El gansèr [46]

ganserRevisione 14 nov 2018 – Parliamo di uno strumento che in lingua italiana viene chiamato ‘mezzo marinaio’, dove ‘mezzo’ non è un aggettivo ma un sostantivo e l’aggettivo è ‘marinaio’. In buona sostanza, il significato è ‘uno strumento, un mezzo che serve alla gente di mare’.

Si tratta di un bastone di legno di frassino (lo stesso che si usa per i remi), lungo un metro e ottanta circa, che ad una estremità ha un doppio spuntone in ferro o bronzo, uno diritto e uno ricurvo (vedi fotografia). Quello diritto, a punta, è ora rivestito di gomma e una volta era rivestito di stracci o con un pezzo di sughero: serve per respingere un’imbarcazione che si stia avvicinando troppo oppure per spingerla verso il largo. Quello ricurvo, pure rivestito nella parte concava di gomma, una volta era tutto avvolto negli stracci: serve per tirare verso di sé un’imbarcazione che non riesca ad avvicinarsi ulteriormente e successivamente per immobilizzarla. Lo strumento viene utilizzato, nel nostro caso, manovrando da un pontile e serve appunto per facilitare l’attracco di un’imbarcazione. Sino a quando la gondola (o la barca) sia trattenuta dalla parte ricurva, sono  facilitate la discesa e la salita del passeggero. In veneziano, tale arnese si chiama semplicemente el gànso [il gancio] e colui che lo manovra sui pontili degli stazi (per le gondole), viene chiamato el gansèr [l’agganciatore].

Tale lavoro è utilissimo, soprattutto nei giorni con un certo moto ondoso e comunque per facilitare i movimenti delle persone maldestre, come le grasse signor tedesche. El gansèr è (quasi sempre) un vecchio gondoliere, non più in grado di portare la gondola per l’età oppure qualche altra volta è un gondoliere relativamente giovane che, per qualche disgrazia, si trovi sprovvisto di gondola. Il consiglio degli anziani di stazio (ormeggio delle gondole per le parrocchie viciniori) decide chi saranno, per il prossimo periodo, i gansèri: solitamente due o tre vecchi gondolieri per gli stazi piccoli, tre o quattro per quelli grandi, dove lavorano a turno, in modo che uno sia sempre presente.

Alcuni stazi hanno anche il servizio di traghetto comunale con i gondoloni: in tal caso il lavoro del gansèr è quasi indispensabile, perché il gondolone è molto pesante e le persone non sono sedute, come nelle gondole da undici metri e dove si alzano una alla volta (massimo sette); nel gondolone, invece i passeggeri sono tutti in piedi, possono essere anche una quindicina e si muovono contemporaneamente, destabilizzando il gondolone stesso. Nel servizio di traghetto, el gansèr, a causa della modestia dell’obolo del traghetto stabilito dal Comune di Venezia, non avrebbe di che vivere e riceve quindi una piccola parte dell’incasso del traghetto (e ha diritto di tenersi anche eventuali mance, che ogni tanto ci sono, pur se modeste). Nelle gondole normali, da undici metri, invece, el gansèr vive quasi esclusivamente di mance. Se proprio non guadagna niente, ci pensa talvolta la Cooperativa o ci pensa il buon cuore dei gondolieri stessi. Egli ha comunque una piccola pensione e le mance servono per arrotondare, talvolta abbastanza bene: dipende dallo stazio. Avere un posto da gansèr al Danieli o in Bacino Orsèolo (vedi fotografia) è naturalmente un bel privilegio.

Essendo vecchi gondolieri esperti, i gansèri ne hanno viste di cotte e di crude e, se facondi parlatori, sono una fonte di saggezza popolare e inoltre una fonte di divertimento assoluto.

La loro divisa è esattamente come quella dei gondolieri: maglia bianca a strisce blu (meno frequentemente, anche rosse), pantaloni blu scuro e cappello classico da gondoliere, talvolta con la scritta Gansèr sul nastro. D’inverno, giaccone di panno blu scuro, come le braghe e basco di lana o di stoffa col pon-pon, pure blu scuro.

bacinoorseolo
Il Bacino Orsèolo, con le gondole, le più vicine alla Piazza San Marco. Lo stazio è chiamato di San Benèto.

Ricordo un gansèr di San Benéto, in Bacino Orsèolo, un certo Luigi, il quale ce l’aveva a morte coi politici. Molto saggio, parlava poco. Ascoltava i presenti, che criticavano il governo o i politici, scuotendo sempre la testa in segno di approvazione verso coloro che ne parlavano male. Spessissimo, qualcuno gli rivolgeva la parola: “…e vù, Gigio, còssa disé…” [e voi, Gigio, cosa dite], allora egli rispondeva:

“Ròbe più grande de łóri, altro che Serenìssima! Sarìa da copàrghene un pòchi!” [Sono cose più grandi di loro (cioè, non sono all’altezza), altro che la Repubblica Veneziana (che secondo Gigio era indubbiamente migliore). Sarebbe da accopparne alcuni!”

Non precisava mai chi fosse da accoppare. E a chi gli chiedeva: “Ma chi, Gigio, parlé ciàro, copàr chi?” [Ma ammazzare chi, Gigio, parlate chiaro, chi precisamente?] rispondeva:

Cóme, chi! I savarà lóri, chi… còssa so, mi…” [Sapranno loro, chi… cosa so, io…]

Cioè: i politici sapevano benissimo chi erano tra loro i responsabili, gli incapaci, insomma coloro che secondo Gigio dovevano essere accoppati e non avevano certamente bisogno di indicazioni o suggerimenti da chicchessia…

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