Acqua alta [20]

AcquaAlta
Venezia, Piazza San Marco, novembre 1960. Un piccione sopra una macchina fotografica con l’acqua alta.

Il fenomeno dell’acqua alta a Venezia è universalmente conosciuto e da un punto di vista turistico si tratta indubbiamente di un avvenimento affascinante e romantico.

La città assume un aspetto rinascimentale e i riflessi azzurri dell’acqua creano una visione onirica, da sogno. I rumori del calpestìo sul selciato non sono più presenti e le persone dotate di stivali che camminano creano degli sciabordii unici per la loro sonorità.

La laguna forma una sola pavimentazione con le zone allagate e questo dà alla città un effetto di miraggio, da Fata Morgana. Inoltre la Piazza (San Marco) è la prima a rimanere sommersa e questo accresce la poesia di tutta la realtà e quindi l’entusiasmo del turista. Probabilmente i turisti vorrebbero l’acqua alta ogni giorno, ma la Venezia che non lavora solo per il turismo la pensa diversamente. Vediamola, quindi, dal punto di vista del veneziano che non abbia un interesse direttamente legato ai foresti (= turisti). Chi non è legato ai foresti, benché si renda conto che sono importanti per l’economia della città, per dirla eufemisticamente non li ama moltissimo.

Li ritiene invadenti sempre e maleducati in genere. Le signore tedesche in abbondanza di carne e scollacciate nei loro scamiciati a fiori (orribili) sono proverbiali. Le signore americane con i loro cappellini e le signore inglesi con le velette lo sono altrettanto. Le signore francesi hanno la puzza sotto il naso perché, mon Dieu, Venezia è talmente bella che dovrebbe essere in Francia. Invadono i vaporetti, affollano le calli strettissime impedendo l’agevole passaggio di chi si muove per lavoro. I bar sono sempre affollati e non si può godere un attimo di tregua, se non nell’ultima settimana di novembre, per il semplice motivo che gli alberghi fanno le pulizia annuali. In ogni caso, non è che a fine novembre la città sia vuota: è solo un po’ meno affollata del solito.

Bisogna dire che, da un punto di vista acustico, i foresti sono molto più educati dei veneziani: potrà forse anche essere la soggezione della città che li fa parlare a bassa voce ma probabilmente non sono abituati a gridare come noi.

Un buon veneziano riconosce tutte le nazionalità: addirittura i più competenti distinguono anche tra gli statunitensi, se dell’est o dell’ovest. Dall’abbigliamento si distinguono i texani, chiamati Buffalo Bill, anche se William Cody era dello Iowa. I giapponesi maschi hanno sempre avuto ed hanno la braga nera e la camicia bianca: quasi tutti orbi e coi denti cariati, negli anni ’50 avevano denti ed occhiali di ferro, oggi viaggiano invece con denti ed occhiali d’oro. I giapponesi, al Florian in Piazza, non fotografano il Caffè Florian, fotografano il caffè che stanno bevendo, forse perché sanno che lo pagheranno 13 euro…

Una nota a parte meritano gli inglesi: l’inglese sceglie un veneziano in base a criteri comuni a tutti i figli di Albione; se rientri nel criterio, sarai scelto per tutta la vita. Appena ti vedono, allontanano gli altri con una leggera spinta e ti puntano, fissandoti negli occhi, chiedendoti cose mai banali, come invece fanno quei bambinoni degli americani. Sta di fatto che DEVI SAPERE L’INGLESE. Magari non sai rispondere alla domanda e in tal caso devi dire in inglese “Mi scusi, ma non lo so…” e allora sei perdonato ma se non sai l’inglese, apriti cielo! ma come, lei non sa l’inglese? com’è possibile? Non ci credono e pensano che tu li stia prendendo per i fondelli.

Diceva il comico veneziano (di Murano) Lino Toffolo: “Noi veneziani avremmo bisogno di un po’ di pace ma purtroppo i foresti portano il benessere: allora basterebbe che arrivassero in automobile sino a Piazzale Roma, poi potrebbero compilare un vaglia in un apposito Ufficio Postale, intestarlo al Comune di Venezia e tornarsene a casa propria…” Non sarebbe una cattiva idea.

L’acqua alta da una parte è un business molto complesso e dall’altra, per i cittadini, è una sofferenza.

Per anni sono andato a scuola (un chilometro abbondante all’andata e altrettanto al ritorno, con una cartella che pesava 652 chilogrammi: gli zaini non esistevano) col terrore dell’acqua alta: in caso di acqua alta dovevi avere con te degli stivaloni sino all’inguine, pesantissimi, oppure la strada da casa a scuola raddoppiava perché dovevi evitare le zone allagate. Inoltre, molto poco romantico e non noto ai turisti, l’acqua alta non è nient’altro che fognatura mescolata all’acqua di mare. Meglio non entrare nei dettagli.

Adesso si sentono per radio le previsioni sulla marea ma quando io ero ragazzino bisognava andare in Piazza San Marco, proprio sotto il Campanile, dove vicino alla Loggetta del Sansovino (costruita nel 1549), sulla sinistra, c’erano (e ci sono ancora) le bacheche con affisse le previsioni delle maree.

Comunque, negli anni ’50, difficilmente le massime superavano il metro, mentre oggi tale misura viene superata quasi sistematicamente.

L’acqua arriva ogni volta nei negozi delle Mercerie e della Piazza e i negozianti si ostinano a tenere le merci sugli scaffali a raso terra. Poi, quanto arriva l’acqua, la merce si rovina ma spesso vengono indennizzati.

Come diceva l’onorevole Andreotti, Dio l’abbia in gloria, a pensar male si fa peccato ma molte volte s’indovina: forse qualcuno tiene a raso terra, appositamente, della mercanzia difficilmente vendibile? e… quando arriva l’acqua la merce è subito sommersa per una sessantina di centimetri: poi, è questa stessa merce che viene indennizzata? e questo da anni e anni? Perseverare diabolicum…

Forse Andreotti la sapeva lunga.

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