Scotoni [57]

lagazuoiOvvero: al freddo, conviene sapere lingue e dialetti.


Gennaio 1988. Siamo a Cortina e approfitto di una mattina in cui mio figlio undicenne è andato a fare una sciatina coi suoi amici per controllare le condizioni della pista che dal Rifugio Lagazuoi sul passo Falzarego va giù sino a San Cassiano in Val Badìa. Bisogna poi trovare il punto dove dei grossi fuori strada, funzionanti come dei taxi, riportano su gli sciatori sino al Falzarego. Facendola di recente, posso poi tornarci con mio figlio e far la figura di uno che sa. In realtà, questa pista l’avevo già fatta negli anni precedenti, dal 1975 in poi ma non negli ultimi due anni: potrebbe essere cambiato qualcosa.
Parto col fuoristrada da Cortina e dopo aver percorso una quindicina di chilometri in montagna, parcheggio al passo Falzarego sotto la funivia che porta al rifugio Lagazuoi, situato a 2752 metri. Prendo la funivia con un giorno splendido ma su, al Lagazuoi, trovo una prima sorpresa: il termometro segna meno ventisette… non sembrava, sulla terrazza del rifugio, al sole ma sembrava eccome appena iniziata la discesa.
Discesa facilissima che si snoda in mezzo a quelli che d’estate dovrebbero essere alpeggi profumati dai fiori.
Il freddo ti penetra nel midollo interno delle ossa, il viso è tagliato dal vento della discesa e il naso è una continua sofferenza: se lo metti sotto la sciarpa, l’aria umida del respiro ti appanna gli occhiali, si ghiaccia immediatamente e quindi non resta altro che lasciare il naso fuori all’aria fresca… una tortura. Sino a meno quindici, ancora si resiste ma gli ulteriori gradi sino a meno ventisette sono insopportabili: bisogna rallentare per forza, per diminuire l’impatto con l’aria surgelata.

scotoni
Ma ecco la salvezza: il Rifugio Scotoni Hutte, rivolto al sole, a quota 2040 metri, situato sulla destra del percorso, chiaramente in posizione ben studiata ai piedi di una montagna e quindi riparato dal vento del nord.
Mi tolgo gli sci ed entro nel rifugio: chiedo un caffè; “Keine” dice il banconiere e mi indica col mento il cartello scritto in todesco che conferma il disservizio. Se hai dei dubbi circa la macchina per il caffè, ti accorgi che funziona benissimo perchè puoi ordinare punch, thè bollente, grappa al salto, china calda col limone ma il caffè no, non te lo danno. Va bene lo stesso. Un profumo incredibile di carne e ginepro si spande nel rifugio. Ordino un’arista di maiale ai ferri e una birra, aggiungo in tedesco che, facendo molto caldo nel rifugio, consumerò la mia ordinazione fuori sotto il sole, su dei tronchi tagliati apposta a mo’ di sedile con tanto di tavoli. Il banconiere mi mostra con un certo cipiglio un altro cartello, sempre scritto in todesco, che rifiuta il servizio ai tavoli fuori all’aperto. Poco male. Avevo comunque detto che volevo mangiar fuori, non che volevo anche il servizio. Aspetto che l’arista sia pronta e mi accorgo che la birra non ha un bicchiere affiancato. Chiedo se devo pagare subito, mi dice no. Chiedo un bicchiere, risponde concitatamente in una lingua strettissima che sembra todesco ma non lo è: non capisco niente e il bicchiere non compare. Questo individuo adesso esagera! Con la massima calma, ripeto: “ein Glas, bitte” [un bicchiere, prego]. Il tizio mi guarda con occhio alterato e sbotta: “Italianer! bla bla!” del che capisco solo “Italiani!” e il resto sarà stata sicuramente una sfilza di improperi. Comunque, mi sbatte sul tavolo con violenza un bicchierone da birra e non dice altro, girandosi per i suoi lavori. Nel frattempo l’arista è pronta. Mi allunga due posate e un tovagliolo e mi chiede se voglio senape e il pane bianco o nero. Prendo senape e pane bianco per non dargli troppa soddisfazione (col pane nero da todeschi, anche se mi piace) e mi avvio fuori del rifugio, su un tavolo molto bello e riparato dal freddo, in pieno sole.
L’arista è squisita, la senape buona e il pane ancora più buono. Ah, come si sta bene, fa un poco freddo ma il sole fa miracoli… e mi verso tutta la birra nel bicchierone. Dopo mezzo secondo che è stata versata nel bicchiere, la birra diventa un blocco infame di ghiaccio, duro, immangiabile ed imbevibile. Improvvisamente mi si svela l’arcano e ricostruendo col senno di poi quanto aveva detto il banconiere, riesco a capire:
“Ignorante, non ti ho dato il bicchiere perché se vai fuori e ti versi la birra, per un processo di espansione del gas, la birra si congelerà immediatamente e non la potrai più bere sino a primavera.”
Non mi resta altro che tornar dentro, vergognandomi come un ladro, per ordinare un’altra birra da bere questa volta alla canna. Come entro col bicchiere del misfatto in mano, il banconiere, prima ancora che io parli, parte nuovamente con la filippica: “Italianer… bla bla.” e mi allunga un’altra bottiglia di birra. Ringrazio come niente fosse ed esco di nuovo. Miracolo: bevendo alla canna con prudenza, senza agitare, non ghiaccia; appena la agiti anche un pochino, però, la vedi che vorrebbe ghiacciare, questa villanzona.
Morale: imparate tutte le lingue, magari anche quella in salmì.
Ho pagato ma non ho mai saputo se mi ha messo in conto una birra sola o tutte e due: lo dico ad onore del banconiere, perché ho la sensazione che me ne abbia messo in conto una sola…
Anche lui, però, poteva sapere almeno un poco d’italiano… ma non voglio che sia né una scusa né un’attenuante, lo dico solo per alleviare un poco la figuraccia.

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