Spegnete la luce [65]

Luciano
Fotografia di A al lavoro, nel 1962. Notare la mancanza delle prime tre dita nella mano sinistra.

Abbiamo parlato altrove di A, che era reduce dall’inferno di Marcinelle, con la pusièra (dal francese poussière, polvere di carbone) nei polmoni e relativo enfisema, coi soli mignolo ed anulare nella mano sinistra a seguito di un incidente in miniera e che viveva con la pensione belga. A diceva che il Padre Eterno gli aveva salvato l’anulare della mano sinistra per il fatto che il dito sarebbe dovuto servire per l’anello matrimoniale: in effetti, egli si sposò anni dopo con la sua infermiera.


Prima di sposarsi, reduce da Marcinelle, coi polmoni distrutti e parimenti distrutto dall’esplosione della miniera, ad A non restava altro, a suo giudizio, che berci sopra per dimenticare di ricordarsi. Questo a notte fonda. Subito dopo cena doveva invece ricordarsi di dimenticare e quindi usciva alla ricerca di un’osteria dove ci fosse qualcuno, in modo da condividere tristezze e quant’altro.
Come tutte le persone senza soprannome e quindi ai vertici del prestigio sociale, A non era di molte parole. Ascoltava, sorrideva ed era di una intelligenza notevolissima. La sua arguzia era notoria: tuttavia, essendo molto parco nel conversare, non aveva il pubblico che avrebbe meritato. Sosteneva con un sorriso triste che non era buona cosa esagerare con le pagliacciate, soprattutto per rispetto dei suoi parenti, perché bisogna ricordare che “tùti vòl el màt in piàΘa se no l’è déa so ràΘa” [tutti gradiscono il giullare in piazza, purché non sia della loro ràzza (= non sia un loro familiare)].
Inoltre, lui che ne aveva passate di tutti i colori, sapeva che non bisognava mai avere l’atteggiamento della vittima, perché si rischiava di vedersi appioppato un soprannome. Diceva che quando hai un soprannome, se sbagli qualcosa, allora “Dàghe al càn che tùti ghe dà dòs…” [dagli al cane, ché tutti gli danno addosso…] “e ‘lóra te devénta un pajaΘét…” [e allora sei considerato un povero burattino] “e se te ocòre calcòssa nesùni te jùta, i te rìde drìo e i te sèra ła pòrta tel mùso…” [e se ti occorre qualcosa, nessuno ti aiuta, ti ridono dietro e ti chiudono la porta in faccia].
Quadro invero desolante. Si apprende la lezione di quanto sia importante il rispetto della comunità per poter essere aiutati in caso di necessità.

Era un giocatore di carte ma non lo ho mai visto discutere o litigare, perché aveva una brutta opinione delle reazioni del suo prossimo e diceva che in caso di emergenza o di baruffe la gente si rivelava con volti nuovi. Aggiungeva: “I ho vìsti tél carbón co l’é s-ciopà tùt…” [li ho visti (per quello che erano veramente) in miniera (nel carbone) quando è esploso tutto].
Cosa aveva visto? Quali comportamenti bestiali? Non ha mai voluto parlarne. Una volta o due ha accennato a un certo Mariòto di Montebelluna, un vero delinquente, che tuttavia “l’è restà sòte pa salvar ðént che i ło variè lasà morìr pa dispèto. Me piasarìe che fùse el Paradiso sól che par Mariòto…” [Mariotto è rimasto sotto (morto a Marcinelle) per salvare gente che lo avrebbero lasciato morire per menefreghismo. Mi piacerebbe che esistesse il Paradiso non fosse altro che per Mariotto…]
Insomma, a mio giudizio, una degna persona. Servizievole (faceva dei lavoretti per mia nonna), non servile, affabile ma di poche parole.

Una sera, verso le due di notte, nella borgata si sente il suo motorino che sbuffa, rallenta, di ferma, riprende, poi un botto abbastanza forte e più niente. Impossibile, nel silenzio assoluto, non aver sentito: scendiamo nella strada in tre di noi, usciti dalle case vicine, e vediamo A per terra, chiaramente ubriachissimo, col motorino ancora acceso. Mentre il motorino camminava, l’aria fresca reprimeva l’alcol e lo teneva in campana; una volta arrivato, il fresco della corsa era finito ed A era stramazzato al suolo. Qualcuno allora spegne il motorino e s’iniziano i primi aiuti:
“A, ti sei fatto male?”
“No… no… ma non so se ce la faccio ad andare a letto…”
La casa era a pochi metri: “Ti aiutiamo noi, A, ti portiamo su in camera: al primo piano, vero?”
“Si, sì, al primo… grazie…”
S’inizia il trasporto a peso morto, ché non riusciva a fare un passo: la scala era stretta e non è stata una impresa facile. Arriviamo in camera, accendiamo la luce e lo stendiamo vestito sul letto: era agosto e certamente non avrebbe preso freddo.
“Ecco, adesso dormi e ne riparleremo domani mattina: il motorino è al sicuro sotto la tettoia…”
Quàl motorìn? gràssie… ciào, gràssie, tosàti, stuème ła luce par piaΘér ma pianìn, pianìn, pianìn…” [Quale motorino? grazie… ciao, grazie, ragazzi, spegnetemi la luce per piacere ma spegnetela pianino, pianino, pianino…]
La luce spenta di colpo poteva forse scombussolarlo ancora di più? Quella sì che era una vera sbornia…

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