La stanza degli attrezzi [9]

zappaLa stanza de le arte.

Sino al decennio 1950-1960, nelle campagne nulla cambiò o quasi, soprattutto se esaminiamo la situazione dal punto di vista dei costumi. Parliamo quindi del periodo infinito precedente, riferendoci al nucleo popolare, ai contadini, agli artigiani.
Da generazioni, da due mila anni circa, il padre trasmetteva ai figli la propria professione. Un padre carpentiere, ad esempio, aveva i suoi attrezzi e li conosceva perfettamente. Egli era in grado di smontarli, di farne la manutenzione, di ricostruirli.
La stanza degli attrezzi era parte del suo essere e della sua essenza di carpentiere.

La cultura tradizionale pertanto era tale che, per quanto riguardava la professione di un padre, era da usare il verbo essere piuttosto che avere: il padre era carpentiere e gli attrezzi facevano parte di lui, nella sua essenza.
Quando il figlio osservava il padre, avvertiva che avrebbe appreso una professione: il padre sapeva ciò che diceva, ciò che faceva e quando trasmetteva degli insegnamenti al figlio, era come se il padrone di bottega trasmettesse al garzone le sue conoscenze e le sue capacità. Le novità arrivavano di rado: con fatica si distinguevano gli attrezzi del padre da quelli del trisavolo. Un esempio di cambiamento di conoscenza è la rotazione delle culture, un altro è l’aratro con le ruote ma erano cose che si contavano sulle dita di una mano in un periodo di secoli e secoli.
Era un mondo con le sue certezze e le sue conoscenze: ciò che il padre insegnava era percepito come vero e additava inoltre la strada per il futuro, al fine di farsi una professione e una nuova famiglia. Non era cambiato niente e non sarebbe(si pensava) cambiato niente o quasi in futuro: il figlio si aspettava una vita serena, come quella del padre, del nonno e del bisnonno.

L’evoluzione moderna, invece, ha fatto sì che questo non sia più possibile: se non sempre, molto spesso.
Consideriamo un padre agricoltore: l’evoluzione delle macchine agricole è ora talmente veloce che egli, volente o nolente, si mostra al figlio in tutta la sua inadeguatezza.
Non fa a tempo ad imparare come funzioni la mieti-trebbia appena comperata, non fa a tempo a leggerne il manuale, che arriva il modello nuovo, quasi sempre molto diverso.
Questo crea ansia in entrambi: nel padre e nel figlio. Il padre non sa nemmeno se sarà all’altezza di apprendere il funzionamento della macchina prossima ventura e il figlio avverte perfettamente il disagio paterno: il padre risulta inadeguato, non in grado di trasmettere alcunché di certo perché la società tecnologica l’ha messo in una condizione di disadattato, cioè di precarietà totale. Le industrie vogliono, debbono sostituire pena la paralisi del mercato.
Mentre prima era un contadino professionista, ora non è niente di più che un anonimo superato. Per generazioni i contadini erano stati adeguati ed ora, improvvisamente, non lo sono più.
Anche il figlio non è adeguato, ma scarica la colpa sul padre: il figlio rivendica dal padre il diritto di ricevere l’insegnamento.
Non pensa che, anche per i suoi figli futuri, l’evoluzione tecnologica sarà troppo veloce: prima di abbandonare il nucleo familiare e di andare altrove con la sua sposa, ha bisogno di certezze: non pensa nemmeno lontanamente di ritrovarsi inadeguato; l’unico inadeguato sembra essere il padre.
Il padre, nel suo microcosmo di prima, era affidabile e sapeva qual che faceva. Ora ha acquistato, ad esempio, la seminatrice sbagliata e se ne accorge dopo aver commesso lo sbaglio: si rende conto di non essere affidabile nemmeno per se stesso, figuriamoci per il figlio.
Il figlio non perdona: la sua immagine di un padre da imitare, senza scomodare Edipo, senza scomodare la castrazione e tutte le altre storie di psicologia, viene a mancare.
Il figlio pensa che ne sappiano di più (forse) i suoi amici coetanei. Non ha più un protagonista da emulare.
L’esperienza poi gli farà capire che questi cosiddetti amici sono incompetenti come lui e come il padre, se non di più. Il figlio si trova allora abbandonato a se stesso e perde anche gli amici, che non considera più tali.
Non sa che professione fare. Magari farà il contadino come il padre, ma con l’ansia di non essere all’altezza: alla fine si accorgerà di avere gli stessi identici problemi del padre.
L’evoluzione tecnologica troppo rapida non consente agli uomini di adeguarsi: toglie la tranquillità a tutti ed è pertanto foriera di ansia.
Ripetiamo, se necessario, che c’è tuttavia una piccola differenza: mentre non perdona il padre, il figlio si autogiustifica, anche se alla fine commetterà gli stessi errori.
Il padre, non avendo più un prestigio, aveva lasciato al figlio la possibilità di scegliere quali studi fare, perché voleva essere un padre moderno: peraltro, se avesse deciso di imporre la sua volontà, sarebbe stato criticato da tutti come persona non al passo con i tempi e soprattutto sarebbe stato criticato dal figlio.
In seguito, e proprio perché ha lasciato al figlio la libertà di decidere, si sentirà rinfacciare: “Tu! mi dovevi guidare nella scelta! tu! sapevi che io avrei potuto sbagliare! mi dovevi obbligare ad ascoltarti! un padre non può lasciar commettere al figlio degli errori irrimediabili!”
A questo punto, il problema cessa di essere un problema perché non esiste alcuna soluzione: i buoi sono scappati dalla stalla e una frattura insanabile distruggerà il rapporto tra il padre e il figlio.
Il figlio si accorge che non potrà mai essere un agricoltore provetto, con la piena comprensione dell’essenza dei suoi strumenti: potrà solo avere a disposizione dei mezzi sempre nuovi, sempre sconosciuti, apportatori di ansia in una corsa senza fine.
Egli si accorgerà di essere destinato inevitabilmente a fare gli stessi errori del padre e… l’ansia aumenterà.
Lentamente, i manuali diventeranno sempre meno importanti perché entro breve arriverà il nuovo modello, la nuova versione con i relativi nuovi manuali sostitutivi dei precedenti… subentrerà così la rassegnazione a non dominare la materia.

Cosa deriverà da queste premesse.

Si tratta d’una corsa all’avere nuovi modelli e nuovi manuali, sino a quando i manuali non si leggeranno neanche più.
Su questo processo di affermazione incontrastata di consumismo – capitalismo, s’innesta lo status – symbol, che si contraddistingue con la predominanza del verbo avere e con l’abolizione del verbo essere.
Solo chi ha il modello ultimo di automobile può sperare di distinguersi e di fregiarsi dell’onorificenza del ricco: esibendo l’onorificenza medesima si può sperare di entrare in una casta per sempre. Solo chi entra in una casta sfrutterà gli altri e sarà da quelli mantenuto, per sempre.
A priori, nella casta entrano i figli di buona famiglia e dotati di laurea, conseguita in una rinomata università.
Diversamente, tu non sei nessuno e puoi sperare di essere accettato solo esibendo il tuo avere, le tue onorificenze: devi dimostrare di essere stato capace di guadagnare comunque, perché solo questo conta.
Poi, quando sei nella casta, hai finito di avere problemi. Non serve che tu sappia, che tu sia competitivo, bravo, operoso: non serve niente di tutto questo; la casta ti proteggerà perché i suoi membri, proteggendo te, proteggeranno la casta e quindi loro stessi.  L’istruzione quindi e la preparazione non servono prima di entrare nella casta, perché si entra con l’avere (beni di consumo) e non con l’essere (preparati e istruiti). Una volta entrati, qualunque cosa serve ancora meno di prima.
Tutto questo comporta la disgregazione completa dei valori precedenti. Perché studiare? Il pezzo di carta è più che sufficiente, anche se comprato illegalmente: una volta nella casta, nessuno si interesserà più se dietro la laurea ci sarà o non ci sarà la debita preparazione.
La società, inoltre, avrà nel frattempo trasformato se stessa e sarà molto permissiva nei confronti di chi sbaglia perché, visto il quadro appena esposto, la maggioranza sarà destinata all’impreparazione e all’improvvisazione. Dobbiamo pertanto perdonarci: il consumismo e la mancanza di preparazione ci hanno condannato alla decadenza. Quindi leggi permissive, caritatevoli, buoniste, tanto, non siamo all’altezza, non siamo niente…

Ritorno al Medioevo.

Qual’è allora il rimedio? Un’evoluzione più lenta, che consenta di leggere i manuali e di sapere quello che si compra? in realtà questa potrebbe essere la premessa per tornare almeno alla professionalità.

Il modello consumistico basato su nuovi acquirenti è per forza sbagliato. Supponiamo ad arrivare  a 30 miliardi di persone al mondo: poi, bisognerà pur cambiare modello di sviluppo oppure no?  Il tempo stesso e la curva demografica esponenziale porranno fine alla nostra follia: non serve fare nient’altro, accadrà tutto da sé.

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