La conta dei morti [24]

SGiovanniPaolo
Campo San Giovanni e Paolo, con la Chiesa sulla destra e l’Ospedale sulla sinistra. L’Obitorio è segnato da una freccia. In fondo al canale, dopo 400 metri, si trova il Cimitero di San Michele.

Vengo da una famiglia tradizionalista: alle figlie femmine (mezzi permettendo) erano riservate la scuola di danza, ginnastica, pianoforte, tennis, equitazione, sci e chi più ne ha più ne metta.

Per i maschietti, invece (mezzi o non mezzi), nulla di quanto appena descritto: questo naturalmente, dicevo, nelle buone famiglie borghesi tradizionali.

Avevo appena superato gli esami della terza media con ottimi voti e avevo appena compiuto quattordici anni quando mio padre mi chiamò ad un serio colloquio: avrei proseguito negli studi se e solo se mi fossi comperato i libri delle superiori. Per fare questo, avrei dovuto lavorare tutta l’estate.

La mia obiezione fu che non era facile trovare in due e due quattro un lavoro per l’estate. Mio padre mi freddò, dicendo che il posto era già pronto: apprendista impiegato alla ‘Cooperativa fra Gondolieri Daniele Manin’, Ponte dei Dài, a 20 metri esatti dalla Piazza San Marco.  Dopo due giorni ero già al lavoro.

Dato che la Cooperativa aveva in appalto il trasporto delle bare correlato ai servizi funebri, mi venne affidato l’incarico di tenere un registro: giorno tale, deceduto il tale, gondola con paramenti funebri del gondoliere tale, ora di partenza, ora di arrivo, tariffa… inoltre, c’erano da sistemare due anni di arretrati con dei fogli buttati in tre cassetti e non ancora trasferiti sul registro. Naturalmente bisognava anche, ogni mattina, preparare ed organizzare i servizi funebri per il pomeriggio, affidando gli incarichi ai gondolieri previsti.

Per fare questo, bisognava sapere quanti fossero i deceduti da trasportare all’Isola di San Michele: tanti i deceduti, tante le gondole. Bisognava saperlo per tempo perché bisognava anche telefonare ai parenti per informarsi sul tipo di onoranze funebri, se di lusso, se normali, se economiche.

Inoltre certi gondolieri non volevano saperne delle onoranze economiche perché, dicevano, non c’erano mance.

Insomma, il primo giorno chiamai in comune alle otto e trenta per sapere il numero dei morti e mi dissero di chiamare all’Ospedale di Campo San Giovanni e Paolo. Mentre procedevo, tenevo informato dei progressi il ragionier B., capo ufficio, il quale mormorava: “Sono comunali… dipendenti comunali…”

L’Ospedale mi disse di chiamare direttamente l’Obitorio. Il ragionier B. al quale riferivo, mi dette il numero dell’Obitorio e intanto ripeteva: “Comunali… il numero bisogna averlo già…”

L’Obitorio non rispondeva. Niente. Allora il ragionier B. mi disse: “Io farei un salto all’Obitorio… il custode avrà da fare…”

Il tempo stringeva e dal Ponte dei Dài a San Giovanni e Paolo, per le fodere (= calli e callette secondarie, sconosciute ai più) e camminando di buon passo, si impiegavano venti minuti ad andare. Mi misi subito per la strada…

Arrivato all’Obitorio (vedere fotografia) suonai il campanello benché la porta fosse aperta ma compresi l’inutilità del mio gesto. Entrai allora gridando permesso, permesso… nella guardiola c’era un uomo corpulento e avvinazzato che mi disse: “Gondolieri? ma tu sei nuovo… vuoi sapere i morti? Vai dentro e contali, sono sui marmi: io ho fatto la notte.”

Entrai così nell’Obitorio vero e proprio e contai tre morti. Ai piedi di ogni defunto c’era un biglietto coi dati anagrafici e col numero di telefono. Presi nota. Il profumo non era dei migliori. Poi seppi che se non c’era telefono si sarebbe fatta l’onoranza economica.

Ho così immediatamente imparata la differenza tra iniziativa privata e conformità pubblica: mi è servita per tutta la vita.

Alla sera raccontai a mia madre il primo giorno di lavoro e lei, una volta ascoltatomi, si mise a piangere.

Intervenne mio padre., il qualse osservò: “Io sono del 1999, ho fatto le due guerre, tutte e due, di morti ne ho visti tanti ma non mi hanno mai fatto niente di male: ricordati che bisogna aver paura dei vivi.”

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