Mangiate pane [50]

baco
Bombyx mori: il baco da seta.

Revisone 16 nov 2018 – Un mondo scomparso è quello che ruotava attorno alla seta. La seta è il prodotto che, dal filato al prodotto finito, cioè un vestito di alta sartoria oppure una cravatta, un fazzoletto, ha il più alto ricarico, anche più di mille volte.

La seta ha un fascino irresistibile, in particolare, per le donne e prima che arrivassero il rayon (incendiabile, dalla cellulosa, 1924, detto anche seta artificiale o seta del legno) e poi il nylon (poliammide della Dupont de Nemours, 1935), le calze di una donna di classe erano esclusivamente di seta. La lucentezza, la leggerezza e la morbidezza della seta davano alla gamba femminile un fascino inconfondibile. Per lungo tempo, il prezzo della seta pareggiò il prezzo dell’oro. Si dice che Giulio Cesare andasse una volta a teatro con un manto morbidissimo e lucente, facendo sensazione: era seta orientale.
Noi europei non sapevamo come venissero fatti tali tessuti, né i cinesi ce lo dicevano. Non sapevamo niente del baco da seta (bombyx mori, bombice del gelso) e tanto meno del gelso stesso.

gelso
Gelso: morus nigra oppure morus alba.

Il gelso si chiama morus nigra oppure morus alba e, oltre che essere il cibo prediletto del baco, fa delle more nere (e rosse) o delle more bianche bianche, buonissime veramente: anche troppo dolci. Il gelso fu portato in Europa da Marco Polo nel 1271. In veneto, molto logicamente, si chiama morèr nero o morèr bianco, in quanto produce le mòre.
Il baco da seta ormai dipende dall’uomo a causa della selezione delle razze e non è più capace di vita indipendente. In Cina era conosciuto sin da 2800 anni prima di Cristo. Famosa è la via della seta che portava il tessuto sino a noi europei, senza che peraltro in Europa ne sapessimo niente.
Gli arabi, però, sapevano del baco da seta e del gelso  e quando arrivarono in Sicilia (827 d.C.) vi introdussero la coltivazione del gelso e l’allevamento del baco, cercando di non diffondere i dettagli dell’allevamento stesso. Il gelso fu importato (indipendentemente) da Marco Polo nel 1271. Nel frattempo, con la caduta nel 1091 della siciliana città di Noto, occupata dagli arabi, in Sicilia gli arabi non ci furono più.
Sulla difesa, da parte dei cinesi, delle uova del baco da seta e dei semi del gelso e sui tentativi da parte degli europei di conoscerne i segreti, ci sono innumerevoli narrazioni, molto poco concordanti.

more
Le more del gelso.

La massima produzione di seta si raggiunse nel nord Italia dal 1700 al 1800. Cominciò a calare durante il fascismo e scomparve totalmente, o quasi, nei primi anni ’60, a causa della concorrenza cinese, che è il maggior produttore mondiale e che, tutto sommato, sta continuando una tradizione che dura da quasi cinquemila anni.
Riassumendo rapidamente, il baco da seta, dopo aver mangiato foglie di gelso con enorme appetito, esegue quattro mute e poi, alla quinta, per trasformarsi in falena, il baco avvolge se stesso in un bozzolo protettivo: questo processo dura tre giorni o quattro e il bozzolo è costituito da un unico filo sottilissimo, lungo anche novecento metri. Una volta fatto il bozzolo, il baco si addormenta e aspetta di trasformarsi in falena. Se non si interviene, la falena uscirà dal bozzolo, perforandolo, rovinandolo e rendendolo inutilizzabile. Solo alcuni bozzoli vengono lasciati a se stessi perché la falena assicuri le uova della generazione futura: comunque, le falene selezionate oggigiorno non sono più capaci né di volare né di cibarsi da sole.

bozzoli
I bozzoli: ognuno contiene un baco da seta.

Gli altri bozzoli, vengono portati dai contadini agli essiccatoi e i bachi, purtroppo per loro, vengono uccisi dal calore. 
Una volta pagato l’essiccatoio, si portano i bozzoli alle filande, dove il primo lavoro è una cernita e poi è quello di immergere i bozzoli stessi in pentoloni di acqua bollente: questa lavorazione dipana il bozzolo e il bruco, morto fin dall’essiccatoio, può essere utilizzato come fertilizzante. Dal filo di seta, dipanato, s’iniziano alcune altre lavorazioni, come l’avvolgimento in rocchetti di seta (il filato), dove delle ragazze dalle mani delicate annodano i fili in caso di interruzione imprevista.

A noi interessa evidenziare come l’allevamento del baco fosse una delle rare occasioni per il mondo contadino di trovarsi e di aggregarsi.
Qualche contadino di rilievo aveva parecchi gelsi e di conseguenza produceva notevoli quantità di bozzoli (gaéte in dialetto). Per fare questo, doveva allevare parecchi bachi da seta (cavalièri in dialetto) e quindi doveva chiamare parecchie òpere (avventizî a giornata). Alle òpere era usanza offrire, oltre alla paga giornaliera, anche il pranzo di mezzogiorno.

filato
Rocchetti di seta colorati.

Di solito, per far sì che i bachi stessero al caldo enon morissero dal freddo, si costruiva, sopra l’enorme tavolo della enorme cucina (riscaldata), una specie di telaio in legno con parecchi rami di gelso, per ospitare i bachi. Quando ci si accorgeva che i bachi avevano mangiato buona parte delle foglie di gelso, si dovevano sistemare altre foglie fresche sul telaio. Per fare questo, si prendeva il carro con una mucca e se ‘ndèa par fòja [si andava per foglia (di gelso)] nel campo interessato. Era un’ottima occasione per farsi delle scorpacciate di dolcissime more, quasi sempre nere o rosse e raramente bianche.

  • Ci si accorgeva poi che i bachi erano pronti per fare il bozzolo perché in tale occasione el cavalièr el va su [il baco da seta sale], cercando di appartarsi nelle parti alte della ramificazione posticcia per farsi il bozzolo in santa pace.
    A meno che non ci fosse un’altra cucina, quindi, spesso le òpere dovevano mangiare nel sottoportico, un po’ riparato (di solito era comunque giugno) ma non troppo: dipendeva dalla giornata.
    Il menù era solitamente pastasùta de subiòti [pastasciutta di rigatoni] con le frattaglie di pollo in umido (co sbèreghe in técia). Se la famiglia del contadino commissionario era generosa, c’era il secondo fatto de dìndio lessà cółe patàte [tacchino lessato con le patate] e giammai pollo, ché costava troppo, altrimenti come secondo c’era formaggio di latteria. In ogni caso, marmellata col pane come dessert e alla fine il caffè, nelle migliori case anche corretto. Non si usava olio, caso mai col tacchino veniva messa a disposizione mostarda vicentina.
    Il termine dìndio merita una chiosa a parte.
    L’animale era già uno sbaglio di per sé, per colpa di Cristoforo Colombo, il quale avrebbe dovuto chiamarlo Gallina d’America e invece, credendo di essere in Asia, lo chiamò per l’appunto Gallina d’India.
    Come l’amorosa diviene la morosa per eufonìa, contagiando di fatto anche la parola moroso, così la gallina d’india diviene dapprima gallina dindia, senza l’apostrofo.
    Per concisione, si indicò poi la femmina semplicemente come dindia, sostantivando l’aggettivo. Quindi, se la dindia è la femmina, il maschio non può essere che il dindio. Come volevasi dimostrare.
    Durante il desinare, le òpere parlavano, come fanno tutti gli esseri umani che parlano. Parlavano soprattutto del datore di lavoro del momento, se non sentiva. Costui talvolta si aggirava tra i tavoli per cogliere se ci fosse malcontento o meno.
    Una frase storica in dialetto era “Magné ɰmanco pàn…” che sta a significare, novella Sibilla Cumana, una e solo una delle due seguenti opposite frasi:
    1. Mangiate almeno pane… Magné inmanco pàn…
    2. Mangiate meno pane… Magné manco pàn…
    Se la pronuncia è poco chiara, il parlante poteva aver detto una qualsiasi delle due frasi, con notevole divertimento dei commensali, i quali si attendevano comunque, con malizia, la frase stessa, anche se il povero commissionario non l’aveva pronunciata né aveva intenzione di farlo. Si fingeva che il commissionario avesse detto ‘almeno, magiate del pane‘ come invito a mangiare di più ma si sottindeva che, in realtà, egli avesse voluto dire ‘mangiate meno pane‘, ovviamente per tutelare il suo interesse.

    Altro lavoro conseguente era sgaetàr: quando i bachi erano completamente avvolti nel bozzolo ed erano pronti per l’essiccatoio, si trattava di tirarli giù dal telaio e di metterli in ceste di vimini. In previsione di tale lavoro, i giovanotti dicevano, sorridendo furbescamente: “No véde l’ora de sgaetàr…” [Non vedo l’ora di togliere i bozzoli dai rami…].
    Il motivo di questa passione era che, se qualche ragazza si arrampicava sul telaio per togliere i bozzoli, si metteva in condizione di mostrare quasi sempre tutte le gambe e anche di più. Non essendo in uso i pantaloni femminili, alcune ragazze, per questo motivo, erano disposte a fare da òpera solo a condizione, stabilita a priori col contadino capo, di non essere tenute a sgaetàr
    I giovanotti sollecitavano il contadino capo, scherzando: “Qua, siòr Antonio, no se sgaéta mai… el vàrde che i cavalieri i ghe màgna tùte łe gaéte…” [Qua, signor Antonio, non si tolgono mai i bozzoli… guardi che i bachi le mangiano tutti i bozzoli…”

filanda
Una filanda coi canestri di bozzoli essiccati: dopo una cernita per qualità, vengono messi in acqua bollente e dipanati.

2 pensieri riguardo “Mangiate pane [50]”

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