Primo, Settimo, Ultimo [55]

fratelli
Molti fratelli, sotto l’egida del Fascio e di Santa Madre Chiesa.

Ai tempi di cui vi parlo, cioè del ventennio fascista, bisognava fare figli. Santa Madre Chiesa, ancora oggi, probabilmente vorrebbe 20 miliardi di persone sulla faccia della terra e forse più.

Ad onor del vero, bisogna dire che anche nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana qualcosa, recentemente, sta cambiando: un accenno ai figli-conigli è stato fatto da papa Francesco.
Comunque, tornando al nostro discorso, l’undici febbraio 1929 ci fu, a detta delle madri venete, la grande congiura dei Patti Lateranensi. Dicevano le male lingue (nei filò) che Mussolini, prima di darsi alla conta dei milioni di baionette probabili, si consultasse col cardinale Gasparri sul da farsi (il papa Pio XI non firmò i patti…): quanti figli, quanti cresimati, quante baionette? eh, già… e si accordarono… tuttavia né il signor Mussolini né il signor cardinale giammai partorirono nidiate di pargoli: le madri venete e cattoliche, invece, sì. Se si era fascisti (o si temeva l’olio e il manganello dei fascisti) bisognava dare figli alla Patria. Se si era cattolici (o si temevano comunque i diavoli cattivissimi dell’inferno) bisognava dare figli alla cristianità: Pius XI dixit.
Non era difficile fare figli allora… né in modo particolare lo era per i mariti: era un sistema conosciuto da lungo tempo, anche se la Chiesa sosteneva che andava fatto (non si è mai capito come) senza libidine. Per le mogli forse era un’altra questione: ma essendo tutte le madri dei paraggi con numerosa figliolanza, si dice che mal comune può anche fare mezzo gaudio. D’altronde, forse facendo di necessità virtù, le esigenze dei figli erano poche e comunque, nelle ristrettezze, si sarebbero formati i veri caratteri. Che poi chi ha un carattere abbia sempre anche un brutto carattere, non è questione che riguardi questo scritto.
Qual’era, insomma, la vera difficoltà? Ma i nomi, benedetti lettori, i nomi! Credete che sia facile dare nomi originali a 10 e anche 12 figli? E quando le dieci famiglie viciniori ne hanno altrettanti e quindi nella borgata ci siano centinaia di marmocchi? un bel busillis. I nonni poi, almeno ufficialmente, non erano mai più di quattro e la madre che avesse avuto figli da padre ignoto (rarissima, in verità), poteva forse chiamare il figlio col nome del nonno del moroso furtivo? Non si è neanche mai sentito dire e non sarebbe stata comunque buona costumanza.
Il nome di Primo veniva dato ovviamente al primo figlio, questo è lapalissiano, indiscutibile, né mi è mai capitato di sentire che qualcuno si chiamasse Primo non essendo realmente tale.
Ma nel nome di Primo c’era implicita una strategia riproduttiva, come una dichiarazione di guerra: “Questo è il primo e lo chiamiamo Primo perché, con il beneplacito del Fascio e col consenso del parroco, se Domineddio vorrà, ne faremo molti ancora. E si tiravano su quanto meno le maniche, sia il marito che la moglie: maniche metaforiche, ovviamente.
Non sembrino peregrine queste affermazioni, perché era invalso ( = molto usato) anche il nome Secondo: repetita juvant. (i discorsi ripetuti sono molto utili).
C’era poi forse una crisi di crescenza, perché di Terzo non ne ho conosciuti né tanto meno col nome di Quarto, sarà  stato per una crisi psicologica nell’attribuire numeri ordinali. Poi forse la crisi ordinale terminava e qualche Quinto c’era, in verità.
Sesto (altra crisi numerica?) nemmeno uno ma, udite, gente sbalordita e dubbiosa, che pensavate anche ad un arresto del flusso dai sacri lombi: col nome di Settimo ce n’erano a bizzeffe, a volontà, un numero insomma non indifferente. Dopo il Settimo, solo qualche Decimo (non proprio pochi) e poi il vuoto. Nessun altro nome ordinale da mettere sotto le foto di famiglia. Fotografie popolatissime, nell’aia, con galline e conigli che si aggiravano perplessi.
Si dice inoltre che il costosissimo obiettivo fotografico grandangolare, che riprende l’intero cortile della casa con uno scatto solo, sia stato inventato da qualche fotografo veneto, stanco di dover mettere gli innumerevoli componenti di una famiglia in fila per sette col resto di due: mettetevi dove volete, diceva il fotografo, tanto ho il grandangolare e vi becco tutti lo stesso.
Una cosa importante e su cui meditare era il fatto (molto frequente, per la verità) che qualcuno fosse battezzato col nome di Ultimo.
Tale nome genera le seguenti riflessioni:
• Forse il padre ma con ogni probabilità la madre che contava molto di più, decidevano di battezzare come Ultimo il nuovo arrivato. Le implicazioni sembrano ovvie: sinora avevamo scherzato, a ramengo Fascio e Parroco, non vogliamo più avere figli ed esterniamo pubblicamente a chi di dovere questa nostra definitiva e ferrea volontà: basta baionette e basta cresimandi. D’ora innanzi o astinenza o peccato.
• Sembra forse vero che d’ogni bel bal stufa  [ogni bel ballo stanca].
• Al momento del battesimo, il parroco aveva acconsentito ad un nome deterministico o quanto meno il cappellano non lo aveva aiutato nella barricata dei problemi anticoncezionali: nessuno pertanto dissentiva in modo deciso e, nonostante il nome foriero di futuri peccati o disobbedienze, Ultimo veniva comunque battezzato, forse un poco di malavoglia.
• Il Fascio non si fasciava la testa con tali problemi e utilizzava in tali casi la massima filosofica francese: baionetta o meno, laissez faire… [lasciate fare…], la natura seguirà i suo corso.
Con questo atto d’imperio parentale, Ultimo veniva quindi battezzato, entrava nella famigliona, rivelando col suo nome un futuro pieno d’impegni segreti e di significati volitivi.
Mah… cari amici, come diceva il podestà, talvolta la natura segue pervicacemente ed effettivamente il suo corso e mentre il Poeta fa dire al conte Ugolino Poscia, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno (Dante, Commedia, Inferno, XXXIII, 75) parafrasandolo, potremmo dire Poscia, più che ‘l voler poté il destino.
Ad onor del vero, dopo Ultimo in molti casi abbiamo dei figli soprannumerari e pertanto senza alcun numero ordinale: come Mario, Piero e così via.
Quello che dava fastidio, quando un Mario o un Luigi seguivano un Ultimo, erano i fastidiosi, dicevamo, sorrisini sotto i baffi del podestà (che pregustava un’altra baionetta) e nondimeno l’atteggiamento ironico-filosofico del parroco che sembrava dire, guardando i genitori e parafrasando nuovamente il Poeta:

Genitor, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non ti astenère.
(Dante, Commedia, Inferno, III, 95-96 parafrasando Virgilio)

Per i figli battezzati e successivi all’Ultimo, c’erano sempre delle contestazioni sull’offerta da fare al prete per il servizio del battesimo, prete che spesso era ritenuto (a torto, naturalmente) colpevole.
Rimane un piccolo dilemma che ci dovrebbe far riflettere: come spiegare a Mario, figlio battezzato dopo Ultimo, che i genitori lo volevano (Mario) e lo attendevano (Mario) a braccia apertissime? Non sappiamo rispondere…

e ancóra questo crùccio mi arrovèlla.
(verso di anonimo veneziano opitergino, ben ritmato, a mo’ di chiusa).

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