Cotechino a Rialto [49]

musetto
Musetto o cotechino che dir si voglia.

S’iniziò appena finita la Seconda Guerra, quando bisognava tirarsi su le maniche.

Apertura del locale alle 7 di mattina.

S’iniziava la sarabanda che sarebbe proseguita ininterrotta sino alle 9 di sera: sono 14 ore, 365 giorni all’anno. Nei giorni di lavoro era aperto per quelli che lavoravano e nei giorni di festa era aperto per quelli che facevano festa.

Tre vasche di acqua bollente con 4 cotechini per vasca a scaldare.

8 fette ricavate da ogni cotechino da 16 centimetri circa, ottenendo il necessario per 4 panini.

12 panini ogni sei minuti, 1680 panini al giorno.

3360 fette al giorno ovvero 420 cotechini al giorno.

252 chili di pane al giorno.

4 damigiane abbondanti di vino rosso al giorno.

33 chili fra senape e mostarda, ogni giorno.

Si entrava nel locale e si poteva ordinare solamente il panino col musetto (o cotechino che dir si voglia). Due fettazze di pane, una che faceva da coperchio, una da fondo del panino, con dentro due fette di musetto.

Si poteva scegliere fra una spalmata di senape oppure una spalmata di mostarda vicentina. Si poteva scegliere inoltre fra un bicchiere di rosso e un bicchiere di acqua rubinettosa. Il bicchiere era di vetro con spessore da record: forse un centimetro, forse di più.

Mentre il panino era favoloso, del vino non si poteva dire altrettanto: dolciastro, sciropposo ma tannico, attorno ai 10 gradi di alcol, forse raboso veronese o suo tagliato parente. La scusa per il raboso era che a Venezia il vino si rovina facilmente con l’umidità.

Volevate il caffè? Dovevate andare al bar vicino.

Quattro persone al banco. Uno tagliava pane e uno tagliava fette di cotechino. Il terzo confezionava i panini e chiedeva: “vólo mostarda o senape?

Il quarto mesceva il vino nel 99% dei casi e l’acqua negli altri quasi nessun caso. Inoltre, incassava i quattrini: prezzo fisso.

Questo è durato per anni. Non abbiamo mai calcolato i guadagni perché farebbero inorridire.

Il locale era in Campo San Bartolomeo, detto Rialto, all’angolo del Campo per andare verso il ponte, sulla destra. Nel locale, lo spazio per gli avventori era di settanta centimetri circa: quelli in coda dovevano stare all’aperto. Non c’erano quindi porte, né d’estate né d’inverno. Alla sera, si chiudevano le saracinesche. Non era comunque l’unico locale senza porte: anche un bar in Calle Larga San Marco, il Bar Al Campanile, è ancora oggi senza porte.

I foresti erano tantissimi e tutti guardavano con gli occhi fuori dalla testa quello che tagliava il musetto: col forchettone nella mano sinistra, teneva fermo il cotechino e con un coltellaccio tagliava fette da Gargantua: due o tre centimetri, due centimetri se la fetta era di buon diametro e tre centimetri se si era verso la fine del musetto, per compensare il diametro più stretto. Il panino quasi non entrava in bocca. Il prezzo variava negli anni ma era un pranzo completo a buon mercato, buonissimo mercato: se proprio si voleva, a 50 metri di distanza c’erano poi due o tre bar per bersi il caffè.

Quant’è durato e perché è finito?

Durare, non durava mai più di qualche anno, per sfinimento dei protagonisti. I protagonisti, pieni di soldi, vendevano il tutto per una cifra travolgente e si mettevano a riposo per tutta la vita. E subentravano i nuovi, fino a quando si fermarono tutti.

E perché si fermarono e oggi un locale del genere non c’è più?

Ecco la risposta:

  • Le regole comunali sugli orari, perché ci dobbiamo civilizzare e migliorare.
  • La burocrazia per stupidità, perché ci dobbiamo civilizzare e migliorare.
  • Le regole del ministero della salute pubblica, perché ci dobbiamo civilizzare e migliorare.
  • I sindacati, senza perché.

Dice: “Ma allora, una cosa del genere non può più ripetersi?”

Risposta: “No, caro, non potrà mai più ripetersi. In Italia.”

 

 

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