Vischio per uccellare [73]

VischioPioppo
Platano, d’inverno, col vischio sempre verde infestante.

Revisione 17 nov 2018 – Il vischio, viscum vlbum (detto vìs-cio nella sinistra Piave), non ha radici e vive da parassita sulle piante più diverse. Ha le foglie sempre verdi e quindi esegue la classica azione clorofilliana ma, non avendo le radici, da buon parassita, sfrutta la pianta ospitante per procurarsi l’azoto, magari danneggiandola seriamente.

Le bacche del vischio sono molto velenose e dieci di queste uccidono un uomo. Ha un profumo penetrantissimo, come da mastice, che può piacere o non piacere.

Parecchie delle sue doti medicinali, popolarmente considerate, sono in realtà praticamente inesistenti. Mia nonna lo usava per vari scopi che qui non vale la pena di riportare. Come si vede nella fotografia, se il vischio viene ospitato da una pianta non sempre verde (tuttavia il parassita viene ospitato anche dalle sempre verdi) durante l’inverno si vede immediatamente.

Il fatto che non abbia radici ha sempre sollecitato la fantasia dei celti e dei loro preti, i druidi, che lo ritenevano sacro e che lo chiamavano Il ramo d’oro. James Frazer, antropologo, ci ha scritto sopra dodici volumi. In Italia l’opera è stata ridotta a due volumi meravigliosi che suggerisco di leggere: sono tutte storie di tradizioni. (vedi la pagina della bibliografia in questo sito).

Note culturali dai nostri filò:

Se due morosi si baciano, sotto una pianta che ha il vischio come ospite, anche se non sanno che c’è il vischio, saranno obbligati dal destino a sposarsi. Per questo si è creata la tradizione che, al primo dell’anno, e solo al primo dell’anno, è lecito baciarsi sotto un arbusto di vischio, tolto da una pianta e portato in casa. Solo il primo dell’anno però, perché negli altri giorni non funzionerebbe: il vischio, comunque, può favorire il futuro matrimonio… si dice allora come il moroso sia rimasto invischiato…

Vischio
Ramoscelli di vischio, con le loro bacche, bianche e velenose.

Alla domanda dei bambini, sul perché il vischio non abbia radici, le nonne nei filò davano la seguente risposta: quando Gesù fu crocefisso, tutte le piante piansero, si afflosciarono, si ruppero in mille pezzi per la disperazione ma il vischio, tentato e spinto dal demonio, non si commosse: doveva essere proprio una carogna… anzi, quasi quasi, rideva. Per questo fu condannato ad essere un parassita. Il diavolo non poteva cambiare la decisione divina (notoriamente), ma poteva donare al vischio delle capacità medicinali, per consolarlo della maledizione ricevuta. Il vischio, inoltre, allontana sventure e malattie e può portare fortuna e felicità. Ma non toccatelo, perché il vischio è stato reso velenoso dal Padreterno ed anche per questo aspetto il diavolo non ha potuto farci niente.

Gli uccelli, tuttavia, mangiano le bacche e non si avvelenano e poi, dopo averle digerite, le depositano su qualche albero dove nasce un’altra pianta di vischio (questo, tuttavia, è scientifico). Se i semi cadono per terra, la maledizione ritorna a farsi sentire e non nasce niente.

Comunque, morosi o no, il vischio sulla porta di casa è come l’agrifoglio: beneaugurante, apportatore di prosperità. Tuttavia il Maligno può aggirarsi nei pressi del vischio: quando le bacche odorano fortemente (in realtà quando invecchiano), quello è l’odore del demonio e il ramo di vischio va bruciato immediatamente: ma non in casa! Va bruciato fuori, nel cortile, altrimenti rimarrebbe l’ombra del demonio (oltre che il tanfo). Il gatto, che la sa lunga sul demonio, non si avvicina mai al vischio perché sente l’odore infernale…

Qui poniamo la fine alle storie del filò.

Il demoniaco vischio ci serviva anche per prendere gli uccelli…

pania
Trappola per uccelli, con un uccellino invischiato.

Procedimento per creare la pània (còła = colla):

  • Mettere in un recipiente (che non potrà mai più essere utilizzato per altri scopi, perché pulirlo è una disperazione) due dita d’acqua e una trentina di bacche di vischio.
  • All’aperto (altrimenti impestate la casa), fare un fuocherello bassissimo che lentamente scalderà il miscuglio.
  • Quando si sente il caratteristico odore diabolico, mescolare con un ramoscello secco (bachetìn = bacchettino).
  • Se riuscite a mescolare senza alcuna resistenza da parte dell’intruglio, ciò, significa che la pània (còła) è ancora troppo liquida. Se invece è quesi impossibile mescolare, ciò significa che è troppo densa e in questo caso aggiungere un dito d’acqua.
  • Quando si spegne, non si deve aspettare troppo per l’uso successivo di cui diremo, perché la pània solidifica rapidamente. Se non si è pronti coi ramoscelli per paniàre (invischiare), spegnere quando il decotto sia ancora abbastanza liquido.
  • Preparare un rametto abbastanza grosso di nocciolo o di gelso (rigido) (un centimetro di diametro) e lungo 50 o 60 centimetri, su cui si praticano con un coltello da innesti (brìtoła) a lama ricurva tre fessure atte ad incastrarvi tre rametti.
  • Preparare tre rametti di salice (flessibili), lunghi 35 centimetri circa e con diametro non più di mezzo centimetro.
  • Afferrare ad una estremità i tre rametti, magari con una pinza per non impiastricciarsi le mani, cospargerli con l’intruglio usando un grosso chiodo come spalmatore, precedentemente immerso  nel pentolino ed infilarli nelle tre scanalature come nel disegno. L’ideale per spalmare sarebbe usare un pennello ma poi bisognerà probabilmente buttarlo via, a meno che non lo si tratti subito con acqua  ragia.
  • Se si ha un uccello in gabbia, che può servire da richiamo, prendere la gabbia con l’uccello e portarsi in un posto tranquillo.
  • Se non si ha il richiamo, trovare una fontana o una roggia, dove prima o poi gli uccelli verranno a bere.
  • Piantare il ramo coi tre rametti impaniati (invischiati) o vicino alla gabbia o vicino all’ acqua.
  • Se siete vicini all’acqua e uno di voi sa imitare il canto degli uccelli, magari con qualche fischietto, provate a richiamarli: io ho conosciuto degli specialisti che erano meglio del richiamo in gabbia. L’uccello che eventualmente fa da richiamo in gabbia è quasi sempre molto dispettoso ed emette il richiamo quando gli pare.
  • Attenzione: l’uccellino che non riesce più a staccarsi dal ramoscello è uno spettacolo orribile. Se, mossi da improvvisa pietà, pensate di staccarlo dal rametto dove si è invischiato e dargli la libertà, ormai il male lo avete fatto e non c’è verso di rimediare. Dato che avrà le zampette invischiate, molto probabilmente rimarrà appiccicato su qualche ramo la prima volta che si appoggerà: sarà vittima di gatti, gattoni, poiane, civette, gufi, allocchi, barbagianni, assioli, falchi, falchetti e vi resterà sulla coscienza.
  • Nota bene: crudeli o non crudeli che siate, non provate assolutamente a fare cose di questo genere perché, per fortuna, attualmente la legge proibisce severamente questo tipo di caccia. Il racconto serve perché uno dei tanti aspetti culturali veneti non vada perso. 
  • Nelle amorose pànie s’invescò: il Boccaccio usa una strana figura retorica perché sarebbe come dire Nelle amorose pànie s’impaniò. Si chiama questo modo di dire  complemento dell’oggetto interno, come dormire un sonno profondo o vivere una vita divertente o mangiare un pasto veloce.

Morale: non invischiatevi né fatevi invischiare. In certi casi, come nel matrimonio, si tratta di un processo irreversibile, quasi un’opera diabolica. Solo in politica, i processi irreversibili sono migliori dei processi reversibili…

Ora siete pronti per la canzoncina, che un buon uccellatore dovrebbe sempre canticchiare:

 fis-ciàr, vis-ciàr…
l’è tùt un lavoràr…
bisògna savér fàr…

se vìs-cia pa’ oseàr…
tre tórdi da ciapàr…
in técia par disnàr…

calcòssa da tociàr…
poentìna pareciàr…
‘na ombréta da θercàr…

[fischiare (come richiamo), vischiare (impaniare)…
è tutto un lavorare…
bisogna saperci fare…

si vischia per uccellare…
tre tordi da prendere…
nel tegame per desinare…

qualcosa per fare scarpetta…
polentina preparare…
un piccolo bicchiere di vino da assaggiare…
]

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