Arsenale [64]

arsenaleQuale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
(Dante, Inferno, XXI, 7-9)

Arsenale deriva dall’arabo daras-sina’ah, originariamente passato al veneziano come darzanà e poi arzanà. Il significato originario del termine arabo è casa d’industria e certamente fu il cuore dell’industria navale veneziana a partire dal 1104, anche se tale data sembra un poco troppo indietro nel tempo.

Certamente nella mia parrocchia di San Giovanni in Bragora c’era la Darsena Vecchia dal 1150. Era certo inoltre che Dante, il quale scrive poco dopo il 1300, lo conoscesse perfettamente. Si estendeva su 46 ettari ed ha anticipato di secoli il moderno concetto di industria. Nel Libro delle Maestranze siamo arrivati ad avere anche 5000 iscritti su 100.000 abitanti di Venezia nel periodo che va dal 1300 al 1400 (durante la Quarta Crociata) e in quel periodo l’Arsenale era la più grande industria del mondo.

Visitate l’Arsenale: vi pentirete amaramente di non averlo visitato prima.

Dunque, il nostro amico Alvise, veneziano puro sangue, lavorava in fàbrica, cioè all’Arsenale e faceva il carpentiere. Sopra di lui, gerarchicamente, c’era un solo maestro d’ascia, carpentiere specializzato. Questi maestri d’ascia conoscevano il legname come nessun altro e in tutta un’imbarcazione sapevano che legno mettere qua e che legno mettere là. Inoltre sapevano scegliere, nelle varie cataste, i legnami più adatti come stagionatura. Alvise si vantava di essere, vero o non vero che fosse, il vice-maestro d’ascia del maestro Giannino Rombolotto, il quale, essendo mio zio, mi raccontava tutte queste storie.

   Lavorare all’Arsenale era un privilegio di orgoglio e di sicurezza. I lavori erano di falegnameria, carpenteria, calafataggio (dare la pece agli scafi delle barche in legno), manutenzione degli scafi metallici delle navi, le quali venivano fatte entrare in appositi bacini d’acqua, assicurate al bacino con delle enormi travi, dove poi si toglieva l’acqua e l’imbarcazione rimaneva all’asciutto (e  in equilibrio) per la manutenzione. All’Arsenale  si costruivano anche i primi dei famosi vaporetti che potete vedere quando andate a Venezia.

Tra i popolani, chi lavorava all’Arsenale era stimato come persona di prestigio e aveva voce in capitolo su qualunque argomento. Le mogli sposavano gli arsenalotti anche per tali ragioni. Qualunque cosa dicesse Alvise, era quanto meno ascoltato da tutti con molta attenzione. Ed è in questo quadro di rispetto che si svolge la nostra storia, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L’Arsenale, per chiamare al lavoro gli arsenalotti, usava una sirena per l’allarme aereo, fortunatamente non utilizzata in tempo di guerra, la quale sirena suonava a manca cinque alle otto e poi ancora alle otto in punto. Suonava poi alle 17 per la chiusura della giornata. Orario di lavoro 8-12 e 13-17. Suonava anche alle 12 e alle 13 per l’interruzione e la ripresa del lavoro. In quell’estate c’era una particolare agitazione perché in città c’erano due comizi, entrambi aventi per argomento le due bombe atomiche recentemente esplose in Giappone, a Hiroshima e a Nagasaki.

togliatti
L’Onorevole Palmiro Togliatti del PCI.

Un comizio era di Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, che si teneva alle 17 e 30 in Campo Bandiera e Moro, nella parrocchia di San Giovanni in Bragora, piuttosto vicino all’Arsenale. L’orario era acconcio per permettere agli arsenalotti di partecipare al comizio.

L’altro comizio era tenuto da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia Cristiana, in Campo San Bortolomìo (alias Rialto) originariamente pure alle 17 e 30 ma poi spostato alle 19.

Per darvi un’idea dei sentimenti nell’aria, vi dirò che solo lo spostamento di orario generò polemiche a non finire. I comunisti dicevano che De Gasperi era ‘na paciarèa sènsa spìna, [sorta di cosa molliccia senza spina dorsale] e che  aveva spostato l’orario perché sapeva che, se il comizio fosse stato in sincronia con quello di Togliatti, al comizio democristiano non ci sarebbe andato nessuno.

DeGasperi
L’Onorevole Alcide De Gasperi della DC.

I democristiani rispondevano che era stata ‘na forma de creànsa che i trinariciùti no pól gnànca imaginàr [una forma di educazione che i trinariciuti non possono nemmeno immaginare] (trinariciuti: sta per comunisti, termine usato da Giovannino Guareschi. Implicazione: se i comunisti avessero tre narici sarebbero sempre e comunque distinguibili, voltafaccia o meno che si accingessero a  fare).

Infatti, argomentavano i democristiani, i comunisti potevano sentire dapprima Togliatti e poi, se fossero stati obiettivi come sostenevano, avrebbero avuto la possibilità di sentire anche l’altra campana, a Rialto.

Insomma, gli animi erano tesi e l’argomento delle bombe atomiche non era questione di poco conto. Si viveva tutti nel terrore: giusto lanciare le bombe, sbagliato lanciare le bombe e così via.

Alvise viveva alle Fondamente Nove, di fronte al cimitero di San Michele.

Il programma stabilito era il seguente: Alvise, comunista sfegatato, si sarebbe recato, non appena uscito dall’Arsenale alle 17, ad ascoltare Togliatti e, siccome era una persona informata, successivamente avrebbe sentito (e non ascoltato) anche De Gasperi a Rialto. Sarebbe quindi rincasato per le 21 circa, ora alla quale lo attendevano anche amici e parenti per ascoltare le sue rispettabili opinioni: era pur sempre un arsenalotto e per di più un (sedicente) vice-maestro d’ascia.

Come diceva mio zio Giannino, non è che Alvise fosse un’aquila e dei due comizî molto probabilmente non aveva capito un accidente.

Alvise tornò a casa verso le 21, salutò la decina di persone che lo aspettavano in ansia, fece aprire dalla moglie due fiaschi di vino rosso (il bianco non usava: era per i malati o per le puerpere), riempì con sussiego tutti i bicchieri e propose un brindisi “Al nostro Palmiro Togliatti!”, al quale brindisi tutti risposero: “Evviva! salute a Togliatti!”

Alvise si rese conto confusamente di non ricordare quasi niente di ciò che era stato detto nei due comizî ma si rese anche conto di ricordare perfettamente i sentimenti provati… quindi non si perse d’animo: era pur sempre un vice-maestro d’ascia.

IL racconto di Alvise:

“Vi dirò, in Campo Bandiera e Moro è stato come allo stadio: tutto un applauso, tutta una commozione, Palmiro diceva: ‘Basta! È ora di finirla! Non se ne può più!’ E poi ha aggiunto ‘Basta! Libertà! Democrazia! La gente vuole il comunismo! Finiamola!’ Insomma, era proprio da commuoversi… e poi ha detto anche ‘Questa volta basta per davvero!’ (pausa per bere mezzo bicchiere) …poi… poi sono stato a Rialto, per sentire De Gasperi…”

Un astante: “Ghe gèra zénte a Rialto?” [C’era gente a Rialto?]

Alvise, con sufficienza: “Zénte… quatro gàti imbrosatài…” [Gente… quattro gatti macilenti…] (imbrosatà = nato col freddo, con la brina e pertanto di costituzione cagionevole.)

Un altro astante: “E cossa gàlo mai dìto, ‘sto De Gasperi...” [E che cosa ha detto mai, questo De Gasperi…]

Alvise, con tono annoiato: “Łe sòłite monàe…” [Le solite stupidaggini…]

Alvise, dopo una pausa, bevendo altro mezzo bicchiere: “Vùsto mètar Togliàti…” [Vuoi mettere Togliatti…] (sottinteso: non c’è confronto).

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