: fai quel che dico e non guardare quel che faccio.
Alcuni passi della Bibbia parlano del pagamento degli interessi, che costituiscono usura assoluta. Quindi la Chiesa primamente non accettava la benché minima corresponsione di interessi. La spiegazione era ed è al di là di ogni credibilità: Chi chiede l’interesse chiede il pagamento del tempo. Il tempo è di Dio. Chi chiede l’interesse ruba a Dio, perché si fa pagare il tempo, che è di Dio… Come se non bastasse questa follia, il lavoro manuale era considerato una maledizione che aveva colpito Adamo: “Ti procurerai il pane col sudore della fronte”. Chi invece, come i preti e i nobili, vivevano dello sfruttamento altrui, non erano maledetti. Questi due princìpi, nessun interesse e la maledizione del lavoro manuale, bloccarono il progresso della cristianità, mentre il resto del mondo progrediva, dal 476 dopo Cristo sino al 1205, quando comparve San Francesco…
La rivoluzione di San Francesco fu nel fatto che il lavoro manuale dell’Ordine fu visto per la prima volta come qualcosa di positivo e non come la maledizione legata ad Adamo. Incredibile a dirsi, il lavoro manuale dell’ultimo dei contadini improvvisamente ebbe la sua dignità. 70 anni prima, il Papa aveva dovuto accettare, per ragioni di cassa (Mammona…) che qualcuno esigesse qualche interesse modesto da qualcun altro (Curia romana…), senza per questo mandarlo direttamente all’Inferno: si inventò così il Purgatorio, dove chi aveva percepito interessi avrebbe soggiornato sicuramente. Tuttavia se i familiari del morto usuraio avessero pagato il conquibus atteso al clero, dal Purgatorio il tapino poteva forse uscire anche sollecitamente: dipendeva tutto sommato dalla cifra. O forse tutto sottratto…
Ma cosa c’entrano gli ebrei? C’entrano perché, come testé detto, non si poteva prestare ad interesse a chi aveva la stessa religione. Infatti (Deuteronomio, 23, 20-21) “Non esigerai interesse da tuo fratello: interesse per denaro, interesse per viveri, interesse per qualsiasi cosa per cui si possa esigere un interesse. Dallo straniero potrai esigere un interesse ma da tuo fratello non lo esigerai.” E questo valeva sia per gli ebrei osservanti che per i cristiani osservanti. In verità, data la longa manus della Chiesa di quei tempi, non conveniva comportarsi da inosservanti…
Quindi, se io, cristiano, voglio fare un prestito ad interesse al cattolico Re di Spagna, non lo posso fare, pena l’Inferno o il Purgatorio. Se invece presto ad un ebreo e lui a sua volta presta al Re di Spagna, lo possiamo fare legittimamente ad interesse, guadagnandoci tutti. Pensate a quali assurdità si possa arrivare con queste cose. Da cui ne discende la necessità che gli ebrei rimanessero stranieri. La loro diffusione in Europa li rendeva obiettivamente una buona contropartita da usare e il modello era facilmente imitabile. Aggiungete che agli ebrei era proibito il lavoro della terra ed era anche proibito l’accesso alla nobiltà. A Venezia comunque non esisteva terra e quindi il problema era ancora minimizzato.
Da tutto questo, la figura degli ebrei emergeva negativamente, soprattutto per i dogmatici, cioè per chi pretendeva di elevare a ragionamento coerente delle assurdità inventate in modo poco intelligente, con l’unico scopo di superare le contraddizioni derivanti da princìpi assurdi e contraddittori.
Beati i veneti, gente non dogmatica e possibilista.
Ricordo un insegnamento del mio vecchio parroco di San Giovanni in Bragora a Venezia, don Manzoni, monsignore che non voleva portare i calzini rossi: “Sino a quando sarai convinto che la tua religione, la tua gente e le tue consuetudini siano le migliori, ciò non sarà vero perché contestualmente dimostrerai di non avere capacità di giudizio sereno e quindi sarai pericoloso.”

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