Te lo avevo detto [72]

corno
Corno di bue contenente acqua e una pietra per affilare la falce fienàia. Si tiene appeso alla cintura.

Bèpi era un ottimo contadino. Di solito, quando si parla di qualcuno lontano nel tempo, si dice che era veramente buono.

Sta di fatto che Bèpi era veramente buono: una pasta d’uomo, come si suol dire; forse, anche troppo. I suoi parenti non lo prendevano troppo sul serio e infatti aveva come soprannome la sua frase abituale che illustreremo qui sotto.

Ascoltava cortesemente, salutava cortesemente, sorrideva educatamente… insomma, ci si aspettava sempre che sbagliasse qualche comportamento e invece era la quintessenza dell’educazione. Questo, forse, era vero il difetto: non ne aveva alcuno, di difetto e ciò dava un po’ fastidio.

Ma come, senza un difetto? Veramente, se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo, un difetto ce l’aveva: usciva, ogni volta ch’era possibile, con la frase:

Ma mi, te’l vée dìta…” [Ma io, te lo avevo detto…]

Questa frase era diventata il suo soprannome: ‘Te vée dìta’.

Si poteva parlargli di qualunque cosa, di politica, di cinema, del cardinale in procinto di essere designato papa, del tempo atmosferico, della grandine o del mais; ad esempio:

Bèpi, i Carabinieri i ha ciapà quél de Piavòn ch’el véa copà so pàre…” [Bèpi, i Carabinieri hanno preso quello di Piavòn che aveva ammazzato suo padre…]

Bèpi, mentre affilava la falce fienàia, ascoltava attentamente, rifletteva seriamente, acquistava un’espressione perplessa, rimetteva la pietra per affilare nel corno di bue appeso alla cintura, la riestraeva bagnata dall’acqua nel corno, controllava ulteriormente l’affilatura e dopo una vita, quando sembrava che forse non avesse nemmeno sentito, si aggiustava l’eterna coppola di fustagno e prorompeva lentamente con voce baritonale:

Ma mi, te’l vée dìta…

Lui aveva sempre detto che cosa? Se lo inventava al momento, ad esempio: “Ti avevo sempre detto che i ragazzi al giorno d’oggi non sono più quelli di una volta e i Carabinieri fanno bene, ‘orpo se fanno bene…” Tutto inventato al momento, forse per il piacere di conversare, per darsi un innocente senso di esperienza, per far capire che lui sapeva le cose del mondo, chi lo sa?

Bèpi, come tutti i contadini nell’immediato dopo guerra, stava vivendo un periodo in cui il suo prestigio era contestato dai figli e soprattutto dalla realtà delle cose.

Da generazioni, il suo trisavolo, suo bisnonno, suo nonno e suo padre avevano falciato l’erba medica in un certo modo, avevano munto le mucche in un certo modo, avevano raccolto il mais in un certo modo, avevano preparato le botti per il vino stuccando le botti stesse con lo sterco di vacca in un certo modo ed egli sperava di avere la stessa autorità dei suoi antenati e di trasmetterla ai suoi figli, che avrebbero dovuto attendere le sue parole dalle sue labbra così come egli pendé (si può dire anche ‘pendette’) dalle labbra di suo nonno e di suo padre. Guardando gli anziani ed imparando, era stato sicuro,a suo tempo, di poter mantenere la sua famiglia e che avrebbe trasmesso tale conoscenza ai figli: gli anziani avevano sempre saputo tutto e avevano sempre soddisfatto le sue esigenze di conoscenza ma ora… ora che doveva a sua volta trasmettere, non bastava più. Improvvisamente, conoscere  con assoluta sicurezza il mestiere del contadino si rivelò insufficiente.

Il problema era all’osteria o all’uscita dalla Messa, dove sentiva parlare di recipienti metallici per il latte, di mungitura automatica, di falciatrici meccaniche, di cannonate contro la grandine, del DDT (dicloro difenil tricloroetano) che era una benedizione ma era una maledizione… Tornava dalla Messa e dall’osteria molto confuso, molto confuso.

Che fare? Con chi parlare? A chi chiedere lumi? Nessuno sapeva. Era stato al Consorzio Agrario di Oderzo per vedere una mostra di macchinari agricoli, in particolare una mungitrice automatica: gli rifilarono un pieghevole da leggere a casa, con delle spiegazioni ermetiche. Un suo vecchio compagno di scuola, trovato al Consorzio, gli disse che sì, andava anche bene la mungitrice automatica ma forse sembrava che rovinasse le mammelle delle mucche… ah, tutte queste novità… una volta c’erano poche cose e si sapeva tutto…

La lettura del manuale, a casa, sia per la sua preparazione che per l’ermetismo dello stesso manuale, gli fu di poca o nessuna utilità. Lo stesso per un rastrello automatico per il fieno, che consentiva di fare il lavoro con una persona in meno. Dopo aver attentamente letto il manuale, decise di comperarlo, questo resteón [grande rastrello] e si recò al Consorzio per il grande acquisto, col suo bel pieghevole in mano. Bèpi entrò al consorzio ma quel modello di rastrello automatico non c’era più: era stato sostituito da un modello molto più complesso, più grande e più costoso. Bèpi fu preso dal panico: una settimana per imparare l’uso di un qualcosa che ormai non c’era più. C’era un altro manuale enorme, questa volta in francese e solo quattro pagine in italiano, che a detta del venditore erano più che sufficienti.

Bèpi tornò a casa senza aver comperato niente: deluso, insicuro, con una sorda rabbia dentro di sé. I figli sentivano di non avere più una guida ed anche loro ebbero, per la prima volta, paura per la loro vita futura.

Era finito un mondo.

Ad un certo punto, il figlio più grande si rese conto che né suo padre né gli altri contadini sapevano assolutamente niente di questa improvvisa evoluzione infernale.

Pàre, sén méssi mal co gnànca na màchina, vù cósa diséo… cheàltri calcòssa i fa…” [Padre, siamo messi male senza nemmeno una macchina, voi cosa dite, gli altri fanno pur qualcosa…].

Bèpi ci pensò su, rimuginò a lungo e quando sembrava che non volesse più rispondere, disse:

Ma mi, te’l vée dìta…

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