La gazza ladra [48]

gazza
Gazza ( Pica pica, Linneo, 1758).

Revisione 14 nov 2018 – La famiglia si chiamava Pillon: Pión in dialetto. La donna principale della famiglia, quindi, si chiamava Pióna, le eventuali ragazzine si sarebbero chiamate Pionéte e Pionéti i piccoli maschi. I cognomi si declinano più o meno come nelle lingue slave, anche se in dialetto veneto non esistono i patronimici, come presso gli slavi.

Inoltre, esiste un plurale familiare omnicomprensivo, che dipende anche dall’accentazione: nel nostro caso, i Pióni.  Per le famiglie molto numerose, con cognomi molto diffusi, esistono, come a Chioggia, i ‘detti’: ad esempio, la famiglia Carrèr (cognome artigianale = il fabbricante di carri) può avere il ramo Carrèr (detto) Peruzzétto e il ramo Carrèr (detto) Rigolétto. Non si dice mai, tuttavia, il cognome e il detto: di solito si usa il detto senza cognome ufficiale: si dirà quindi, ad esempio, Tòni Peruθét e Franco Rigoét. Ovvero Tòni Carèr, ma non si useranno mai entrambi, cioè Tòni Carèr Peruθét, come invece succede in chioggiotto, dove ad esempio si dice Bèpi Bóscolo Anzołéti. In ogni caso, non si pronuncia mai a voce il termine ‘detto’ o ‘dìto’, sia nel Piave che a Chioggia. Per i casi citati, il plurale familiare fa i Carrèr, (e giammai i Carrèri, in quanto la doppia r preclude l’uso della lettera i finale), si diranno per altro i Peruθéti, i Rigoéti.

Dato che ci troviamo in argomento, aggiungiamo che, così come in siciliano, un eventuale soprannome è da considerarsi sempre come una ingiuria, sia per gli adulti che per i bambini. Per i piccoli, può essere una ingiuria semi-scherzosa, che magari nell’età adulta può essere accantonata ma non dimenticata. Un adulto, uomo o donna che sia, se ha un soprannome, non è mai considerato rispettabile in assoluto, al cento per cento: il soprannome comporta sempre una certa diminuzione del rango, anche se la diminuzione possa essere, certe volte, molto piccola.

Un’altra precisazione, circa i nomi: i diminutivi o vezzeggiativi, ricavati dai nomi di battesimo (nome di battesimo = el so nome), hanno una loro peculiarità e non possono essere cambiati. Consideriamo, ad esempio. il nome Giuseppe: una persona può essere conosciuta per Bèpi e tale rimarrà, mentre Bèpo è una persona affatto diversa, così come Bèpe, Bepìn e Bepìno, il quale ultimo, Bepìno, non può essere Bepìn, bensì un’altra persona. Tra due cugini (che si chiamino entrambi Luigi Marin) uno sarà conosciuto, ad esempio, come Gìgi Marìn e l’altro come Gigéto Marìn e tali resteranno per sempre, anche se el so nome xè Luigi. Queste alterazioni del nome avvengono sin dall’infanzia, a titolo di distinzione tra i vari omonimi. In questo modo, se sei persone si chiamano Antonio, potranno essere conosciuta come Tòni, la seconda come Tònio, la terza come Tonino (e rimarrà Tonino anche a novant’anni) eccetera.

La nostra famiglia (dei Pióni) era composta da una moglie con un marito e tre figli ma la moglie aveva portato in famiglia anche i suoi due fratelli: famiglia allargata, quindi, costituita da sette persone. Dei due fratelli introdotti, uno (chiamiamolo B) lavorava come operaio in una fabbrica di botti in legno, tini, attrezzi per la vendemmia e l’altro (chiamiamolo A) era reduce dall’inferno di Marcinelle, con la pusièra (poussière, polvere di carbone) nei polmoni e relativo enfisema, coi soli mignolo ed anulare nella mano sinistra a seguito di una esplosione verificatasi in miniera e viveva con la pensione belga. Era, di fatto, il capo-famiglia indiscusso e quindi non aveva alcun soprannome, mentre (B) ce l’aveva. (A) soleva dire a mia nonna che l’anulare sinistro gli era rimasto perché il destino voleva vederlo maritato, il che, successivamente, si verificò. Il marito della Pióna (chiamiamolo C), dotato di soprannome, era una persona pensionata, ex-operaio stradino, brava persona, di poche parole e sempre un poco sulle nuvole con la sua eterna sigaretta di trinciato forte. Faceva piccoli lavori di falegnameria per il cognato bottaio, come gli spinelli in legno per le botti (càndołe). Al mattino, stava quasi sempre a letto sino a tardi ed era un ex-tifoso del Grande Torino. Dopo la disgrazia di Superga, s’era schifato dal destino cane e ce l’aveva col governo che, a suo dire, per evitare il disastro, avrebbe dovuto prevedere qualcosa. Ascoltava per radio, la domenica, tutte le partite ma, interrogato, rispondeva che lui tifava per il Toro e che comunque il Toro di oggi non valeva un’unghia del Toro Grando di ieri. Ascoltava la radio per puro passatempo e no col cuor in góła, cóme ‘na volta col Torìno…

Il nostro protagonista è il terzo ragazzino, il più giovane, soprannominato Tàto, che all’epoca della nostra storia non andava ancora a scuola e doveva avere tra i quattro e i cinque anni. Era il preferito dello zio (A) e accompagnava lo zio nelle visite che facevano assieme alle famiglie della borgata. Lo zio era costantemente in sua adorazione e invitava il nipote, in presenza della famiglia che stavano visitando, a ripetere e recitare le filastrocche che lo zio stesso gli aveva insegnato. Ad esempio:

Tàto, sa se dìseo ai s-ciòsi?” [Tato, cosa si deve dire alle chiocciole?]

E il bambino. “Tòni Ròni, tìra fòra i quàtro corni…” [Toni Roni, tira fuori le  quattro corna… N.d.a: due di queste quattro corna non sono tali: sono due occhi.]

Al che lo zio andava in sollucchero: “Bràvo el me Tàto…”.

Tato, di per sé, non parlava assolutamente mai, ai limiti dell’autismo. Era però il preferito dagli animali. Il gatto di casa si faceva fare da Tato cose che gli altri non avrebbero potuto fargli, pena qualche graffio e così pure il cane di casa, un grosso cane lupo nero, belga come la pensione di (A) che si lasciava cavalcare in lungo e in largo per il cortile, col bambino che si teneva ben saldo alle orecchie dell’animale, come se fossero state delle redini. Al massimo, il cane lupo uggiolava dal dolore.

Lo zio (A) aveva preparato un giocattolo vivente per Tato: una gazza addomesticata. (ła gàja làdra). L’animale aveva inevitabilmente appiccicato l’aggettivo ‘ladra’: non ho mai sentito dire soltanto ‘gazza’. (A) aveva fatto su un albero di ciliegie un nido in legno (uno scatolotto) con dentro degli stracci e vi aveva tenuto la gazza sin da quando era piccolina, in modo che l’animale lo considerasse il suo nido. La gazza è un animale piuttosto grosso e molto aggressivo: anche il gatto ne aveva paura, perché più di qualche volta aveva ricevuto delle solenni beccate sulla testa. Inoltre, la gazza ha un grido di battaglia particolarmente feroce. La gazza si faceva toccare e palpugnare solo da Tato. Spesse volte, mentre il bambino scorreva qualche giornalino, ho visto l’uccello posarsi sulle ginocchia di Tato per cercare un po’ di compagnia.

La gazza ama particolarmente gli oggetti luminosi e Tato, con la carta vetrata, sfregava per bene i tappi della birra, sino a renderli lucenti al massimo. Poi, con una tovaglia (indispensabile, per la gazza…) sopra il tavolo della cucina, lasciava il tappo lucidato in bella vista in un angolo del tavolo stesso, sopra la tovaglia. La gazza era sovente nei paraggi e quando si accorgeva del tappo, arrivava con un sassolino chiaro nel becco, metteva il sassolino vicino al tappo della birra, prendeva il tappo della birra nel becco e con le zampe faceva un paio di pieghe sulla tovaglia, in modo da mimetizzare almeno in parte il sassolino e volava via sino al suo nido, dove depositava il tappo della birra lucidato. Facendo la piega sulla tovaglia, l’uccello voleva forse complicare la scena o, chissà, creare i presupposti per un inganno.

Periodicamente, Tato prendeva una scala a pioli e, salendo sul ciliegio, controllava nel nido la refurtiva della gazza. C’erano fondi di bicchieri rotti, pezzetti di specchio, sassolini di quarzite, cucchiaini da caffè, cartine metallizzate per le gomme da masticare, aghi da balia, tappi della birra: mai niente di valore ma sempre tutto luccicante. Una volta sola Tato parlò: scendendo dal ciliegio, andò dallo zio e disse: “ła gàja làdra la à ladrà un anèl…” [la gazza ladra ha rubato un anello…], questo, nella segreta speranza che una volta o l’altra, girando per le case del borgo, la gazza potesse impossessarsi di qualche pietra veramente preziosa.

Non era un anello: ovvero, era un anello delle moderne lattine di birra, di quelle a strappo e nulla più. Tato rimase molto deluso dalla spiegazione dello zio.

Una volta sola si è intesa la voce del Tato in assenza dello zio.

Era arrivato, nella casa di contadini vicina, un facoltoso mediatore di uva, interessato all’imminente vendemmia. Aveva una macchina Mercedes nera, enorme. I ragazzini, compreso il Tato, erano in estasi di ammirazione di questo prodigio tecnologico: ”Guarda qua… e guarda là…”

Arrivò il momento in cui il proprietario di tale lussuoso automezzo decise di andarsene. Salutò tutti, anche i ragazzini, e mentre stava per salire, con la portiera ancora aperta, si sentì, per la prima volta in assenza dello zio, la voce del Tato che diceva in tono supplichevole: “Siòr, el fài schitaràr łe ròde…” [Signore, faccia slittare le ruote…]

Era, il desiderio del Tato, talmente grande da far sì che in tale circostanza aprisse la bocca anche in assenza dello zio…

Morale risaputissima: prima, forse, non aveva mai parlato perché non aveva niente d’importante da dire. (Si tratta di una vecchia battuta…)

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