Sicurezza [62]

toroQuando qualcosa o qualcuno ci spaventa, questo qualcosa o qualcuno, [come se fosse] dotato di magici poteri, ruba la nostra sicurezza. Va bene, ammettiamolo: e al posto della sicurezza che ci è stata presa, cosa rimane? Rimane ad esempio la paura o qualche altra sensazione negativa: la natura ha paura del vuoto (horror vacui) e, se può, riempie il vuoto con qualcos’altro, anche se non troppo adatto.

 Naturalmente, detto così, non ci crederete mai, così come non ci credevo io, semplicemente perché la fraseologia esposta è antica, da filò, dove veniva propagata pedissequamente con toni da Sibilla Cumana (l’affabulatore deve pur darsi un po’ di arie, no?) ma quando poi uno psichiatra ha espresso lo stesso identico concetto, ho capito che nei filò me l’avevano raccontata giusta, anche se con dei ragionamenti non scientifici ma immanenti e superstiziosi, sincretici ed esoterici. In questo modo di esprimere il concetto c’è molto del voodoo (o vudù).

Il voodoo combina elementi ancestrali di animismo, dove ogni cosa ha un suo spirito e una sua personalità. Ad esempio, mia nonna diceva che il fabbro, il quale avesse forgiato una falce, battendola pertanto col maglio e causando la sofferenza nell’anima della falce stessa, non l’avrebbe mai dovuta usare: doveva usare, caso mai, una falce fatta da un altro fabbro, ché, altrimenti, la falce si sarebbe vendicata su di lui dei colpi ricevuti col maglio, magari tagliandolo con una ferita infetta.

Nello stesso modo, R era stato spaventato da un toro. All’età di quattro anni, immesso in un recinto (per lo scherzo idiota di un contadino criminale) dove c’era anche un toro, R aveva preso molta paura e ne era uscito balbuziente. Questa spiegazione dei fatti è senza dubbio scientificamente razionale e lucida. Mia nonna tuttavia la spiegava meglio, dicendo che il toro si era preso la sicurezza di R e al posto della sicurezza era subentrata in R la paura. Sembra un’idiozia ma sta di fatto che R balbettava non per la paura ma per l’insicurezza, come confermato dalla psichiatra. Ovvero, paura e insicurezza creavano entrambe quello stato d’animo (più proprio per gli stati di paura ma non spiegabile altrettanto bene per l’insicurezza) che R aveva provato davanti al toro. Bisogna dire che questo modo ancestrale, istintivo di descrivere l’accaduto lascia esterrefatti. Quindi insicurezza e paura sono sinonimi! D’altronde, i nostri antenati hanno avuto decine di miglia di anni a disposizione per elaborare ragionamenti di questo genere. Al di là del significato letterale animistico, io ho imparato a considerare attentamente queste osservazioni: sono il retaggio di una millenaria esperienza. A conferma, nella lingua castigliana aspettare e sperare si dicono entrambi esperar: pensateci perché per uno spagnolo non fa differenza tra aspettare che arrivi la moglie e sperare che arrivi la moglie; in effetti… è proprio così.

In buona sostanza, la psichiatra disse: “Caro R, l’insicurezza genera la paura, il timore di non essere adeguati e viceversa: in entrambi i casi, di paura o insicurezza, tu rivivi quel momento terrificante in cui non pensi a parlare ma piuttosto a superarlo e a rifiutarlo. Per te, la paura e l’insicurezza generano un rifiuto della realtà, come davanti al toro. In quel contesto, il parlare ovvero pronunciare correttamente, passano in seconda fila.”

Non è questa, chiaramente, una versione da filò ma bene o male c’è una sostituzione di sensazioni, alla quale sensazione corrisponde per associazione mentale il trauma indimenticabile dell’episodio del toro.

Chiuso l’antefatto. Si narra che, in seguito, R, debole di polmoni, abbia avuto dal medico dei severissimi ammonimenti circa il fumo: non fumare, col tuo fisico non ti resterebbero molti anni da vivere. Sino a quel momento le sigarette erano state tuttavia un aiuto per la balbuzie di R: una bella boccata di tabacco lo tranquillizzava e sopiva quasi completamente la balbuzie.

Per due giorni R non fumò, gettando anche via le sigarette, finché un giorno decise che il sollievo per la balbuzie era troppo importante per rinunciarvi. Si avviò deciso (non insicuro…) verso il tabaccaio per compiere la grande sfida, con la paura di vivere meno, come detto dal medico.

Tuttavia, la situazione era:

  • Compro le sigarette con paura di morire molto presto.
  • Non compro le sigarette e avrò più balbuzie indotta.

Entrò dal tabaccaio con la paura della morte e, come detto dalla psichiatra, la paura in lui generava balbuzie: voleva chiedere un pacchetto di sigarette ma balbettava in modo incredibile e non riusciva assolutamente ad andare oltre al dire: “El me dàga… el me dàga… el me dàga…” [Mi dia…]

A questo punto si rese conto che era tutto vero: la paura delle sigarette, la sostituzione dei sentimenti, la balbuzie… prese allora la grande decisione e disse con sicurezza, senza paura e quindi senza il minimo cenno di balbuzie:

El me dàga un bóło che ancùo no fùmo!” [Mi dia un francobollo ché oggi non fumo!]

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