Elena di Montenegro [6]

cappello
Cappellino da signora di rafia degli anni 1930.

Nel 1956, a tredici anni appena compiuti, mio padre mi disse che, se volevo continuare a studiare, mi dovevo quantomeno comperare i libri di scuola. Avevo appena ottenuto con voti brillanti il diploma di scuola media e mi sarei dovuto iscrivere alle superiori. In famiglia non eravamo nell’indigenza e quindi chiaramente la decisione di mio padre era presa per non farmi stare nella bambagia. Mio padre pensava che le ragazze di buona famiglia sarebbero dovute essere spinte a impratichirsi in tutte le discipline di prestigio sociale, atte a fare di loro un buon partito, come sci, tennis, equitazione, danza, pianoforte eccetera.

Mia madre condivideva. Per i maschi invece l’educazione era affatto diversa, quanto meno dai tredici anni in su. Io dissi che ero d’accordo, anche perché pensavo che il mondo non fosse in attesa della mia apparizione e che quindi nessuno avrebbe preso uno studente di tredici anni per tre mesi. Mi iscrissi quindi alle superiori e subito dopo, non so come, i miei genitori mi avevano procurato un posto come apprendista impiegato alla Cooperativa fra Gondolieri ‘Daniele Manin’, al Ponte dei Dai, vicino al Bacino Orseolo, praticamente in Piazza San Marco (basterebbe dire Piazza, ché quella di San Marco è la Piazza per antonomasia). Fui così in condizione di vivere alcune gustose scenette, che ben serviranno per documentare l’indole del veneziano.
La prima che vi racconterò è quella del gondoliere Gigio I., soprannominato ‘Ciapàte’. Soprannome ben strano. Il soprannome in veneziano si dice ‘dito’, che significa ‘detto’. Il gondoliere era quindi ‘Gigio dito Ciapàte’. A quel tempo, 1956, aveva una cinquantina d’anni e quindi, dato che esporrò fatti del 1936, più o meno trent’anni. Era costui uomo dotato di bella figura vigorosa, dai lineamenti nobili, e ben si prestava a rappresentare la categoria dei gondolieri.
Nell’estate del 1936 (a detta di chi mi narrò l’episodio, anno più anno meno), il Re d’Italia Vittorio Emanuele III e la Regina Elena di Montenegro, sua stimatissima e benvoluta consorte, vollero venire a Venezia per alcuni giorni di riposo. Avendo i reali manifestato il desiderio di effettuare una gita in gondola, s’iniziò una bagarre per chi dovesse essere il gondoliere prescelto per l’altissimo onore: chi propose A, ma A fu scartato per la statura, chi propose B, ma B mancava di un dente canino, C d’altro canto una volta aveva litigato con un foresto e quindi non era molto affidabile, insomma, il narrante mi disse che la discussione durò addirittura per un paio di giorni… alla fine, tenuto conto di tutto, la scelta cadde sul nostro Gigio I., che in quel momento non aveva alcun soprannome. Scelto l’uomo, due sarti furono chiamati per preparare la divisa mentre allo squero di San Trovaso (squero = cantiere in secca dove si riparano le imbarcazioni) si preparava la gondola di Gigio, curandone tutti i particolari, sino all’inverosimile. Nella gondola, oltre ai due regnanti e ad un capitano dei Carabinieri, avrebbero preso posto anche le due migliori guide di Venezia, due persone che sapevano tutto sulla città e, si diceva, forse anche di più.
Il giro doveva partire dalla Piazzetta (San Marco) per dirigersi verso Rialto: poi a un certo punto, arrivati all’altezza dell’Accademia, si sarebbe effettuato un romantico percorso sino al Bacino Orseolo, quasi a San Marco, vicino all’albergo scelto dai regnanti: in tutto un’ora circa di gondola. Al seguito, oltre ai servizi di sicurezza, una pletora di notabili e politici su altre imbarcazioni.
Si dice che Gigio fosse splendido, da risposare (quando una persona è perfetta si dice che ‘sarebbe da risposare’) e la gondola non era da meno, splendente nell’unico colore ammesso dal XVI secolo per le leggi suntuarie: il nero. Nessun inconveniente, di nessun genere: si dice che Gigio vogasse talmente bene che il remo sembrava essere sempre fuori dall’acqua. Durante il percorso, il clima caldo e probabilmente umido suggerì alla Regina di togliersi il cappellino di rafia e di appoggiarlo su di un trasto, panchetta in legno che serve, oltre che da sedile di ripiego, anche a tenere in sesto la gondola.
Parlarono, oltre ai regnanti, solo le due guide: né il capitano dell’Arma e tanto meno Gigio aprirono mai bocca. Arrivati a destinazione in Bacino Orseolo, i regnanti furono aiutati a scendere dalla gondola ma…
… ma la Regina Elena dimenticò il cappellino di rafia sul trasto. Aveva appena messo i piedi sulla scalinata quando Gigio afferrò il cappellino e con un sorriso smagliante lo porse alla Regina, articolando la sua prima ed unica parola: “Ciapàte!’ [Prendete!]
Tale parola non è purissimo italiano… anche se a guardar bene trova il suo corrispondente in ‘acchiappare’, che viene a sua volta da ‘ad-chiappare’, dove ‘chiappare’ viene da ‘capulare’, derivato da ‘capulus’ (= cappio). L’etimo della parola dialettale è quindi l’etimo della parola italiana.

In tutta la magnificenza della cerimonia, come nel messer Corvo e madama Volpe (favola di Esopo, ripresa da Fedro e poi da Jean de la Fontaine), Gigio aveva aperto il becco una volta sola, disadornando il cerimoniale tutto.
Tanta fatica per niente… il soprannome rimase  e, così come dicono i siciliani, rimase come ‘ngiuria.
Una volta, quando si trovava in Cooperativa con altri gondolieri, Ciapàte fu stuzzicato sull’episodio e la sua risposta fu incredibile. “I altri no i xe megio de mi: i se lagnava (la Regina, N.d.A.) parchè i gavarìa vossùo na gondola più ciara…”
[Gli altri non sono certo meglio di me: la Regina si lagnava perché avrebbe voluto una gondola più chiara…]

Ciapàte non citò mai direttamente la Regina Elena.

Gigio sottintendeva che, a partire dal XVI secolo, le gondole diventarono tutte nere. La gondola, secondo i nobili,  doveva mostrare il lusso dei proprietari, con sfarzo e colori, comprese le lussuosissime divise dei gondolieri. Furono emesse delle leggi suntuarie dove venivano fatte pagare delle multe salatissime per chi avesse ecceduto nel lusso ma senza ottenere risultato alcuno, anzi: i nobili pagavano volentieri le multe pur di dimostrare chi erano. Il Magistrato alle Pompe decise allora per le gondole di colore nero e ricoperte con un ulteriore panno di lana nero.
Quindi il sentito di Gigio era: io avrò detto una corbelleria, ma anche Sua Maestà la Regina voleva una gondola di un altro colore… agli occhi di Ciapàte, si trattava di una mancanza ben più grave della propria.

Annunci

2 pensieri su “Elena di Montenegro [6]”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...