La caccia alle rane [10]

RanaLa cattura delle rane, oltre che servire ai nostri scopi di evidenziare episodi della vita del Piave, ci servirà alla fine anche per delle considerazioni di più vasta portata.

Nei mesi primaverili, come fanno da decine di milioni di anni, le rane si risvegliano e s’inizia un simpatico gracidìo nei fossi e nelle acque tranquille. Le rane, purtroppo per loro, sono buone da mangiare e sono un piatto delicatissimo nel risotto, fritte e nella zuppa. Si mangiano il dorso e gli arti inferiori. Dopo le gozzoviglie di Pasqua, si usa mangiare le rane come prelibato cibo leggerissimo e dietetico: infatti, non contengono grassi.

Di giorno è quasi impossibile catturarle e di notte, quando non c’è la luna, bisogna abbacinarle, abbagliarle, accecarle con una luce violentissima. Una volta abbagliate, si hanno un paio di secondi per infilzarle con uno strumento idoneo che descriveremo. FerroRaneDopo averle infilzate, sono morte anche se sembrano muoversi ancora (ricordare l’esperimento della pila di Alessandro Volta?): si infilano allora per il mento in un ferro acuminato che poi viene chiuso nel suo occhiello.

Il ferro viene costruito a mano, usando il grosso filo di ferro zincato che si trova presso tutti i contadini: questo filo di ferro serve per ancorare i vigneti ma sembra fatto apposta per il ferro da rane. Un’estremità viene appuntita lavorandola con una lima e l’altra viene arrotondata ad occhiello usando pinze e tenaglie. Il ferro da rane, quando è aperto, può essere infilato nella cintura dei pantaloni. La sua circonferenza va fatta di una sessantina di centimetri circa.

Si tratta ora di farsi la luce. Nel 1900 s’inventò la lampada ad acetilene. La luce è di una intensità fortissima, di colore azzurrino. AcetileneUn recipiente superiore contiene acqua che attraverso un tubicino scende nel recipiente inferiore. Una semplice vite può chiudere più o meno il tubicino, regolando la quantità d’acqua che affluisce nel recipiente inferiore. Se l’acqua finisce, basta prenderne un poca dai fossi nei quali si stanno cercando le rane. Nel recipiente inferiore si mette Carburo di Calcio (Ca C2): tale molecola è composta da un atomo di Calcio e da due di Carbonio; si presenta come una pietra porosa molto friabile, dall’odore acidulo inconfondibile, che si compra nel negozio di colori per pochissimo e che viene chiamata semplicemente carburo.  L’acqua (H2 O) scende dal tubicino e va a bagnare il carburo: succede che il carburo bagnato ha una reazione chimica: da una parte i due atomi di Carbonio (C2) si combinano con i due atomi di Idrogeno (H2) dando vita all’acetilene (C2 H2) gas esplosivo ed incendiario,  pericolosissimo se non trattato opportunamente, e lasciando il Calcio (Ca) che va a combinarsi con l’Ossigeno (O) creando così l’Ossido di Calcio (calce viva, che poi immersa nell’acqua diventa calce spenta, idrossido di calcio), sostanza biancastra, inodore e melmosa che rimane sul fondo del recipiente del carburo: l’ossido di calcio non deve essere assolutamente toccato, lavando il recipiente che conteneva il carburo: in ogni caso, prima di toccarlo, meglio aggiungere molta acqua e lasciare lì per una giornata. In questo modo la calce viva si spegne sprigionando calore. Fin che c’è calore non bisogna toccare.

L’acetilene esce da un cilindretto munito di un altro regolatore. Bisogna fare attenzione a non chiudere del tutto questo regolatore (anch’esso dotato di una vite), pena una possibile esplosione del marchingegno, esplosione che può essere mortale. I modelli più avanzati hanno un blocco sulla vite, in modo che l’erogazione dell’acetilene sia sempre aperta almeno un poco. Su questa vite, se c’è, non si agisce quasi mai, essendo sempre possibile agire sulla vite dell’acqua.

La lampada ad acetilene si porta legata alla cintura con uno spago e, ovviamente, la lampada non ha paura dell’acqua.

C’è poi la parabola d’illuminazione col beccuccio, che si maneggia con una canna di bambù (vedi figura): un tubicino di gomma, collegato al beccuccio e lungo circa un metro e mezzo, pende dalla Parabolaparabola. Una volta arrivati nel fosso, si collega il tubicino di gomma in modo che da una parte riceva l’acetilene dal recipiente inferiore e dall’altra mandi l’acetilene al beccuccio della parabola. Prima di accendere il beccuccio, parliamo della fiocina. La fiocina pre-fabbricata (vedi figura) FiocinaTecnicasi poteva comperare in negozio ma costava un occhio e poi non era efficiente come quella costruita a mano.

Per costruire la fiocina a mano, serviva una canna di bambù (detta canna d’India), un tappo di damigiana (rubato in cantina), aghi grossi per rammendare la lana (rubati alle donne di casa).DamigianaTutti lasciavano fare perché tutti sapevano il motivo del furto: andare a rane. Vedere il disegno: si praticava un foro nel tappo di damigiana dove s’infilava una estremità della canna e poi si infilavano accuratamente le crune degli aghi nel tappo di damigiana usando una pinza da solfato (pinza di precisione, atta a modificare la piastrina per l’erogazione del solfato di rame nel vigneto.

A questo punto bisognava rimediare un paio di stivali, possibilmente molto lunghi ma non sempre ce n’erano a disposizione: in tal caso era probabile un bel raffreddore e comunque la caccia era destinata a durare molto poco.

Preparata la fiocina, ci si recava nei fossati, sempre con la luna nuova.

Si procedeva con un fiammifero (asciutto…) all’accensione della lampada: l’accensione sicura era seguita da un bel ‘crack!’: in tal caso non si sarebbe spenta più. Altrimenti bisognava spegnerla chiudendo l’erogatore dell’acqua. Una luce fredda, azzurra, intensissima, era il risultato.

Bisognava muoversi silenziosamente e con la lampada rivolta verso l’asciutto e non verso il fosso. Il primo caratteristico risciacquìo indicava la presenza della rana e allora bisognava puntare la lampada verso la sorgente del rumore: spesso (ma non sempre) la rana rimaneva rimbecillita dalla luce improvvisa e si avevano uno o due secondi di tempo per assestare il colpo con la fiocina. Se il colpo era sbagliato, a voce bassissima si commentava: il manico della fiocina era troppo lungo o troppo corto o forse quest’anno le rane saranno più astute del solito.

Se la rana veniva acchiappata, il suo destino era il ferro acuminato, che ne poteva portare una trentina, cioè otto, dieci porzioni.

Solitamente, si prendevano quindici o venti rane per cacciatore. C’erano magari gli accompagnatori senza fiocina, che si offrivano di portare il ferro da rane ma non erano molto graditi perché l’aumento del tramestìo disturbava la caccia.

Implicazioni

 Forse non la cattura delle rane ma cose simili, fatte in giovane età, danno fiducia al singolo sulle sue capacità e sull’affrontare (e risolvere) i problemi. La costruzione della fiocina era molto impegnativa e l’ingegno si aguzzava nel caso che non tutto fosse disponibile. La lampada ad acetilene veniva venduta nei suoi termini essenziali e, ad esempio, i tubicini di gomma e le viti di registro dovevano essere inserite nei tubicini stessi successivamente. Con un pezzo di filo di rame bisognava costruire un occhio per legare la lampada alla cintura e l’occhio doveva essere fatto in modo da assicurarsi che la lampada non si rovesciasse. Il tubo che usciva dalla parabola d’illuminazione andava assicurato al manico di bambù in maniera ottimale e così via. Bisognava vestirsi per non prendere freddo ma non vestirsi troppo. Bisognava conoscere le lune: certe volte si poteva andare a caccia se la luna tramontava presto, diciamo verso l’una di notte. Era insomma una scuola di vita, una scuola dell’arrangiarsi e del sopravvivere.

Quanti ragazzi oggi sono in grado di fare questo? Seduti davanti alla televisione, non sanno nemmeno quanto grande possa essere una gallina. Questo mondo di rane è un avvicinamento alla natura, più di uno skate-board e più di un cellulare.

Quanti ragazzi hanno portato a casa qualcosa che la madre poi ha preparato in tavola? Gli ecologisti sono contrari? Gli animali di allevamento soffrono forse meno di quelli selvatici? O sono ipocrisie?

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1 commento su “La caccia alle rane [10]”

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