El gansèr [46]

ganserParliamo di uno strumento che in lingua italiana viene chiamato ‘mezzo marinaio’, dove ‘mezzo’ non è un aggettivo ma un sostantivo e l’aggettivo è ‘marinaio’. In buona sostanza, il significato è ‘uno strumento, un mezzo che serve alla gente di mare’.

Si tratta di un bastone di legno di frassino (lo stesso che si usa per i remi), lungo un metro e ottanta circa, che ad una estremità ha un doppio spuntone in ferro o bronzo, uno diritto e uno ricurvo (vedi fotografia). Quello diritto, a punta, è ora rivestito di gomma e una volta era rivestito di stracci o con un pezzo di sughero: serve per respingere un’imbarcazione che si stia avvicinando troppo oppure per spingerla verso il largo. Quello ricurvo, pure rivestito nella parte concava di gomma, una volta era tutto avvolto negli stracci: serve per tirare verso di sé un’imbarcazione che non voglia avvicinarsi ulteriormente e successivamente per immobilizzarla. Lo strumento viene utilizzato, nel nostro caso, manovrando da un pontile e serve appunto per facilitare l’attracco di un’imbarcazione. Sino a quando la gondola (o la barca) sia trattenuta dalla parte ricurva, viene facilitata la discesa del passeggero dall’imbarcazione stessa. In veneziano, tale arnese si chiama semplicemente el gànso [il gancio] e colui che lo manovra sui pontili delle cavane (per le gondole) viene chiamato el gansèr [l’agganciatore].

Tale lavoro è utilissimo, soprattutto nei giorni con un poco di moto ondoso e comunque per aiutare nella discesa dalla barca le persone maldestre, come le grasse signor tedesche coi vestiti a grossi fiorami. El gansèr è (quasi) sempre un vecchio gondoliere, non più in grado di portare la gondola per l’età oppure qualche altra volta è un gondoliere relativamente giovane che, per qualche disgrazia, si trovi (immeritatamente, altrimenti non ha diritti) sprovvisto di gondola. Il consiglio degli anziani di cavana (ormeggio delle gondole per le parrocchie viciniori) decide chi saranno, per il prossimo periodo, i gansèri: solitamente due o tre vecchi gondolieri per le cavane piccole, tre o quattro per le cavane grandi, dove lavorano a turno, in modo che uno sia sempre presente.

Alcune cavane hanno anche il servizio di traghetto comunale sui gondoloni: in tal caso il lavoro del gansèr è quasi indispensabile perché il gondolone è molto pesante e le persone non sono sedute, come nelle gondole da undici (metri), e dove si alzano una alla volta (massimo sette); nel gondolone invece i passeggeri sono tutti in piedi, possono essere anche una quindicina e si muovono contemporaneamente, destabilizzando il gondolone stesso. Nel servizio di traghetto, el gansèr, a causa della modestia dell’obolo del traghetto stabilito dal Comune di Venezia, non avrebbe di che vivere e riceve quindi una piccola parte dell’incasso del traghetto (e ha diritto di tenersi anche eventuali mance, che ogni tanto ci sono, pur se modeste). Nelle gondole da undici (metri) invece, el gansèr vive quasi esclusivamente di mance. Se proprio non guadagna niente, ci pensa talvolta la Cooperativa o ci pensa il buon cuore dei gondolieri stessi. Egli ha comunque una piccola pensione e le mance servono per arrotondare, talvolta abbastanza bene: dipende dalla cavana. Avere un posto da gansèr al Danieli o in Bacino Orsèolo (vedi fotografia) è naturalmente un bel privilegio.

Essendo vecchi gondolieri esperti, i gansèri ne hanno viste di cotte e di crude e, se facondi parlatori, sono una fonte di saggezza popolare e inoltre una fonte di divertimento assoluto.

La loro divisa è esattamente come quella dei gondolieri: maglia bianca a strisce blu (o anche rosse), pantaloni blu scuro e cappello classico da gondoliere, talvolta con la scritta Gansèr sul nastro. D’inverno, giaccone di panno blu scuro, come le braghe e basco di lana o di stoffa col pon-pon, pure blu scuro.

bacinoorseolo
Il Bacino Orsèolo con le gondole, le più vicine alla Piazza San Marco. La cavana è chiamata di San Benèto.

Ricordo un gansèr di San Benéto, in Bacino Orsèolo, un certo Luigi, il quale ce l’aveva a morte coi politici. Molto saggio, parlava poco. Ascoltava i presenti che criticavano il governo o i politici, scuotendo sempre la testa in segno di approvazione verso coloro che ne parlavano male. Spessissimo, qualcuno gli rivolgeva la parola: “…e vu, Gigio, cossa disé…” [e voi, Gigio, cosa dite], allora rispondeva:

“Robe più grande de łóri, altro che Serenissima! Sarìa da copàrghene un pòchi!” [Sono cose più grandi di loro (cioè, non sono all’altezza), altro che la Repubblica Veneziana (che secondo Gigio era indubbiamente migliore)! Sarebbe da accopparne alcuni!”

Non precisava mai chi fosse da accoppare. E a chi gli chiedeva: “Ma chi, Gigio, parlé ciàro, copàr chi?” [Ma ammazzare chi, Gigio, parlate chiaro, chi precisamente?] rispondeva:

Cóme, chi!? I savarà lóri, chi… còssa so, mi…” [Sapranno loro, chi… cosa so, io…]

Cioè: i politici sapevano benissimo chi erano tra loro i responsabili, gli incapaci, insomma coloro che secondo Gigio dovevano essere accoppati e non avevano certamente bisogno di indicazioni o suggerimenti da chicchessia…

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