Cortina, i Vitelli e il business [32]

cortina
Cortina (BL) nel 2001, Corso Italia.

Non è facile rendere l’atmosfera di una pista da sci. O meglio, non era facile. Ora è facilissimo perché quando ne hai percorsa una, le hai percorse tutte o quasi, tranne qualche pista riservata alle gare internazionali: anche quelle, tuttavia, sono state in tutto o in parte modificate.


Il lettore si chiederà il perché di questo blog. Il motivo è semplice: spiegando lo scempio fatto sulle piste si capisce, senza ombra di dubbio, cos’è il business. L’unica ragione infatti per modificare le piste è l’avidità di denaro e le piste da sci sono pertanto l’esempio assoluto del fatto che conta solo il denaro e nient’altro.
Dice un lettore: ‘Non si può pretendere che non ci sia il business, saresti un ingenuo; se hanno cambiato le piste vuol dire che bisognava farlo e ogni modificazione ha inevitabilmente i suoi lati negativi ed anche positivi.”
Risponderemo a quest’affermazione dopo la dimostrazione che ci accingiamo a dare e poi non servirà dimostrare più niente perché sarà chiaro per tutti cosa intendiamo illustrare.
• Ci sono le piste verdi, adatte ai principianti che a fatica possono divertirsi perché già lo stare in piedi sugli sci costituisce per loro un risultato. Tali piste sono le cosiddette ‘bùse déle rane’ [buche per le rane], così chiamate da chi c’è stato dentro fino a ieri e ne è appena uscito. Si trovano nel più profondo della vallata e sembrano delle piste da fondo.
• Ci sono le piste azzurre, un poco più impegnative delle verdi e che consentono di pavoneggiarsi un pochino ma non troppo. Le frequentano i giovani velleitari alle prime armi, nonché le famigliole coi bambini di sei o sette anni, a patto che scìino già da una stagione.
• C’erano le piste rosse, di vari gradi di difficoltà, dal rosso chiaro al rosso scuro, mai tuttavia rosso sangue: la sera, attorno al camino, con un vin brulé in mano, non si parlava di piste verdi o di azzurre: si parlava dalle rosse in su. Ogni rossa aveva la sua pendenza, media e massima e la massima non era proibitiva. Il percorso tuttavia era sempre originale, come deciso da madre natura. Ne riparleremo nell’esempio più sotto. Abbiamo scritto che ‘c’erano le piste rosse’ perché ora non ci sono più. Ci sono delle autostrade tutte uguali.
• C’erano (e ce ne sono ancora poche) le piste nere. Difficili, ma non mortali. Finito di parlare delle piste rosse, due o tre dei dieci presenti parlava delle nere. Bisognava essere allenati, in forma, saper sciare, amare lo sci e rinunciare a tante altre piacevolezze, come ad esempio il night club. Una nera fatta dopo un paio di nottate in discoteca poteva anche aprire le porte al Codivilla (Ospedale di Cortina per i traumi e le fratture): oggi alcuni punti delle nere sono stati smussati, in modo che molte volte anche le nere non sono più nere. Un esempio classico era la Forcella Rossa che scendeva da Ra Valles [Le Valli dell’alpeggio], in Tofana,  a Cortina: nonostante il nome, era nera, nerissima: aveva un passaggio con 6 passerelle in legno piantate nella viva roccia, che scendevano a zig-zag sullo strapiombo, le passerelle oscillavano sotto il peso dello sciatore e avevano in fianco una rete molle per raccogliere coloro che, come dei gamberi, fossero caduti dalle passerelle stesse. Un cartello ‘Attenzione! Pista per sciatori esperti’ con un bel teschio disegnato, incoraggiava o deprimeva l’avventuroso. Inoltre nella gola c’era sempre un bel venticello a 60 o 70 chilometri orari che sembrava dire: “Lasciate ogni speranza…” Vorreste provare anche voi? poveri… non troverete più niente: o meglio, troverete la solita autostrada, sbancata col tritolo ed è sparita anche la gola ventosa; quindi la Forcella Rossa ora è veramente rossa e non più nera. Una nota: anche ai tempi eroici, solo Cortina aveva piste veramente nere. Anche a Cervinia ce n’erano un paio ma i percorsi erano brevi.
• Poi, il fuoripista, anche mortale: o per le rocce nascoste dove ti spacchi le ossa o per i pini mughi nascosti sotto la neve che al tuo passaggio scattano su come una molla per farti morire nella caduta verso valle o per le slavine che tu stesso puoi causare, generando magari una valanga. Naturalmente ci sono fuoripista e fuoripista. Il più impegnativo in assoluto, con rocce affioranti, parte dal Bus Tofana di Cortina e va giù sino al Rifugio Dibona. Dopo averlo fatto, te lo sogni per alcune notti. Pochi attorno al camino parlano del fuoripista perché arrivati ad un certo livello non conta più avere stelle d’oro, aver fatto agonismo e cose del genere: conta l’allenamento. Il mio allenatore di agonismo, Osvaldo Alberti, diceva, a proposito del fuori pista: ‘Uomo allenato, uomo salvato.’ Ci sono dei fuoripista divertenti e non pericolosi, dove tuttavia se ti fai male  non viene a prenderti nessuno, come ad esempio il fuoripista della Val Orita, che parte dal Sorapiss (Faloria) e va giù sino ad Acquabona (San Vito di Cadore) o come la nera del Passo Pordòi (quest’ultima un po’ più impegnativa).
Ora vi siete fatti un’idea ma, attorno al camino, di piste rosse non si parla più. Le piste rosse, tutte diverse tra loro, erano, solo a Cortina, una trentina: ora sono trenta autostrade tutte uguali: non potevano lasciarne almeno una, come l’aveva fatta messer Domineddio?

E ora spieghiamo perché sia chiarissimo che si tratti esclusivamente di un business.
Vediamo com’è ora la pista dei Vitelli nell’Alpe Falòria, alpeggio ai piedi del monte Sorapìss (o Sorapìs): la pista era rossa ma ora l’aggettivo non ha più alcun significato. Il nome (Vitelli) deriva dal fatto che c’era un tratturo che da Rio Gere (ai piedi del monte Cristallo) portava su sino all’alpeggio e il tratturo consentiva il passaggio di due o tre vitelli al massimo. E ora guardate:

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Ecco l’impervio sentiero dei Vitelli:
• Un’autostrada dove si può scendere affiancandosi in cinque alla volta.
• La pendenza è ridicola ma non troppo.
• La difficoltà è da pista azzurra.
• Il segno giallo rappresenta un paio di sci e quindi si desume che si possa scendere a 60 km l’ora. I due punti celesti indicano le curve massime che si possono fare senza cadere nel ridicolo di fermarsi: la serpentina, cioè, non è praticabile (zig-zag divertente). Ci si trova ad andare veloci per forza, con uno sforzo ginnico minimo. Lo possono fare anche coloro che non hanno allenamento alcuno.
• Le calorie che si consumano sono ridicole.
• Tali piste sono fatte per uccidere, perché si acquista molta velocità relativamente senza fatica ma in caso di ostacolo imprevisto ed improvviso (un altro sciatore) bisogna avere una padronanza assoluta per fermarsi in un fazzoletto di spazio.
• Un lavoro di sbancamento, riempimento, allargamento tali che anche chi ha sciato due ore dico due, in tutta la sua vita, è in grado di percorrerla, anche velocemente, se le gambe lo reggono. Se poi le gambe non lo reggono, ci si uccide scontrandosi con altri sciatori.
• Tutti vanno e solo i sopravvissuti parlano senza neanche rendersi conto del pericolo corso.
Tutte così, le piste moderne: ma una, non la potevate lasciare com’era? Una sola?

E vediamo dunque com’era la pista dei Vitelli negli anni ’70:

comera

• Osserviamo, nelle due foto, la stessa identica posizione, dove oggi il tratturo del bestiame è stato riempito e le fiancate sono  state sbancate con la dinamite.
• La striscia gialla era la lunghezza dello sci.
• Chiaramente, più di uno alla volta non si poteva sciare: non era possibile alcun affiancamento e bisognava mantenere una distanza di sicurezza tra gli sciatori.
• Era impossibile, anche per Zeno Colò, scendere velocemente in un budello del genere: dopo 50 metri si sarebbero raggiunti i 70/80 chilometri l’ora, con conseguente abbraccio di un péz [abete rosso] e questo nella migliore delle ipotesi.
• La velocità di discesa era mediamente di 5 km all’ora ma con notevoli differenze: ipotizzando d’iniziare il percorso seguendo la direzione della freccia marrone, i pallini verdi denotano la parte di attraversamento che partiva dal quasi fermo sino ai 20 km. all’ora, dopodiché si dava inizio alla prima contropendenza (primi pallini neri) per quasi fermarsi al culmine della contropendenza stessa. A quel punto, puntando il bastone, si giravano le punte verso destra e verso il vuoto e si riacquistava velocità, seguendo gli ultimi pallini neri. Poi, altra contropendenza e s’iniziava la sterzata verso sinistra seguendo i pallini rossi: si proseguiva in tal modo per tutta la pista.
• Il consumo di energie era notevolissimo (dieci volte il consumo attuale).
• Nessuno prendeva velocità e nessuno si era mai fatto male e men che meno c’erano scontri con altri sciatori: quando si cadeva, si cadeva da fermi. Certo, era un po’ faticoso e richiedeva un certo allenamento.
• Era divertente e bisognava veramente saper sciare.
• Un mio ospite alla fine dei Vitelli disse una volta: “Ah, molto bello! L’unica pista che va sempre in su…” e si riferiva alle contropendenze.
• Il gatto delle nevi non poteva accedere a un tratturo così stretto e la pista aveva un sacco di gobbe e cunette divertentissime e non c’erano ski boards: gli ski boards, come in Canada, per evitare pericoli, dovrebbero avere piste riservate.

Morale: hanno distrutto un mondo per i soldi… ma una, dico una, la potevate lasciare, no? Anche se la gente si uccide, pazienza, basta che siano tanti e che paghino…

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