Amerigo Vespucci [51]

vespucci
Incrociatore a vela e motore Amerigo Vespucci.

Difficilmente per gli abitanti di Venezia poteva esserci una cosa più bella dell’Amerigo Vespucci.

L’Amerigo Vespucci è un incrociatore a vela e motore che serve tuttora da nave scuola e che spessissimo si trovava (e ancora si trova) ormeggiata nel piccolo bacino, delimitato da due piccoli fari (del 1851), davanti all’isola di San Giorgio Maggiore, a sua volta quasi di fronte a San Marco.
Guardare l’Amerigo Vespucci è già un sogno romantico anche per il semplice turista. La nave venne progettata, assieme alla sua gemella Cristoforo Colombo, dall’ingegner Rotundi del Genio Navale, riprendendo i progetti di un vecchio veliero, progettato a sua volta dal napoletano Sabatelli. La nave fu varata a Castellamare di Stabia nel 1931. La Cristoforo Colombo ed altre minori furono obbligatoriamente cedute alla Russia, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, come risarcimento per i danni di guerra.
L’Amerigo Vespucci, dal 1946 al 1952, fu l’unica nave scuola a vela della marina militare italiana.
Io abitavo sulla Riva degli Schiavoni, esattamente di fronte alla nave e con un binocolo, che mio padre mi aveva comperato, assistevo a parecchie lezioni di addestramento ed alle manutenzioni. Era uno spettacolo. Tutti gli ordini venivano dati dai nostromi con dei fischietti che emettevano suoni acutissimi, modulati, che penetravano in tutta la casa. Gli ordini venivano (e vengono tuttora) eseguiti tutti esclusivamente a mano, senza pertanto utilizzare alcuna macchina: alzare le vele, abbassarle, tendere le varie funi che hanno decine di nomi differenti, ammarare le lance, issarle a bordo, rendere gli onori ai visitatori importanti, illuminare per la notte e così via.. Le vele sono una quantità enorme e solo impararne i nomi era una questione non indifferente.
Una volta alla settimana, il venerdì, veniva fatta la lucidatura degli ottoni (borchie, verricelli, pulegge). Si lucidava tutto con panni di lana e con chili di Sidol, perché la quantità degli oggetti in ottone è infinita.
Al venerdì sera la nave era pronta e il sabato pomeriggio c’era la libera uscita degli allievi ufficiali. Il resto dell’equipaggio si alternava nella libera uscita, garantendo ovviamente la presenza del personale necessario. Tuttavia, se alla domenica era prevista la visita dei civili muniti di debita autorizzazione, tali libere uscite potevano subire degli spostamenti.
Il fischio triplice breve segnalava l’ammaraggio delle lance con gli allievi ufficiali in libera uscita.

AllievoUff
Allievi ufficiali della Marina Militare.

La lancia arrivava più o meno a San Zaccaria. Gli allievi (solitamente della Scuola di Livorno) avevano una divisa splendida, che faceva impazzire le ragazze e faceva morire d’invidia i ragazzi. Il triplice fischio era il segno che stavano arrivando le due o le tre lance degli allievi e le ragazze accorrevano a frotte. Ragazzi, neanche uno… anche l’invidia esiste, no?
Qual’era il sogno dunque? Ma diventare ufficiale di marina militare! Girare gli oceani con la Vespucci, e poi, se non si fosse riusciti a far carriera, si sarebbe potuto fare il comandante di lungo corso in un mercantile o in una nave passeggeri.
Sì ma, la scuola? perbacco! C’era una scuola apposita, l’Istituto Nautico, cinque anni dopo la terza media, situato a Sant’Elena ed equiparato a tutti gli effetti a un Istituto Tecnico Superiore, come perito industriale, ragioniere commerciale, ragioniere chimico e così via. Le domande per accedere al Nautico erano parecchie, anche se il Nautico non aveva fama di essere una scuola per gente come Einstein.
Era facile vedere, nei vaporetti, dei ragazzi più o meno quindicenni con la corda da grópi in màn [con la corda per i nodi in mano] che si esercitavano a far la gassa d’amante, il parlato, il Savoia e altri nodi (sono decine e decine). Quindi questo era il sogno: di comandare la Vespucci… magari con gli anni… chissà.
I genitori, in genere, a meno che in famiglia non ci fosse gente di mare, non erano troppo favorevoli perché consideravano la gente di mare come sradicata e in perenne esilio. Ma, bene o male, la scuola aveva sempre parecchi allievi.
La visita alla Vespucci, per i veneziani, era relativamente facile: bastava andare in Capitaneria di Porto a Dorsoduro con un documento d’identità per i maggiorenni e con uno stato di famiglia per i minori, che comunque da soli non potevano accedere se non con adulti della famiglia, i quali dovevano firmare uno scarico di responsabilità. Benché non fosse da togliersi le scarpe, erano proibiti i tacchi alti femminili e si suggeriva, possibilmente, di evitare le suole di cuoio e dare la preferenza alle suole di gomma. Venivano rilasciati biglietti gratuiti.
Da quanto ho sentito dire, per i foresti, ottenere un permesso non era uno scherzo. I visitatori erano i primi 30 che avevano prenotato, 15 per lancia, due lance in tutto.
Ci si imbarcava sulle lance a San Zaccaria, dove erano controllati anche i biglietti di accesso rilasciati dalla Capitaneria: i nomi sui biglietti erano confrontati coi nomi sui documenti. In caso di brutto tempo non si poteva accedere alla nave e il biglietto veniva annullato a tutti gli effetti: bisognava fare nuovamente tutta la trafila.
Una volta sulla nave, era una cosa meravigliosa: funi, sàrtie, gòmene ( ma anche goméne), vele in tela olona, profumo da Sidol, profumo da resina, profumo da legno, su una nave lunga 101 metri compreso il bompresso (pennone di prua) larga quasi sedici metri, con 2635 metri quadrati di vele, 16 ufficiali, 70 sottufficiali, 200 marinai oltre agli allievi. Una città. Pulita, profumata, da mettersi in adorazione. E il motto alla base dell’albero di maestra: “Non chi comincia ma quel che persevera”, inciso in una targa di ottone, lucidata col Sidol che di più non si può.
La ruota del timone, enorme, con le maniglie enormi finite in ottone, lucidatissime: guardare il timone era come sognare paesi lontani… e la bussola, e un armadietto con la porta di vetro attraverso il quale vetro si vedeva un sestante… come gli oggetti da mare che si vedevano nella Biblioteca Querìni Stampàlia o nella Biblioteca Marciàna o al Museo Corrèr…
La cosa che colpiva di più era qualcuno dell’equipaggio che s’ inerpicava sulle griselle (scale di corda), vicino alle sàrtie d’arrampicamento o di scala: il personaggio saliva, saliva, sistemava qualcosa d’incomprensibile e, come uno scoiattolo, tornava rapidamente giù; lui sapeva quel che faceva, era un iniziato, non un povero visitatore sprovveduto… che rabbia! Forse apparteneva agli allievi ufficiali… sì, allievi ufficiali e come se non bastasse, cosa ancor più disperante, quando costoro scendevano a terra avevano tutte le ragazze ai loro piedi. Questo non si era neanche mai sentito ed era addirittura offensivo: noi, per avere il sorriso di una ragazza, bisognava fare carte false e loro… loro invece… deciso! non restava che andare al Nautico…
Prima cosa, bisogna avere almeno un obiettivo nella vita: poi, si vedrà…
Tutto, se ha un senso, va verso un obiettivo: anche l’incrociatore a vela e motore Amerigo Vespucci.

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