L’Amalia del ghiaccio [36]

CaVenezia
Venezia, Riva degli Schiavoni, Calle della Pescarìa, 3975, sestiere di Castello.

Revisione del 14 nov 2018 – Molte volte, nella vita, non ci passa neanche per l’anticamera del cervello di poter sbagliare e ci comportiamo così in modo assurdo e ridicolo.

Sino a quando qualcuno non ci spieghi il nostro errore e allora, talvolta, ci ravvediamo ma talvolta no. Sarebbe auspicabile che quando uno si sente dire “Sei come l’Amalia del ghiaccio” capisse che sta commettendo un perverso errore. Ed ecco l’episodio.

Siamo a Venezia, nel decennio 1950-1960. Io abitavo sulla Riva degli Schiavoni, in un appartamento al primo piano, segnato nella fotografia con un fregio circolare rosso. Sulla destra, si vede un fabbricato color rosso mattone, colore caratteristico  veneziano: si tratta dell’Albergo Gabrielli, sempre pieno tutto l’anno di turisti, come un uovo. Nella calletta, strettissima, (Calle del Cagnoleto) posta tra la mia casa e l’albergo, abitava una famiglia (quella della signora Amalia) che viveva portando il ghiaccio (formato in lunghi parallelopipedi da un metro e mezzo circa) in giro per le famiglie della parrocchia. Il ghiaccio veniva avvolto in sacchi di juta e, a richiesta delle famiglie, veniva rotto in pezzettoni da 25 o 30 centimetri circa. Nessuno aveva il frigorifero, o quasi e si adoperavano le ghiacciaie di legno con gli interni in ferro zincato, dove si poneva per l’appunto il ghiaccio. Un recipiente, pure in ferro zincato, era collocato sotto la ghiacciaia per raccogliere l’acqua del ghiaccio, mano a mano che quest’ultimo si scioglieva. Mio padre ha comperato il primo frigorifero Ignis nel 1952. Era un frigorifero con le pareti da 30 centimetri e lo spazio interno era talmente piccolo da essere quasi ridicolo: tuttavia, negli anni 2000, lo stesso frigorifero funzionava ancora perfettamente, anche se molto rumoroso. Siamo quindi stati tra i primi ad abbandonare i servigi dell’Amalia del ghiaccio.

Dunque la signora Amalia, pur non avendo studiato, aveva nella sua casa un’igiene assoluta e un certo decoro. L’albergo Gabrielli, perennemente a corto di stanze, apprezzava molto il nitore dell’Amalia e aveva preso degli accordi con lei per la fornitura di un servizio che oggi si definisce ‘Bed and Breakfast’ [Letto e colazione, letteralmente ‘Letto ed interruzione veloce’] che allora si chiamava semplicemente ‘Dormìr e marénda’ [Dormire e merenda]. 

L’Amalia preparava i letti ed una abbondante prima colazione con le solite cose: le camere erano due, con bagno in comune ma a quei tempi non era una grossa privazione.

L’Amalia forniva anche il servizio di sveglia e quando gli ospiti si sedevano, per la prima colazione, cominciava l’avventura che stiamo per raccontare.

L’Amalia sapeva a malapena qualche parola d’italiano: figuriamoci cosa potesse sapere delle lingue straniere e, purtroppo per lei, la stragrande maggioranza dei suoi ospiti non era italiana.

S’iniziava il dramma goldoniano con “Vołéo marmełàta o vołéo mièl? Diséme anca chi che vól cafè o tè o sùghi de frùti… e vołéo pàn o fugasséte…” [Volete marmellata o volete miele? Ditemi anche chi vuole caffè o the o succhi di frutta… e volete pane oppure brioches…]

Amalia

La risposta era “no entiendo”, “I don’t understand”, ”Ich kann Sie nicht verstehen”, “Je ne comprends pas”, “Não entendo”, “Δεν καταλαβαίνω” per limitarsi alle lingue principali.

A questo punto l’Amalia parlava con sé stessa in dialetto e diceva: ”Anche stamattina, tutti sordi: niente capire! Questi poi parlano diverso da quelli di ieri mattina: questi, dalle carte, devono essere turchi!” [Carte passate dall’albergo per gli eventuali controlli di Polizia]

Subito dopo, senza perdersi d’animo, riattaccava tutta la sua filastrocca: “Vołéo marmełàta…” eccetera, però, questa seconda volta, con un tono di voce molto più alto del la volta precedente. Naturalmente, gli ospiti non davano cenno d’intesa, esattamente come prima. Allora l’Amalia usciva, in dialetto, con “Anime di tutti i miei morti! E poi gli avanza di parlar male degli italiani! Questi non capiscono proprio niente!” e per la terza volta ripeteva la sua identica filastrocca, urlando, però, letteralmente a squarciagola.

Insomma, cosa pensava? che fossero tutti sordi oppure che, gridando, i problemi linguistici potessero essere superati? non si saprà mai…

Bisogna dire che l’Amalia ripeteva il suo grido di guerra non più di tre volte: dopo la terza volta, gridava forte ełóra, rangéve! [allora, arrangiatevi!] e portava a casaccio quel che le capitava sotto mano. Gli ospiti, atterriti, erano ben felici di consumare la tanto agognata colazione senza ulteriori complicazioni: quel che passava il convento…

Queste cose le so perché, nonostante fra casa mia e la casa dell’Amalia ci fossero in linea d’aria più o meno cinquanta metri, l’Amalia gridava talmente  forte che si sentiva tutto perfettamente.

Per cui, la morale è: non fate come l’Amalia del ghiaccio, non è detto che la colpa sia sempre degli altri e potreste essere anche voi una concausa del problema.

2 pensieri riguardo “L’Amalia del ghiaccio [36]”

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