La cartella scolastica [42]

veneziaRevisione 14 nov 2018 – Bisogna provare a fare, a piedi, un chilometro e duecento metri con una cartella piena di libri, quaderni, penne e matite, dal peso di 4 quintali e 80 chili.

I comodissimi zaini di oggidì erano di là da venire.

In una mattina di febbraio, con una nebbia che non avete mai visto, col pericolo, in qualche fondamenta, di trovare un anziano caduto in acqua che sta per annegare, sotto il peso del suo cappotto. In cartella avevate anche una maglia di lana di ricambio infilata in un sacchetto di carta per cercare di tenerla asciutta (i sacchetti di plastica erano di là da venire). Dovevate arrivare a scuola con dieci minuti di anticipo, per cambiarvi: via il maglione bagnato dalla nebbia, via la camicia bagnata e via la maglia di lana bagnata per mettersi la maglia asciutta (forse non più asciutta…) tenuta nel sacchetto di carta, rimettersi la camicia bagnata e il maglione bagnato ma almeno la maglia sulla pelle era accettabile e non letteralmente fradicia.

Pronti per la prima ora. La nebbia era intanto scesa nei polmoni, mista ad acqua salsa e alla carbonella dei vaporetti: in pieno giorno, non si vedeva a due metri o tre al massimo e nella gola scendeva una cosa fredda, sporca e salmastra. Nelle fondamente (plurale: in veneziano, la fondamenta, le fondamente), camminando a passo veloce, si rischiava di scontrarsi con qualcuno. Le persone vestite di scuro erano le più visibili: si intravvedeva la loro sagoma. Se erano vestite di bianco, non le vedevate, come i preti domenicani o certe suore. C’erano fondamente con la fascia di pietra bianca sull’orlo per evitare il rischio di cadere in acqua ma c’erano anche le fondamente senza la fascia bianca, come la famosa Fondamenta della Misericordia, che porta alla palestra della Reyer, la nota squadra di pallacanestro: infatti la gente alla Misericordia moriva annegata; provate a cadere in acqua col paltò… si può sopravvivere ma bisogna togliersi il cappotto sott’acqua e allora risale il cappotto e risalite anche voi: altrimenti, si va giù… andate giù voi col vostro cappotto. Non si sa bene il perché ma succede così.

nebbiano
1960-Fondamenta San Giorgio degli Schiavoni senza nebbia.
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1960-Fondamenta San Giorgio degli Schiavoni con nebbia simulata 85%.

Ecco due fotografie identiche, con una simulazione della nebbia: la realtà era peggiore, soprattutto nello sfondo. Notare che la visibilità si limita alle prime quattro o cinque file di pietra d’Istria.

Qualche volta ma proprio qualche, all’una del pomeriggio, sulla via del ritorno, la nebbia era scomparsa: frequentemente, ce n’era ancora a sufficienza per inzupparvi le ossa; non è la nebbia alla quale siamo abituati noi in terraferma ed anche i rumori sono ovattati dalla nebbia stessa. Quando ci si alzava, al mattino, si sapeva già se c’era la nebbia o meno. Se c’era il nebbione, quasi non si sentivano i rumori e si sentiva solo la campana della boa B21 (in caso di nebbia, un incaricato, in barca, a rischio della vita, sbloccava el batòcio [battòcchio o battàcchio] della campana) che col suo lugubre rintocco, mossa dalle onde della laguna, segnalava l’incubo in essere. Se lo scampanìo era veloce, significava che c’era anche mare mosso.

Prima che ci fossero i radar, la navigazione da e per il Lido era bloccata e i vaporetti arrivavano solo fino al pontile dell’Arsenale, di fronte a casa mia: il resto ovvero i Giardini, Sant’Elena e il Lido non erano accessibili per l’eccessivo pericolo. Nemmeno San Michele (il cimitero) e Murano erano raggiungibili: di Burano e Torcello, neanche parlarne. C’erano anche le due sirene dell’Arsenale (l’Arzanà de’ Viniziani, di dantesca memoria, Inferno, canto XXI), una alle otto meno cinque e una alle otto, che chiamavano al lavoro gli operai e che col nebbione si sentivano a mala pena. La sirena era quella installata durante la guerra per la difesa antiaerea: risultò poi che Venezia era città aperta.

Mio padre sosteneva che anche Dresda era città aperta ma contò lo stesso 300 mila morti e pensò bene di mandare sua moglie a partorire il primogenito ad Oderzo, da mia nonna.

Tornando all’Arsenale, gli operai sostenevano che se la linea del vaporetto si fosse fermata prima dell’Arsenale non sarebbe stato male… così avrebbero accampato scuse per marinare il lavoro. Il verbo marinare, nel caso dell’Arsenale e di Venezia, mi sembra acconcio.

Parliamo ora del secondo flagello, ovvero della pioggia: quando pioveva, solitamente non c’era il nebbione. Ma il quadro non era migliore. Di solito a Venezia, d’inverno, se non c’è la nebbia è perché c’è tramontana o bora: lo scirocco, d’inverno, o il libeccio, non sono frequenti. Vento gelido e pioggia, un chilometro e duecento metri su pietre fradicie, magari col nevischio, con una mantellina impermeabile di gomma Pirelli e il viso sferzato. Si passava poi tutta la mattina coi piedi bagnati, senza contare che le lezioni erano disturbate dai tossivendoli che, con le scarpe bagnate, s’erano presi un raffreddore o una bronchite.

E veniamo al terzo flagello, al dramma dei drammi: l’acqua alta che certamente è peggio della nebbia e certamente è peggio anche della pioggia. Poche volte, per fortuna, i tre flagelli (nebbia, pioggia, acqua alta) arrivano combinati: quando si combinano, parecchi non si muovono di casa perché c’è un limite a tutto.

Il nostro cappellano recitava: “Flagello di Dio, che togli i peccati dal mondo…” Non so quali peccati: di fatto, aumentavano le imprecazioni, alcune delle quali blasfeme.

Diciamo, prima di tutto, cos’è l’acqua alta: fognatura, carissimi! solo nauseante fognatura e nient’altro. Dice: ma è romantica… per un veneziano, non è vero!

In caso di acqua alta, la bardatura era la seguente: stivali inguinali (per chi aveva i mezzi per comperarli) ai piedi o a tracolla, a seconda che l’acqua alta ci fosse già o che fosse solo prevista. Non si poteva in ogni caso stare in classe con gli stivali (era proibito, perché non tutti li potevano comperare e quindi, ipocritamente, si voleva ignorare il problema) e quindi il somaro doveva aumentare il suo carico ed aggiungerci un sacchetto di stoffa con dentro un paio di scarpe. Fare un chilometro e duecento metri, guadando l’acqua alta, ha essenzialmente due problemi:

  • Evitare orribili e nauseanti corpi estranei, emersi dalle fogne.
  • Guadare il percorso, che si considera solitamente triplo per la resistenza all’avanzamento posta dall’acqua: come fare, nel mio caso, 3 chilometri e seicento metri. Naturalmente, la fatica dipende anche dall’altezza della marèa.

Si arrivava a scuola esausti. Se invece, alla mattina, non c’era stata l’acqua alta e c’era all’una e non si avevano gli stivali, bisognava fare il cosiddetto gìro de l’òca biànca [non so perché si dica così] per evitare le zone allagate. Le implicazioni erano:

  • Bisognava che il percorso asciutto, per rincasare, esistesse.
  • Ammesso che esistesse, bisognava conoscerlo… e non sempre era facile conoscerlo.
  • Se non c’era il percorso, bisognava venire con gli stivaloni anche se il pericolo di acqua era solo segnalato.
  • Il comune non accettava critiche: se aveva esposto un apposito avviso in una bacheca ai piedi del Campanile di San Marco, affisso (l’avviso) non più tardi della sera precedente, il comune stesso era a posto. Era un’ottima scusa per noi ragazzi per andare a far finta di guardare le previsioni ma, in realtà, per fare el liston [lo struscio] dalle 19 alle 20: el liston si fa in Piazzetta vicino alla laguna e non in Piazza. Non c’è un perché e neanche per l’orario invalso. I genitori non potevano esimersi dal consentire ai ragazzi ‘di mirare e di essere mirati’ (per dirla col poeta): volevano forse che all’indomani i figli si ammalassero per la possibile acqua alta? Certamente no…

Per dare un’ulteriore idea del problema, in caso di acqua alta e di mancanza di stivali il mio percorso era di quattro chilometri abbondanti, il che mi faceva rincasare alle 14 e 30 circa.

Come diceva l’orefice: “A Venezia… non è tutt’oro quel che luce…”

Romantico, però… sarà… tenete conto che le passerelle, negli anni ’50, non esistevano.

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