El Guèmpo [68]

elGuempo
El Guèmpo col il suo distintivo sul berretto.

Siamo a Venezia, sulla Riva degli Schiavoni, negli anni ’50.
Del Guèmpo, non ricordo il nome: solo il soprannome, né so cosa significasse tale soprannome. In quel periodo avrà avuto una ventina d’anni, molto probabilmente qualcuno di meno. Diceva di non sapere nemmeno la propria età, il che era francamente impossibile perché sarebbe bastato chiederlo alle suore che lo avevano allevato. El Guèmpo era stato deposto sulla porta dell’Antico Spedale della Pietà, che se ne occupassero le suore.

Non era tuttavia stato abbandonato al momento della nascita, bensì vari mesi dopo, quando la madre si accorse che il bimbo aveva contratto la poliomielite. Forse nemmeno sapeva che il piccolo potesse avere la polio: certamente, a detta di monsignor Manzoni (il parroco), quando le suore lo avevano trovato, il piccolo aveva un febbrone da cavallo.
Per la cronaca, l’ospedale sorse nel 1346 con decreto del Senato della Repubblica Serenissima. Accoglieva chi per povertà o illegittimità dalla nascita, fosse stato abbandonato. La Pietà aveva dieci balie e tutto il complesso ospedaliero era gestito dall’ordine delle Suore della Carità. Ai nostri tempi, benché sia diventato anche un ospedale per la maternità tra i più utilizzati in Venezia (anche mia sorella vi è nata) ha mantenuto comunque le caratteristiche di ospedale materno per poveri o illegittimi abbandonati.
El Guèmpo parlava sempre bene delle Suore e diceva sempre di pregar Dio che per caso non gli facesse incontrare sua madre perché “No savarìa bén se copàrla o basàrla.” [Non saprei bene se accopparla o baciarla].
El Guèmpo aveva, in conseguenza della poliomielite, una gamba più corta di due centimetri che lo obbligava a portare una scarpa ortopedica; aveva inoltre una notevole asimmetria nel volto, dove un occhio era più piccolo dell’altro e la palpebra di tale occhio aveva una conformazione come una lettera U rovesciata, sempre conseguenze della paralisi infantile, all’epoca molto diffusa.
Con quello che ho visto, vi consiglio di vaccinare i vostri cuccioli d’uomo.
A scuola, sembra che el Guèmpo non fosse andato troppo bene e così aveva smesso dopo cinque anni, in cui l’ultima classe da lui frequentata era stata la terza elementare. Si trovò così ad 11 anni per la strada, ospitato ancora di notte dalle sue suore sino ai 14 anni e poi completamente abbandonato. Non ne abbiamo mai saputo il vero motivo, né lui lo raccontava; se interrogato, si limitava a dire: “Xé ła vita, par mi ła xé ‘ndàda cussì… me piasarìa ‘nca mi éssar fìo del conte Cini…” [è la vita, per me è andata così… piacerebbe anche a me essere figlio del conte Cini…(maggiorente nobile veneziano)]
Era tifosissimo dell’Inter, oltre che, naturalmente dell’Associazione Calcio Venezia, che allora navigava, con fortune alterne, tra la serie A e la serie B. Le squadre erano da lui chiamate in modo strano:
ła Linter (Inter)
l’Olivèntu (Juventus)
ła Spandòria (Sampdoria)
ła Popàtria (Pro Patria)
el Mìlla (Milan)
Non aveva, nel modo più assoluto, altri argomenti al di fuori della sua persona e dello sport. Chi non avesse tifato per Fausto Coppi era di sicuro uno scemo che non capiva niente: “No vedé che’l xé nassùo a posta par vinsar, no cóme mi: me vorìà i so polmòni, łe so gàmbe, el so cuòr…” [Non vedete che è nato appositamente per vincere, non come me: mi ci vorrebbero i suoi polmoni, le sue gambe, il suo cuore…]. Quando l’Inter o Fausto Coppi perdevano, era semplicemente disperato. Se perdeva il Venezia, era molto più filosofo perché perdevamo anche tutti noi, tifosi del Venezia; quindi mal comune, mezzo gaudio: ma l’Inter e Fausto Coppi erano questioni tutte sue.
Faceva parte della Cooperativa Transbagagli, una società di facchinaggio che lo aveva accolto. Sul berretto aveva fissato, con un ago da balia, il distintivo della Cooperativa. Ne parlava con sussiego in continuazione: “Mi gò el me distintivo…” [Ho il mio distintivo: pertanto, sono qualcuno.]
Stazionava al pontile dell’Arsenale, come facchino ufficiale, per portare le valigie dei turisti sino agli alberghi vicini.
Era una sofferenza vederlo caracollare sotto il peso delle valigie, con una gamba più corta. Poi, don Manzoni, dal pulpito della Chiesa di San Giovanni in Bragora, tuonò: “Una colletta! Una colletta per comprare un carretto al nostro fratello in difficoltà.” Siccome don Manzoni non scherzava e soprattutto non demordeva, nel giro di un mese si comprò il carretto con le ruote gommate (a Venezia è proibita la ruota dura). El Guèmpo era fuori di sé dalla gioia: “Xè vero che so nassùo desgrassià ma tùti me iùta: łe suòre, don Manzoni… tùti; dèso’nca ‘l caréto…” [è vero che sono nato disgraziato ma tutti mi aiutano: le suore, don Manzoni… tutti; adesso anche il carretto…]
Io ero il suo lettore ufficiale per la Gazzetta dello Sport. Attaccava la richiesta di farmi fare da lettore sempre nello stesso modo, sia che la Gazzetta l’avessi portata io, sia che l’avesse recuperata in qualche altro modo: “Ti sa che so łesar, vero… ma gò l’òcio rovinà da ła paràise… mègio se ti me lesi ti…gràssie…” [Sai che so leggere, vero… ma ho l’occhio rovinato dalla paralisi… meglio se mi leggi tu… grazie…].
In effetti, sapeva leggere pochissimo: ma chi avrebbe mai avuto il coraggio di contestargli quell’affermazione? E così gli leggevo dell’Inter e di Fausto Coppi: poi, se restava tempo, anche del Venezia Calcio. La lettura avveniva vicino al pontile della Linea Uno all’Arsenale, su di una panca con la scritta ‘riservata Cooperativa Transbagagli’: quella panca era praticamente de el Guèmpo e, assieme al suo distintivo, era il suo orgoglio.
Non lo abbiamo mai sentito parlare di ragazze, dico mai. Tuttavia una volta, forse non si trattava di ragazze, qualcosa doveva essere successo perché cominciò a bere come una spugna e proseguì per moltissimo tempo.
Aveva imparato una storiella che parlava di lui stesso e non abbiamo mai saputo se fosse stata una barzelletta o un fatto vero.
Dunque, dice el Guèmpo in dialetto (non parlava italiano): “A causa del bere sono andato dal dottore. Il dottore mi ha chiesto a che ora mi alzassi e cosa mangiassi. Poi, quanto vino bevessi. E così, mi ha chiesto: quanto vino bevi al giorno, Guèmpo? Due, tre, quattro? Io ho risposto: ‘Quattro, dottore’ ‘Bene, allora scriviamo: al giorno, quattro bicchieri… ‘Non bicchieri, dottore, litri: quattro litri…’”
Siccome el Guèmpo non era tipo spiritoso, non abbiamo mai capito se il fatto fosse vero oppure un’invenzione: se era una storiella, era sicuramente l’unica che lui avesse mai raccontato.

Forse la sapeva più lunga di quanto apparisse…

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