Vìssere [56]

erogatore
Vecchio irroratore a pompa usato dai contadini veneti.

In tempi di crisi economica, può essere interessante vedere come anche una volta, in assenza di lavori tradizionali, fosse possibile inventarsi un lavoro nuovo: ci voleva naturalmente impegno, passione, buona volontà e aggiungetevi ancora quel che volete, a patto che a prima vista sia impegnativo, serio e faticoso.

Vi parlo di Vìssere, un artigiano di San Polo di Piave dalle mani d’oro zecchino e dal cervello finissimo. Naturalmente tutti potranno dire: ma io… non ho tali doti. Ebbene, bisognerebbe provare.
Prima di parlarvi di Vìssere, in relazione al fatto che bisognerebbe provare, c’è un problema che esemplifico con una storia.

Qui la storia s’inizia:

C’erano una volta due podisti, Antonio e Berto, che dovevano camminare nella nebbia fittissima finché avessero incontrato un cartello dove stava scritto: “Questo è l’arrivo: hai vinto un grosso premio.”
Non era dato sapere l’allocation del cartello: uso allocation perché fa fino e in italiano una parola come allocation, purtroppo, sembra che non esista: a guardar bene, forse nel vocabolario se ne troveranno una ventina ma vuoi mettere allocation.
Dicevo che non era dato conoscere la dislocazione, località, luogo, sito, zona, collocamento, territorio, punto, sede, ambito, collocazione, posto, parte, posizione, residenza del cartello. L’esergo [motto campeggiante fuori ordinanza] della gara era tuttavia: “Chi persevera, la gatta non mangia.”
I nostri due eroi quindi pensarono di perseverare. Cammina che ti cammina, si tenevano anche per mano per non perdersi nel nebbione ma il cartello fatidico non si vedeva. Si vedevano, ad onor del vero ed ogni tanto, degli stranissimi cartelli gialli che recitavano: “Sìtu ‘ncòra qua?” [Sei ancora qua?’]. Questi incredibili cartelli, avulsi da ogni riferimento spazio-temporale, furono interpretati come dietetici per la gatta e quindi come inviti a perseverare. I nostri due eroi ad ogni cartello esortativo stringevano vieppiù la presa della mano nella mano e, con rinnovato zelo, proseguivano nel nebbione.

Ma…
Ad un certo punto, Berto vide delle Sirene (non della Polizia o di qualche allarme, bensì delle meravigliose fanciulle mezzo donna e mezzo pesce freschissimo) che gli dicevano: “Berto… ma cosa fatichi a fare… torna indietro… goditi la serenità e la pace dei campi… gli spettacoli televisivi… ascoltaci… il sollazzo delle balere… Berto…”
Berto chiese ad Antonio se per caso pur lui vedesse e sentisse le Sirene. Antonio rispose che sul suo onore né le sentiva né tanto meno le vedeva. Berto aveva quindi un’alternativa:
1. Pensare che fosse un’allucinazione del suo cervello, dato che anche il corpo era stanco (avuto presente il famoso proverbio mens stanca in corpore stanco).
2. Pensare di essere privilegiato e benedetto dagli dèi, ché solo a lui e a lui solo avevano riservato il vantaggio di essere avvisato dalle Sirene.
In quest’alternativa, la seconda scelta era quella che lo metteva più in buona luce ai propri suoi stessi occhi: se sono stato un privilegiato, me lo meriterò, perché in effetti io valgo… e questa, che gli dava lustro, scelse.
Cosi, Berto prese la grande decisione: tornare indietro, perbacco! Cercò invano anche le Sirene ma queste probabilmente erano andate a bersi un caffè.
Purtroppo per Berto, dopo una cinquantina di metri c’era il cartello per eccellenza, non uno giallo di sollecito, bensì proprio quello del premio…
Antonio si accorse che Berto aveva fatto marcia indietro ma non demorse (per quelli dell’allocation: non è l’alfabeto telegrafico demorse… quello è il Morse…), insomma non si diede per vinto, non abbandonò, non cedette, non rinunciò, non mollò, non si arrese, non desistette: anzi, viceversa, insistette o insisté, persisté o persistette, perseverò. Dopo cinquanta metri, ecco, ecco un premio tutto per te…
Tenete conto, o lettori, che i due podisti avevano partecipato alla stessa impresa, avevano praticamente fatto la stessa fatica eccetera. Berto stoltamente (stoltamente perché dopo ha avuto torto e solo per quello) credette alla sua grande fortuna quando ci fu l’avviso delle Sirene: ebbe i famosi cinque minuti di stupidità quotidiana in quel momento, quando invece è noto che, come era solito Antonio, i cinque minuti di stupidità conviene averli sempre nottetempo, magari durante un sogno, magari in un sogno di Sirene.
Ecco i commenti ingenerosi del popolo:

• Berto è un buono a nulla, non ci si può fidare di uno così, è un inconcludente, è uno che… meglio perderlo che trovarlo, cosa vuoi che combini nella vita, senza spina dorsale, pappa molla, chi vuoi che lo sposi, sarà così anche in altre cose, buono a nulla. Vedrai che non sarà neanche onesto. Poi, a guardarlo bene, non sembra neanche un tipo piacevole. Mi ricordo che, una volta, suo zio X ha fatto la stupidaggine Y: buon sangue non mente… vedrai che vota anche per il partito X, quello sbagliato, a conferma della sua dabbenaggine. Tiferà anche per la squadra d calcio Y, quella sbagliata.

• Antonio è una persona di carattere, io gli metterei in mano quei quattro soldi che ho, quando dice una cosa, la fa, ha gli attributi, averne di gente così, farà sempre strada nella vita, è un duro, sarebbe un buon partito per mia figlia, se gli affidi qualunque incarico te lo esegue come si deve, è un galantuomo di sicuro, a guardarlo bene è anche un tipo simpatico. Vedrai che vota per il nostro partito… Farà sicuramente il tifo per la nostra squadra, beve il vino che beviamo noi, bla bla bla.

Mah! L’unica differenza è che uno dei due si è fermato cinquanta metri prima… molte volte può essere anche una questione di fortuna? O dei cinque minuti di stupido:  giornalieri per l’uno e notturni per l’altro?

Qui la storia finisce.

Vìssere era come Antonio, l’altro  personaggio vincente della nostra storia. Cosa faceva Vìssere?
I contadini che hanno un vigneto hanno anche bisogno di irrorare le viti e le relative foglie col solfato di rame CuSO4 o solfato rameico. Questo sale si diluisce in acqua diventando CuSO4+5H2O (solfato rameico più acqua), che ha un bel colore blu brillante. Viene usato come anticrittogamico fungicida, contro oidio, fillossera, peronospora e altri. Dopo il 1492, questi parassiti delle viti arrivarono in Europa e distrussero quasi completamente le viti europee nel 1863. Oggi tutte le viti europee sono innestate su portainnesti americani, pena la morte della vite stessa: tutte le viti americane (clinton, ancillotta, americana, rupestre, riparia, la ‘berlandieri’), tranne che l’uva fragola, sono quasi immuni da tali parassiti e quindi a contatto col terreno vanno messe solo tali viti americane, sulle quali si innestano le viti europee desiderate. Ultimamente ci sono altri metodi di cui non parleremo. Ad esempio, a Rauscedo, una frazione di San Giorgio della Richinvelda (Pordenone), ci sono dei vivai che fanno tali innesti, chiamati ‘barbatelle’ che vengono esportati ovunque. Le viti americane sono quasi immuni perché hanno convissuto per milioni di anni con tali parassiti e quindi quelle sopravvissute sono le viti che han saputo difendersi.
Come dicevamo, c’è sempre il pericolo della distruzione della vite, anche con l’innesto americano. Ecco perché i contadini davano (e danno) con un irroratore a spalla il solfato di rame. L’irroratore era un recipiente in ferro zincato che si poneva sulle spalle come uno zaino: aveva una leva che fungeva da pompa e il contadino l’alzava e l’abbassava in continuazione. L’azione sulla leva spingeva la soluzione del solfato in un tubo di gomma che finiva in un tubo di ferro con in cima una piccola piastra in ottone, chiamata erogatore. Questa piastrina aveva un piccolo foro che lasciava passare il liquido sotto pressione: tale liquido doveva irrorare le viti. Se il foro era fatto male, il liquido fuoriusciva senza nebulizzazione: usciva a gocce pesanti che andavano più che altro per terra o sul vestito del contadino, consumando velocemente il liquido stesso. In più, ovviamente, la vite non riceveva o riceveva male il solfato coi conseguenti pericoli di malattia. Quando il contadino andava a comperare al consorzio l’irroratore (= pompa pà’l solfato) riceveva con l’irroratore stesso queste squallide piastrine mal fatte.

PIASTRINA

Cosa aveva pensato allora Vìssere? Di fare fori intelligenti sulle piastrine di ottone! Nel disegno ho cercato vagamente di far vedere la differenza dei due getti. Vìssere faceva un foro tronco conico perfetto, tuttavia il foro aveva dei dentini piccolissimi che interferivano con la consistenza del getto e obbligavano il getto stesso a vaporizzarsi. Alcuni denti erano più grandi e anche questo era un segreto.
Ecco: mestiere inventato. Per forare le piastre di ottone usava anche delle lenti gigantesche e forgiava poi l’ottone a certe temperature segrete, cospargendo poi i fori ancora arroventati con degli acidi segreti. C’erano pinze di cinquanta tipi, lime, limette, raspe, scalpelli, insomma il ben di Dio, tenuto con amoroso ordine, con precisione, con pulizia. Ogni cosa al suo posto e il suo posto per ogni cosa. C’era un cartello in bella vista con la scritta in dialetto: “No se ghe impresta gnente a nessùn” [Non si presta niente a chicchessia]. Inutile dire che le piastrine erano pagate dai contadini profumatamente.
Resta da spiegare il suo soprannome: veniva chiamato Vìssere perché ad Ormelle il negozio di barbiere era tenuto da suo fratello e dal figlio di questi, cioè il nipote del nostro protagonista. Quando vedeva il nipote, lo salutava dicendo: “Ciao, Vìssere!” [Ciao, visceri!] Essendo suo nipote, era sangue del suo sangue e quindi visceri dei propri visceri. L’affetto per il nipote era dovuto forse al fatto che non aveva mai preso moglie perché “le fémene no le capisse el véro ordine.” [le donne non sanno quale possa essere il vero ordine].

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