Sottintesi veneti 1 [14]

SottintesoIl presente aneddoto probabilmente non sarà vero, ma viene raccontato come tale ed è una buona dimostrazione di una caratteristica delle genti venete, che non amano molto le barzellette (con la sapida battuta istruttiva e rivelatrice posta nel finale): amano piuttosto le storie narrate, dove non è da tutti comprenderne il significato, se non cercando di avvertirne i sottintesi.

Nel raccontino che segue, se fossimo stati presenti, probabilmente non tutti noi avremmo compreso il pieno significato del dialogo: per comprenderlo, è necessario capire il sottinteso.

Gli ascoltatori delle scenette venete si dividono quindi in tre categorie:

  1. Coloro che ridono perché hanno capito perfettamente la parte sottintesa.
  2. Coloro che non ridono perché non hanno capito, rivelano contemporaneamente un’aria smarrita e chiedono umilmente lumi: è giusto fornir loro la spiegazione.
  3. Coloro che ridono poco e a denti stretti, perché fingono di aver capito la parte sottintesa e non chiedono lumi: che restino pure al buio.

Aneddoto con sottintesi #1

Il signor Antonio C., piccolo possidente dal carattere notoriamente iracondo, al mattino presto del mercoledì, giorno di mercato, si reca in bicicletta sino ad Oderzo per vendere una giovane bovina. Il mercato del bestiame di Oderzo, per giro di affari, era il più grosso mercato d’Italia e forse lo è ancora. Per animali presenti invece, il mercato più grosso era quello di Ovada, in provincia di Alessandria e forse lo è ancora.

Il signor Antonio non riesce a vendere la bovina e lo vediamo di ritorno verso mezzogiorno con la bovina alla cavezza.

Passa davanti al Caffé del paese e saluta con un cenno della testa gli sfaccendati seduti fuori del Caffè stesso. Una voce si leva dagli sfaccendati:

Voce dal Caffé: “Sior Antonio, el pòl molar la caveza…”

Risposta: “L’è i porèti che vende in cardenza!”

Che tradotto suona:

“Signor Antonio, può mollare la cavezza…”

“Sono i poveri che vendono a credito!”

Prima di leggere il resto, decidete la vostra categoria: 1, 2 oppure 3.

Sicuramente voi apparterrete alla categoria 1 e, avendo capito i sottintesi, vi sarete già fatti una bella risata.

Se per caso invece foste come me, che non sempre capisco i sottintesi, ecco la spiegazione dettagliata.

Voce dal Caffé: “Signor Antonio, da parecchie, troppe volte ha portato inutilmente la bovina al mercato e siccome l’animale avrà qualche difetto oppure forse lei vuole troppi soldi, lei non è mai riuscito a venderla. Inutile tenere l’animale per la cavezza, perché, a furia di andare su e giù da casa ad Oderzo e da Oderzo a casa, avrà sicuramente imparato la strada e l’animale può rincasare da solo.”

Nota: effettivamente, le mucche e i buoi aggiogati al carro, dopo anni che vanno ai campi di proprietà, imparano la strada e rincasano da soli e la guida del contadino non è più necessaria.

Risposta: “Ho capito tutto il sottinteso e rispondo che al mercato ci sono dei commercianti che pretendono di avere il bestiame senza pagare in contanti, bensì a credito. Io non ho bisogno di vendere a queste condizioni miserabili perché sono un benestante e quindi ho fatto bene a tornare a casa con la bestia. Se troverò qualcuno che paga a contanti, venderò.”

Se adesso vi rileggete le due battute, saprete che questa astuzia e sapidità risale ai tempi di Bertoldo, cioè quanto meno al XVI secolo (Giulio Cesare Croce: Le sottilissime astuzie di Bertoldo).

 Aneddoto con sottintesi #2

Il signor Antonio C., piccolo possidente dal carattere notoriamente iracondo, si reca nel famigerato caffé e ordina una consumazione ma dal panciotto gli si stacca un bottone : egli esce dal caffè e rincasa in orario per mezzogiorno, dove lo attendono moglie e suocera, senza accorgersi di aver perso il bottone.

Uno degli avventori raccoglie il bottone, attende che presumibilmente il signor Antonio sia a tavola e suona il campanello.

Si presenta Antonio che con fare burbero ed accigliato, chiede: “Cossa vulìu te l’ora del disnàr…” [Cosa volete nell’ora di pranzo…]

“Gavé perso un botòn: sicome sé tornà a casa propio tel miudì, gò pensà ben de portàrveo suìto suìto…” [Avete perso un bottone: siccome siete tornato a casa esattamente a mezzogiorno, ho pensato bene di portarvelo subito subito..]

Antonio: “Grassie… ma comando mi, no ‘ste do strighe!” [Grazie… ma comando io, non queste due streghe…]

Sottintesi:

“Avete perso un bottone e siccome notoriamente siete una vittima angariata di vostra moglie e di vostra suocera, tant’è vero che siete rincasato esattamente e obbedientemente a mezzogiorno (un uomo che comanda non è tenuto alla puntualità imposta), per evitarvi ulteriori rimproveri ho pensato di farvi un piacere e di portarvi immediatamente, subito, il bottone che avete perso…”

Antonio avrebbe avuto voglia di mandare il visitatore a quel paese ma il visitatore, ironico o meno, aveva pur sempre fatto una gentilezza. Esordisce quindi: “Vi ringrazio comunque ma io posso perdere tutti i bottoni che voglio e nessuno può dirmi alcunché, perché in questa casa comando io e non queste due streghe: mia moglie e mia suocera…”

(Segue all’articolo [21])

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