Signorina, vuol favorire? [45]

trattoreGiovanni Lorenzon, detto Neni, era un contadino, figlio di contadini, che abitava in un paesino vicino al Piave. Aveva imparato il mestiere dal padre e aspettava di trovare una ragazza che lo volesse come marito.

Non era facile, perché Neni non era quel che si definisce un Don Giovanni, anche se non era un brutto giovane: forse un po’ troppo magro, un po’ troppo sciupato dal sole che batteva implacabilmente sui campi da coltivare. Inoltre, aveva fatto solamente, dopo le elementari, tre anni di scuola agraria e quindi non era molto versato nelle materie umanistiche. Il padre lo aveva fatto lavorare sodo e come conseguenza non aveva avuto molto tempo per frequentare le compagnie di ragazzi e ragazze. Da buoni cattolici, i suoi genitori lo avevano allevato nel timore e nel rispetto dei costumi tradizionali. Di famiglia, stavano bene: avevano decine di campi, dislocati qua e là, disseminati in tre comuni, membri di un’economia dove nessuno vendeva i propri terreni e dove si poteva aumentare il patrimonio quasi soltanto con le eredità. Fu proprio così che i Lorenzon ereditarono da una zia di Neni altri quattro campi di terra, buona terra da mais, tuttavia distante un’ora buona di strada (percorrendo la strada col trattore). Per fortuna i quattro campi trevigiani (due ettari) erano contigui e, una volta sul posto, si potevano lavorare senz’altri spostamenti.

Una sera, a tavola, si decise che il giorno successivo Neni sarebbe andato a spargere il letame nella nuova campagna appena ereditata. Neni diceva che la terra cominciava ad essere tanta e che non gli restava mai un poco di tempo libero per trovarsi una moglie. La madre, servendogli radicchio verde con intingolo freddo di pasta e fagioli, lo redarguiva dolcemente, con l’assenso del padre, dicendo che una brava ragazza, di buona famiglia, sarebbe stata contenta che la terra fosse stata abbondante, perché questo avrebbe contribuito alla tranquillità della famiglia futura. Inoltre, quando trovasse una ragazza, il suggerimento era di essere un poco meno timido e un poco più spigliato… se mi capisci… Neni capiva, capiva… sgranocchiando un cicciolo di lardo e bevendo mezzo bicchiere di raboso, disse: “Va bene, va bene… farò anche questa: partirò domani mattina presto col carico di letame e tornerò domani sera.” Mangiò un pezzo di formaggio di latteria con la polenta abbrustolita sul larìn [caminetto enorme che si trova in ogni famiglia contadina, così chiamato in onore degli antichi dèi Lari romani, spiriti che proteggono il focolare, come sinèddoche per la casa.] e se ne andò a letto.

Il letto lo voleva col materasso fatto di foglie di pannocchia, che aveva imparato ad usare fin da piccolo e che preferiva al materasso di lana o di crine, perché ‘cantava’ e faceva allegria. Alla mattina, alle cinque, la madre lo svegliò mandandogli su il gatto il quale, oltre che prendere i topi nel granaio, era stato addestrato a fare anche da sveglia vivente. Neni fece la prima colazione: due uova all’occhio, salame, muséto [cotechino], pane, polenta, un bicchiere di vino, una mela e un caffè corretto con la grappa. Gli uomini che lavoravano i campi facevano sempre una colazione abbondante.

Attaccò al trattore il rimorchio a doppia sponda, in modo che fosse capiente il più possibile e lo riempì di letame buono, cioè puzzolente al massimo, maturo, quello di una quindicina di giorni fa: per l’appunto, aveva indossato una vecchia tuta, in modo da non sporcare col letame gli altri vestiti che, pur da lavoro, erano in condizioni migliori della tuta. Indossava inoltre, per non sporcarsi i piedi, degli stivali di gomma a mezzo polpaccio: una giacca di fustagno un poco logora e un cappello di lana per proteggersi dal freddo della mattina. Nella sporta di paglia mise due enormi pezzi di pane con dentro due abbondanti porzioni di salame, due fettone di formaggio di latteria, un fiasco di raboso tappato con un tutolo di pannocchia, alcuni spiccioli, la patente A per il trattore (non aveva l’automobile e quindi la patente B non era necessaria). E una torcia a batteria per rientrare alla sera se si fossero rotti i fanali del trattore. Più, ovviamente, la pala spargi-letame, un badile, un piccone e qualche attrezzo minore come un coltello, un cacciavite, una fionda, una corda eccetera. Inoltre prese con sé due taniche di gasolio agricolo di riserva.

paninoArrivò sui campi della defunta zia verso le sette e mezza e cominciò a spargere il letame, cercando di sporcarsi il meno possibile. In verità, i risultati non furono granché e il letame sembrava farlo apposta: si appiccicava dappertutto e a mezzogiorno, seduto sotto un gelso, anche il pane e salame sembravano profumare non solo di letame ma anche di gasolio. Comunque, ci bevve sopra un buon sorso di raboso e riprese il lavoro.

Alle quattro aveva finito e il trattore, che aveva girato tutto il giorno quasi sempre al minimo, si fermò… non c’era verso di farlo ripartire. Decise così di nascondere alcune cose del trattore, comprese le taniche, in una siepe di rovi spinosi. Prese le chiavi e la borsa di paglia e si avviò verso la fermata della corriera, a un chilometro buono di distanza.

Arrivato alla fermata, attese quaranta minuti buoni la corriera, che arrivò quasi alle sei di sera. Era male in arnese: stanco, sporchissimo, puzzolente, avvilito, arrostito dal sole.

occhiFece il biglietto, si sedette in un posto qualsiasi e… visione paradisiaca! Sul sedile a fianco, di là della corsìa, c’era un angelo, mandato dal Padreterno sulla Terra: due occhi azzurri… che occhi! Un tipino… finetto ma sano, tipo snello ma abbondante, un tipetto in carne, elegante, mora, capelli raccolti, un tipo che doveva essere simpatico, anche… avrà avuto venti anni o giù di lì. Poi, la ragazza parlò col bigliettaio: una voce dolcissima, angelica, come il vento quando soffia tra gli alberi di noce, e come gli alberi di noce aveva un profumo meravigliosamente meraviglioso, amaro… ma dolce… ah, che sogno! Ma Neni era conciato come un maiale… cosa fare? riudì la voce della madre… un poco più spigliato… cosa fare? cosa fare?

La ragazza non lo aveva degnato di uno sguardo, anzi, probabilmente sentiva l’odore disgustoso che promanava da lui…

Prese il coraggio a sedici mani, estrasse il pane e salame superstite incartato nel foglio di giornale e guardando con occhi sognanti la fanciulla, disse, offrendo il pane e il salame alla ragazza:

“Signorina… vuole favorire?”

La ragazza, con una smorfia di disgusto, guardò dall’altra parte e non disse alcunché.

Neni voleva essere coerente e cominciò ad addentare rabbiosamente il pane e salame, anzi: ci aggiunse la sberla di formaggio e trangugiò il mezzo chilo di roba. Ma non era facile mandare giù a secco la provvista e, afferrato il mezzo fiasco che rimaneva, tolse il tutolo e bevve due lunghe sorsate.

A quel punto si accorse di aver mancato di rispetto alla signorina: pulì l’imboccatura del fiasco con la parte della manica meno sporca di letame e disse con un filo di voce quasi disperato:

“Signorina, se accetta un poco di raboso… è buono… ma non ho il bicchiere…”

La ragazza, con una seconda smorfia di disgusto, guardò dall’altra parte, come prima e di nuovo non disse alcunché.

Neni era disperato: stava perdendo, per colpa del letame, il più bel momento, la più bella occasione, la miglior situazione, la più interessante visione… almeno… dove abitava la ragazza? chi era? era fidanzata? cosa… dal profondo, riemerse la voce della madre: “Un poco meno timido… se mi capisci…” Ma come? cosa dire? Era quasi arrivato alla sua fermata. Allora Neni, con la forza della disperazione, prese il coraggio a 32 mani, chiuse gli occhi stretti, stretti, strettissimi e in un singulto disse: “Signorina… e di far l’amore… non se ne parla, vero?”

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