Vescovo e prete [23]

VescovoRevisione 12 nov 2018 – Nel paesino di… Paesino (chiamiamolo così), nella nostra zona, da tempo era in corso un’aspra lotta tra il vescovo e il prete del Paesino.

La lotta era selvaggia ed aspra e forte, per dirla con Dante (Commedia, Inferno, I, 5) e nel pensiero degli abitanti rinnovava la paura.

Il prete diceva che erano questioni di decime, di pretese assurde del vescovado, che avrebbero messo in ginocchio la comunità di Paesino; il luogotenente del vescovo rispondeva come, anche non era ancora dimostrato, il prete si rifiutasse di confessare le donne giovani nel confessionale normale e pretendesse di confessarle in sacrestìa, chiudendo inoltre a chiave la porta della stessa. Le malelingue dicevano che, origliando, si sarebbero potute sentire frasi femminili del tipo: “Don Giulio, no, no, no… sì, sì, sì…” e per colmo dei colmi le stesse malelingue dicevano che c’erano delle stranissime somiglianze tra alcuni bambini del paese e il prete.

Poi, il vescovo fu chiamato in cielo da DomineIddio a più alti servigi e il nuovo vescovo decise che il prete meritava una più alta carica da espletarsi esclusivamente (sembra) in Barbagia, regione lontanissima, sarda: le malelingue, come al solito, soffiavano sotto e mormoravano in latinorum: promoveatur ut amoveatur… che sembra volesse dire: sia promosso affinché sia rimosso. Per togliersi uno dai piedi, insomma, lo si promuove, così non può protestare e lo si manda in Sardegna con un biglietto di sola andata.

E così fu fatto. Naturalmente Sua Eccellenza Reverendissima propose un nuovo prete, cercando di sondare il sondabile, in quanto, in luoghi viciniori e in tempi viciniori, la popolazione, non gradendo il nuovo sacerdote, aveva addirittura abiurato… passando ad altra confessione (informatevi: altro dirvi non vò, parafrasando il poeta…).

Dopo questi antefatti, il prete si insediò senz’altro.

Tanta acqua era passata sotto i ponti, dall’inizio della lotta selvaggia: anni ed anni di acqua erano passati e, nel Paesino, nessuno, dai sei anni di età e sino ai trenta, aveva ricevuto né la Prima Comunione né la Cresima dei Soldati della Chiesa. Si trattava di adempiere dunque alla bisogna. Si sarebbe dovuto, data la folla prevista, aprire i cerimoniali all’alba. Vescovo (e prete?) decisero invece  di dare il via alle dieci di mattina di una certa domenica primaverile. Le malelingue dissero che il vescovo non aveva voglia di alzarsi presto. Le buone lingue dissero che no: era la sveglia che non aveva fatto il suo dovere, per un certo guasto meccanico.

La chiesa era gremitissima e le persone che attendevano la Prima Comunione o la Cresima erano un’enormità. Mancava poco alle tredici e il lavoro da svolgere era ancora a metà. Il vescovo rivolse uno sguardo smarrito al prete, dicendo: “Nella mia diocesi ho facoltà, tre volte l’anno, di impartire la Benedizione Apostolica con annessa Indulgenza Plenaria…”

Poi, senza attendere risposta dal prete, d’impeto salì sul pulpito e disse:

“Cari figlioli, diocesani, amici, in questo momento interrompiamo la cerimonia per un atto ancora più solenne che Santa Madre Chiesa si è compiaciuta di mettere tra le mie facoltà: riceverete ora la Santa Benedizione Apostolica, come se io fossi il papa, con annessa la Santa Indulgenza Plenaria, per compensarvi della lunga assenza del vostro vescovo dalla vostra comunità. Ora, non è chi non veda la necessità di prposeguire indefessamente in questa opera di celebrazione. Dopo la Santa Benedizione Apostolica, dato che non solo lo spirito ma anche il corpo ha le sue esigenze e data l’ora tarda, ci accomiateremo per l’oramai desiato desinare e, Spirito Santo permettendo, ci rivedremo nel primo pomeriggio, all’ora solita, nella quale siete usi partecipare al Santo Vespro.

Benedicat vos omnipotens Deus, Pater, et Filius, et Spiritus Sanctus.”

Fece quindi l’usuale segno della Croce benedicente verso l’assemblea tutta.

Tutti risposero “Amen” ma nessuno, dico nessuno, si mosse dal proprio posto, al che il vescovo perse la sua sicurezza e guardò disperatamente il prete.

Il prete disse: “Eccellenza, non hanno capito assolutamente niente. Ora ci penso io.”

preteDal centro dell’altare, con voce stentorea, il prete gridò:

Marabolàni! L’ha dìta el Véscovo: dès né càsa. Dòpo poènta, ‘n’àntra pàca! gnì co l’è óra de  Vèspro!

Al che, miracolosamente, tutti si alzarono e si avviarono verso l’uscita, non senza immergere devotamente la mano nella pila dell’Acqua Santa e non senza segnarsi, altrettanto devotamente.

Spiegazione:

[Marabolàni, ora andate pure a casa: dopo la polenta, ci sarà un’altra botta, un’altra sessione! Tornate per l’ora del Vespero!]

Marabolàno o mirabolàno: frutto misero e selvatico, il ciliegio susino, Prunus cerasifera. Si usa il termine, nel Veneto, per definire in senso traslato alcuni personaggi rustici e poco acculturati. Vale quindi per ‘villani rifatti’.

Polenta: in questo caso, una elementare sinèddoche. Benché alla tavola dei cosiddetti marabolàni non ci sia solamente polenta, essa è stata sino a tempi recentissimi la struttura portante del desinare contadino. La sinèddoche in questo caso è una parte prevalente (la polenta) che viene nominata per designare il tutto (il desinare).

Pàca, pacca (secolo XVII, Devoto) voce onomatopeica che designa un colpo cameratesco con la mano aperta, in questo caso a mo’ di prosecuzione.

Il significato esteso è pertanto: “Cari fedeli, ora andate a casa e, dopo il desinare, riprenderemo la cerimonia. Tornate per l’ora di Vespro.”

 

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