Il cibo nel piatto [30]

Voigtlander Vito Bl Ob.Color Scopar f/2.8 50mm
L’insegnante deve dare l’esempio.

Un cavallo addestrato trova da solo la strada di casa. Se il cavallo potesse parlare, probabilmente durante l’addestramento avrebbe manifestato le sue opinioni, che non saranno sempre state uguali a quelle dell’addestratore.

Ma ora, con l’addestramento ricevuto, il cavallo può avere la soddisfazione di dire: “Guardate che io so trovare la via di casa da solo.” Ma non ha, nel nostro caso, imparato da solo. Se avesse imparato da solo, forse non avrebbe imparato affatto o comunque, con ogni probabilità, ci avrebbe messo molto più tempo. Piuttosto che un cattivo insegnante, meglio nessun insegnante: so sbagliare da solo. Inoltre, chi sa, parla molto poco e piuttosto tende a dare l’esempio.

Il cavallo comunque non è disposto ad imparare dal primo venuto: come tutti gli animali che possono imparare grazie alla loro intelligenza, anche il cavallo, prima di decidersi ad imparare, sottopone l’istruttore a dei tests. Sembra che lo sfidi, che faccia le bizze e proseguirà, forse anche per sempre, con questi atteggiamenti nel caso che non si fidi dell’istruttore. L’istruttore deve conoscere ciò che è bene per il cavallo e deve avere polso, carattere, determinazione; deve inoltre far sentire al cavallo di essere suo amico, deve far capire al cavallo che può fidarsi di lui perché l’animale deve capire di trovarsi in buone mani.  Se capisce tutto questo, anche il cavallo più ombroso è immediatamente disposto ad imparare: non esiste animale intelligente che non sia disposto ad imparare, a patto che l’istruttore dimostri di sapere come vadano le cose e dimostri di amare l’allievo, di qualunque specie animale sia.

Da migliaia di anni è così e così è sempre stato anche tra gli esseri umani.

L’insegnante deve sapere quello che fa e se vuole essere ascoltato, deve dimostrare di aver messo a frutto nella vita ciò che insegna e di aver avuto un ragionevole successo.

Dobbiamo quindi renderci conto che l’allievo è un critico terribile dell’insegnante: se l’insegnante non ha avuto successo nella vita, cosa mai mi potrà insegnare? Questo è il dramma dei nostri tempi: abbiamo dimenticato che gli insegnanti devono dare l’esempio. Il Rinascimento era anche il rapporto artigiano – garzone.

Sino a quando ci saranno insegnanti che accettano stipendi da fame, avremo, nella migliore delle ipotesi, scolari destinati alla fame: c’è da augurarsi che non ascoltino gli insegnanti e che vogliano fare qualcosa per conto loro.

Le professioni artigianali, compresa l’agricoltura, sino al 1940 circa, creavano allievi eccezionali.

Il ragazzo della famiglia contadina vedeva il genitore competente, esperto, che sapeva usare i suoi attrezzi: la falce, il rastrello, governava il bestiame, sapeva quando seminare e così via. L’artigiano bottaio, bottaio da innumerevoli generazioni, di padre in figlio, usava i suoi strumenti, sempre quelli, per fare le botti. Tutti costoro mandavano avanti la famiglia e i ragazzi che imparavano capivano di avere una guida sicura, che sarebbe servita per la loro vita futura. I ragazzi vedevano un avvenire, una famiglia loro, che avrebbero costruito forse assieme alla ragazza appena conosciuta. Poi… dal 1940 circa sono arrivate le macchine, i trattori, i diserbanti e potrei continuare con mille diavolerie che dovevano essere usate dai padri di famiglia, ché altrimenti non sarebbero stati moderni e  sarebbero stati nessuno. Ma il vero dramma è che comunque anche ora sono nessuno: come districarsi nei modelli di falciatrice sempre modificati? Come leggere tutti i manuali? Per non parlare del vicino Carrer, che ha usato la tecnica X con la macchina Y e ha avuto un risultato migliore del mio… sì ma il vicino Cescon, che ha usato la tecnica W con la macchina K e ha speso metà, ma lavora un poco di più… che sia migliore o peggiore? mah!

Quale scegliere? Una volta, sino a qualche anno fa, tutti usavano le stesse tecniche e ben figuravano agli occhi dei figli, mentre ora… sono chiaramente degli sprovveduti, schiacciati dal consumismo, non hanno più la soddisfazione dei raccolti ma la rabbia dell’incompetenza: e questo, i figli lo sentono, lo intuiscono. Poi vanno a scuola ed hanno come esempio degli insegnanti sottopagati e frustrati. Poi assistiamo al frustrato genitore che, sentendosi insicuro, deve attribuire all’insegnante insicuro le colpe dell’insuccesso dei figli e va a scuola per litigare con gli insegnanti. Sono tutte cose nuove: se il genitore si sentisse sicuro, direbbe tra le righe al figlio: “Io so il fatto mio e ti servirò da guida per la vita: comunque impara il più possibile a scuola e, anche se l’insegnate non è all’altezza, porta pazienza, tanto un lavoro ce l’hai con me.” Ma oggi non è più così.

Quando uno sa il fatto suo, basta che insegni le cose principali: non serve chiedere l’attenzione all’allievo. L’allievo giudica se l’insegnante merita di essere imitato e in tal caso impara per imitazione anche se le cose non sono esplicitamente insegnate. Se il maestro non merita di essere imitato, l’alunno non imparerà se non materie mnemoniche come ‘La donzelletta vien dalla campagna’. La poesia del Leopardi, invece, dovrebbe venire in seconda battuta per gli allievi che non hanno ancora superato il test su come affrontare la vita. Diverso è quando le cose vanno bene, l’economia prospera e il futuro è assicurato: se il futuro è sicuramente sicuro, allora ‘La donzelletta’, dopo che il fisico è appagato col pane, ‘La donzelletta’, dicevo, appagherà lo spirito. Il conte Ugolino, che per la fame mangiò i suoi figli, non avrebbe contemporaneamente apprezzato l’Iliade o l’Odissea.

Una volta imparate da un insegnante di rispetto le cose, non si dimenticano più.

Mia nonna non lasciava mai il cibo sul piatto e diceva sempre che, con la fame patita durante la Grande Guerra, non se la sentiva di lasciare il cibo sul piatto. Non me lo ha mai insegnato direttamente ma sempre parlando con se stessa. Io non posso lasciare cibo sul piatto: rispettando l’insegnante, adotto sempre i suoi suggerimenti, per quanto semplici. Mia nonna era, secondo me, una persona di successo: aveva allevato tre figlie da vedova, mandandone una anche in collegio e quindi ero sempre molto attento a quanto diceva o faceva perché per me era conveniente… e sì che aveva fatto solo la quarta elementare e probabilmente non conosceva Leopardi. Ma sapeva, ad esempio, che chi ha soldi mangia e chi non ne ha guarda, facendo così nella mia testa un ordine assoluto rispetto a certi personaggi velleitari che parlano di diritti ignorando i doveri. Mia nonna avrebbe detto: “se vuoi, alla notte puoi sognare di non lavorare ma alla mattina bisogna far merenda…”. Troppi invece hanno sognato anche di giorno di diritti non connessi a doveri.

Non tutti gli insegnamenti sono giusti: è sufficiente che lo siano in parte preponderante, altrimenti uno deve buttarli via tutti e cominciare di nuovo. Questo è il dramma che stiamo vivendo oggi: non si vogliono imparare cose sbagliate: dal genitore di insuccesso e dall’insegnante di insuccesso. E questo, giustamente. La maledizione si tramanda quindi di generazione in generazione.

 Per uscire dal giro vizioso, dobbiamo dapprima formare gli insegnanti e rivalutarli.

Chi si rifiuta di imparare da uno che sa? Non da uno che finge di sapere perché ha un diploma: ho detto da uno che veramente sa, che può dare l’esempio. Il problema della società occidentale sta tutto nell’abisso che separa l’evoluzione tecnologica dalla formazione degli insegnanti. Secondo me, il livello vero dell’occidente è il livello dei suoi insegnanti, non il livello tecnologico.

La Germania è stata più avanti del resto dell’Europa negli ultimi duecento anni per le sue Hochschulen, che devono obbligatoriamente effettuare al loro interno la ricerca nel campo delle scienze, dell’economia, della pedagogia, della teologia e delle arti e che sono diverse dall’università. I giovani ne escono con una formazione completa e in qualche aspetto innovatrice. Ma l’Unione Europea sta distruggendo anche questo, portandole lentamente al sistema Bachelor – Master. Anche in Italia abbiamo assistito alla nuova laurea breve, che non è una Hochschule tecnica formativa migliore ma semplicemente l’università di cinque anni con due anni in meno. Il tempo perso non si recupera: è perso per sempre.

Secondo voi, cosa pensa uno come me quanto sente dire, con la crisi, che non bisogna sprecare, che devono diminuire gli avanzi? Io penso che mia nonna la sapeva più lunga di certi Soloni che per anni han parlato di benessere per televisione. Erano insegnamenti  basati sul nulla.

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