Venezia-Fiorentina [70]

Moeca

Campionato 1961-1962 – Serie A – Prima Giornata – 27 agosto 1961
VENEZIA-FIORENTINA = 0:1 (primo tempo 0:0)
VENEZIA: Bandoni, Tesconi, Ardizzon, Invernizzi, Carantini, Frascoli, Rossi, Santisteban, Kaszas, Raffin, Pochissimo.
FIORENTINA: Sarti, Robotti, Castelletti, Ferretti, Orzan, Rimbaldo, Hamrin, Jonsson, Milani, Dell’Angelo, Azzali.
ARBITRO: Campanati di Milano.
GOL: 62’ Dell’Angelo.


Nel 1960-1961 L’Associazione Calcio Venezia militava da ben 11 anni in serie B. E finalmente fu promossa in serie A, piazzandosi al primo posto nel torneo cadetto, con l’allenatore Carlo Alberto Quario e come miglior marcatore la mezz’ala sinistra Raffin, con 17 reti. Durante l’estate, l’attesa della prima partita, in casa, contro la Fiorentina, divenne spasmodica.
La società non aveva fatto grandi acquisti e qualcuno, dotato di un certo buonsenso, pronosticava un campionato in A piuttosto mediocre. Non l’avesse mai fatto:
• Probabilmente non era un vero sportivo.
• Probabilmente non era nemmeno un tifoso veneziano.
• Notoriamente, non capiva niente di calcio.
• I disfattisti ci sono sempre stati e il destino li punirà.
• Nella sua famiglia, si sa, non brillavano certo le intelligenze.
• Nemmeno nel suo lavoro, il tapino, brillava eccessivamente.
• Fin dalla prima partita con la Fiorentina l’uccellaccio del malaugurio si sarebbe dovuto rimangiare tutto.
Il gufo argomentava che il Venezia veniva dalla serie B? e che la Fiorentina aveva addirittura vinto la Coppa Italia?
• Maledetto detrattore: la Fiorentina ha vinto la Coppa Italia per purissimo caso, con pochissima fatica.
• In campionato era arrivata solamente settima e il detrattore non teneva conto che i viola erano finiti addirittura dietro alle galline padovane, che notoriamente, lo sapevano tutti, erano peggio del Venezia.
• Ce la racconteremo sul campo, all’ultima domenica di agosto, anche se il clima caldo favorisce la Fiorentina perché a Firenze c’è notoriamente un clima africano.
• Se per pura ipotesi il Venezia dovesse pareggiare (perdere? giammai!), dovesse, dico, ipotetico, si sarebbe dovuto valutare attentissimamente l’operato dell’arbitro.
• Bisognava tener conto inoltre che il Venezia, dopo 11 anni di purgatorio, avrebbe distrutto qualsiasi avversario con la nuova carica agonistica.
• Inoltre, probabilmente, gli ospitati sarebbero arrivati spossati dal viaggio.
Circa cinquemila sui diecimila tifosi neroverdi avevano probabilmente preparato cinquemila formazioni da mettere in campo dal primo minuto. Anche Il Gazzettino esponeva la sua ipotetica formazione: Il Gazzettino dice scempiaggini, no, Il Gazzettino di solito dice cose giuste, giocare in difesa, no, giocare in attacco…
Passava magari la Elisabetta Taylor con Riccardo Burton? “No me interessa! Sèmo drìo parlàr de Venessia-Fiorentina…” [Non m’interessa! Stiamo parlando di Venezia-Fiorentina]
Tutto questo durò sino al fatidico 27 agosto 1961, giorno della tenzone.
Giornata splendida. I fiorentini presenti erano una enormità, forse mille, forse mille e cinquecento, con mogli e figli al seguito, cogliendo così l’occasione di visitare anche turisticamente la città.
Esisteva un inno che solitamente veniva cantato quando il risultato si faceva rotondo a favore del Venezia. Era talmente grande la convinzione di vincere e di darla sul naso a tutti i detrattori che il canto sgorgò dai villosi petti sin da 10 minuti prima dell’inizio:
Evviva Venezia, (armonia maggiore tonica)
Evviva San Marco, (armonia maggiore di quarta)
Evviva le glorie del nostro leon, (armonia di settima maggiore)
Evviva le glorie del nostro leon. (armonia maggiore tonica)
Del nostro leon… (passaggio all’armonia minore tonica)
Ripetere tre volte.
Urlo finale prorompente, con l’applauso interminabile.
L’effetto era bellissimo, il susseguirsi maggiore-quarta-settima-maggiore-minore faceva orripilare le schiene dell’orda neroverde e dava il senso di un pezzo per corni e tube, molto marziale.
Si diceva che fosse il canto della Quarta Crociata, della Battaglia di Lepanto ma basta aver fatto dieci giorni di conservatorio per sapere che nel XII secolo tali armonie non esistevano del tutto e nemmeno esistevano pienamente (soprattutto la settima) in occasione della Battaglia di Lepanto del 1571. Basti sentire l’Aria della Battaglia di Andrea Gabrieli del 1590, scritta sempre a Venezia ‘per sonare d’instrumenti a fiato’ e ci si renderà conto che il tifo fa dire delle bestialità. Ma se fosse servito a vincere… ci sarebbe potuto anche stare.
Gli spettatori fiorentini erano ammutoliti perché non si aspettavano di essere in una vera tana dei leoni e i veneziani si erano resi conto di questo smarrimento viola.
I giocatori, appena entrati, si erano fatti influenzare psicologicamente: quelli del Venezia saltellavano e ballonzolavano aggressivamente, in attesa del calcio d’inizio. I giocatori della Fiorentina erano allibiti. Per ironia della sorte, Sarti, portiere della Fiorentina e della Nazionale, si fece il Segno della Croce: non lo avesse mai fatto.
Si sentirono prima dei commenti serpeggianti: “Sarti el gà paura! el se ga segnà! ànca quèi altri! i gà tùti paùra!” [Sarti ha paura! si è segnato! anche gli altri! hanno tutti paura].
Improvvisamente s’era formata l’opinione che tutti i giocatori della Fiorentina avessero paura e si scatenò allora il coro ritmato: “Pa-u-ra! Pa-u-ra! Pa-u-ra!”
Si vede che quando un fiorentino ha paura, si deve fare il Segno della Croce… stranezze del tifo.
E s’iniziò la partita. Nel primo quarto d’ora ci fu effettivamente un certo disagio degli ospitati ed un’aggressività spaventosa da parte dei neroverdi. Sarti superò se stesso e i commenti più benevoli erano: “Sarti łe ciàpa tute, pàr ch’el fàssa pàr dispèto…” [Sarti le prende tutte, sembra che faccia per dispetto…]
A metà del primo tempo la furia veneziana era al massimo ma la Fiorentina cominciò a difendersi a spada tratta, al limite del regolamento, con tre ammoniti per falli comunque non cattivi.
Mi è rimasta impressa la seguente scenetta: un tifoso veneziano, di fronte al gioco pesante degli ospitati si mise a gridare a squarciagola:
Bechèri, contadìni!” [Macellai, contadini!]. Era troppo per un tifoso fiorentino, il quale sbottò: “Suvvia! Contadini a noi! A noi di Firenze!”
Al che il veneziano replicò: “Par mi, dełà del Ponte de ła Libertà, ghe xé nòme altro che tèra, vàche e campàgna!” [Per me, oltre il Ponte della Libertà, non c’è altro che terra, vacche e campagna!]. L’ilarità generale spense il diverbio. Molti vanno allo stadio per sentire questi happenings. [accadimenti]
Verso la fine del primo tempo le forze dei calciatori veneziani cominciarono a diminuire e la classe della Fiorentina divenne evidente.
Al riposo sullo zero a zero, tra gli spettatori cominciò a serpeggiare il seme del dubbio: “Vùsto védar che no ghe ła fémo…” [Vuoi vedere che non ce la facciamo…]
E così fu. Cominciò il secondo tempo e s’iniziò l’assedio alla porta veneziana, la quale resistette sino al 17’. Poi, preso il gol, l’attacco veneziano cercò di ricostruire qualcosa, un qualcosa che si spegneva sempre sulla difesa viola.
Morale presa a prestito da Giovanni Trapattoni: non dire gatto fin che non ce l’hai nel sacco…
Chiosa finale: il Venezia non fece comunque un brutto campionato e finì a metà classifica.

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