Il Panevin e la maestra del sud [12]

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Fare click sulla foto, anche due volte, per vedere tutti i bellissimi dettagli.

Il Panevin (un falò che prende il suo nome da pane e vino) è un fuoco che viene acceso la notte tra il 5 e il 6 gennaio (notte della Befana) e che ha molte funzioni, non tutte illustrate dai media, di cui parleremo qui sotto. 

Viene da una antichissima tradizione celtica. Nel periodo che ruota attorno al solstizio d’inverno innumerevoli sono le festività, celebrate in tutto il mondo, per ricordare il nuovo allungamento delle ore di luce, il natale della luce. La prima festa è del 13 dicembre, festa per noi di Santa Lucìa, non a caso protettrice degli occhi (e quindi della luce).

Benché il giorno di Santa Lucìa non sia ‘il giorno più corto che ci sia’ (quest’anno, 2014, è stato il 21 dicembre alle ore 23:02) è pur sempre il giorno nel quale il sole tramonta prima in assoluto. Alla mattina del 13 dicembre il sole nasce prima di quanto nasca il 21 dicembre, in modo che le minori ore di luce sono in effetti proprie del 21 dicembre. Nei primi secoli dopo Cristo, la Chiesa cercò di combattere tutte queste tradizioni pagane che si estendevano (e si estendono) sino al 6 gennaio ma poi, intelligentemente, si adeguò e creò dei paralleli cristiani.

L’Epifania, per altre ragioni, viene celebrata anche dall’Islam e la prima celebrazione cristiana dell’Epifania risulta essere stata effettuata nel 150 DC ad Alessandria d’Egitto, quando veniva ricordata la nascita di Gesù. Il 25 dicembre, per il Natale, fu stabilito tale dal Papa Giulio I nel 350 DC, assorbendo così la cerimonia pagana del Sol Invictus (Sole Trionfatore), mentre l’omaggio a Gesù dei potenti della Terra (tre Re Magi), il battesimo di Gesù nel Giordano ad opera di Giovanni Battista e il primo miracolo (nozze di Cana) furono lasciate in cerimonia celebrativa il giorno  6 gennaio.

I Celti non facevano niente di più di quanto non facciano oggi i contadini veneti:

  • Il fuoco rappresenta la luce che si prolunga, come ormai fanno sicuramente le giornate da quasi un mese. Non dimentichiamoci che, dalla notte dei tempi, l’uomo ha sempre temuto che al tramonto non seguisse una nuova alba e, analogamente, c’è sempre stato il timore che alla diminuzione delle ore di luce non seguisse alcun aumento.
  • Il fantoccio che viene bruciato sul falò rappresenta il passato con le sue disgrazie e il fuoco deve proseguire per ore dopo la consunzione del fantoccio stesso per essere veramente bene augurante.
  • Dal fuoco  (o meglio, dalle braci) si deve trarre  una schiacciata di pane fatta con farina rusticissima, quasi niente frumento e quasi tutto granoturco (mais), magari con qualche fico secco, finocchi e noci (se il censo lo permetteva), chiamata pinza, senza sale e senza lievito, sporca di cenere, il tutto per simboleggiare il pane che nasceva dalla luce del fuoco del nuovo anno. Un bicchiere di vino era obbligatorio e indispensabile per augurare la prosperità futura. Un goccio anche ai bambini.
  • I contadini, in cerchio, intonano canzoni ben auguranti (… e Dio ci dia la sanità del pane e del vino…) e gli anziani, a mo’ di auguri o di aruspici, fanno vaticinî più o meno buoni sul raccolto dell’anno prossimo venturo, basandosi, a seconda del vento,  sulla direzione presa dalle faville del falò.
  • La cerimonia, perché di questo si tratta, è una delle poche che si svolgono al di fuori dell’arcigna sorveglianza di Santa Madre Chiesa. Molti (io compreso) si commuovono perché la grande e genuina partecipazione della gente crea un senso di forza nella comunità. La festa è chiaramente pagana (unica rimasta oltre al martedì grasso?) e quindi affatto inconsueta. I preti hanno tentato di mettervi le mani ma con scarso successo. Certe volte il prete benedice il panevin con l’acqua santa, e i fanatici pretendono che lo scoppio degli spruzzi di acqua santa sia il demonio messo in fuga, il che implicherebbe che il fuoco sarebbe demoniaco e non invece purificatore, come invece dichiarato dalla Chiesa quando il fuoco stesso serve a bruciare le streghe… comunque poche volte ho visto un prete al Panevin: egli viene guardato con sospetto e come ospite inopportuno. Ma mentre il martedì grasso è dissacratore e non richiede raccoglimento ne tanto meno coralità, il Panevin è forse l’ultima festa pagana cerimoniale, collettiva e popolare. 

Non ci dilunghiamo sui canti popolari ed altre cose simili, come le interpretazioni delle faville, che risultano talvolta ingenuamente contraddittorie: l’importante è che una delle poche feste pagane sopravviva e ci scaldi il cuore, in una notte d’inverno. Ad esempio la festa di Mezzestate, pagana, è stata fagocitata da Santa Madre Chiesa: era la festa Feriae Augusti dell’8 AC, per celebrare l’imperatore Ottaviano Augusto. 

Per non parlare della festa del lavoro, del primo maggio, fagocitata da Pio XII nel 1955, con San Giuseppe Lavoratore.

 Ci sono poi delle feste stabilite dalla politica, come il 2 giugno e il 4 novembre ma non sono feste pagane: ci rimane quindi la notte tra il 5 e il 6 gennaio.

 Per non parlare della Pasqua, celebrata in Babilonia 2000 anni prima di Cristo, che è esattamente uguale al mito di Persefone, rapita da Plutone, re dell’Ade o Inferno che dir si voglia. Cerere, dea della Terra e dei raccolti, madre di Persefone (o Proserpina presso i latini), si reca da Giove perché liberi la figlia. Giove acconsente parzialmente: Persefone sarà libera sei mesi all’anno, a partire dalla Pasqua, ma poi dovrà tornare per sei mesi negli inferi. Persefone rappresenta quindi la primavera (seguita dall’estate, sei mesi) che s’iniziano il 22 marzo, equinozio di primavera, festa pagana, pagana come il solstizio d’inverno… 

Ed ora, vediamo una nota caratteristica, di cui al titolo del blog. Una bambina di terza elementare, Caterina, riceve il tema per casa: “Cosa ti ha portato la Befana”. A parte che può darsi che la Befana, per tanti motivi, non porti niente e quindi il soggetto del tema può essere umiliante per certi bambini non abbienti, aggiungiamo che la maestra, meridionale, non è obbligata a conoscere le tradizioni venete,  anche se sarebbe auspicabile che le conoscesse. Infatti:

La bambina nel tema si diffonde sul fatto che la sera precedente, coi genitori, ha partecipato alla festa del Panevin, ha mangiato pinza e noci, ha addirittura bevuto un goccio di vino e si è divertita moltissimo, perché tutti cantavano e lei ha messo anche dei pezzetti di legna sul fuoco. 

Giudizio sul tema di Caterina: ‘Tema incomprensibile, cos’è questo Panevin?’ Voto: 5. 

Disperazione della bambina. I genitori si recano non dal preside ma dal provveditore, quindi il caso dovrebbe essere noto. 

Chiosa: i colonizzati non hanno diritto ad avere delle tradizioni. Devono essere sbeffeggiati con arroganza (che fa rima con ignoranza), anche se con le tasse mantengono la maestra. Povera. Ma nel momento in cui commentava il voto, forse aveva sentito il bisogno di ergersi a giudice degli altrui costumi, confondendo l’atteggiamento di educazione dei veneti con la loro stupidità, poveri fessacchiotti. Un consiglio è che forse si sarebbe potuta informare sugli usi e consuetudini locali. O sono direttive del ministero?

Per essere documentati sulle tradizioni europee, vi consiglio di leggere almeno ‘Il ramo d’oro’ dell’antropologo James Frazer, edito da Boringhieri. Esiste una versione in dodici volumi ma io ho letto solo quella in due volumi.

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