I gemelli cantori [77]

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I gemelli cantori.

M ed R di cognome facevano L. Oppure lo fanno ancora, perché mi auguro che siano ancora vivi, anche se da trent’anni li ho persi di vista.

Erano due gemelli omozigoti, come due gocce d’acqua. Mentre per gli eterozigoti la somiglianza è relativa, per gli omozigoti la somiglianza è quasi assoluta e anche la madre, talvolta, fa fatica a distinguerli.

Come se non bastasse e come fanno molti gemelli, si vestivano uguali e per questa ragione a scuola ne combinavano di belle, sostituendosi l’un l’altro per superare meglio le interrogazioni: almeno lo si ipotizzava e loro non rispondevano mai esplicitamente.

Io li distinguevo dal sorriso e dall’attaccatura dei capelli: non sorridevano in modo uguale; mentre M sorrideva normalmente, R tendeva a sorridere un poco di più sulla destra del viso e inoltre aveva l’attaccatura dei capelli sulla fronte leggermente più bassa, per cui M diceva che R, avendo l’attaccatura più bassa, era il meno intelligente.

Bravi ragazzi, avevano, come usava allora, un plotone di fratelli e sorelle. Se per caso arrivava per i gemelli un paio di guanti o un altro indumento unico, entrambi si rifiutavano di indossarlo: volevano vestire allo stesso modo.

Avevano entrambi la stessa voce angelica e nella chiesa parrocchiale tutti andavano ad ascoltarli, anche durante le prove del mercoledì sera; c’era poco da dire: quando cantavano i gemelli, la chiesa sembrava un angolo del Paradiso.

Quando erano ancora ragazzini e andavano nel bar in piazza centrale, la signora J, che gestiva il bar stesso, spesso regalava loro un gelato Fortunello, di cui erano ghiotti, perché: “Quànde che i cànta in cièsa me vièn da pianðer parché me  pàr de tornàr toséta…” [Quando cantano in chiesa mi viene da piangere perché mi sembra di tornar bambina].

Arrivati un po’ prima dell’età dello sviluppo, in previsione del cambio di voce (udite!) volevano farsi operare nelle parti intime per mantenere la voce infantile. Essendo io l’amico forse più caro dei gemelli, una sera mi capita F, fratello più anziano dei gemelli, il quale, fuori di lui, attacca: “Stupidi, ‘gnorànti, deficienti, cretini, lòri e ànca el prète che no’l ghe łe cànta ciàre… i vòl operàrse! i vòl operàrse! no se ha gnànca mài sentìo na monàda compàgna… iùteme ‘manco ti… dìseghe calcòssa…” [Stupidi, ignoranti, deficienti, cretini, loro e anche il prete che non gliele canta chiare… vogliono operarsi! vogliono operarsi! non si è nemmeno mai sentita una cretinata simile… aiutami almeno tu… di’ loro qualche cosa…”

Uno dei due, in particolare, a costo di fare una cosa diversa dal fratello gemello, voleva assolutamente operarsi ed anche in fretta, perché temeva che la voce potesse cambiare da un momento all’altro: “Me pàr anca che l’è drìo crésserme ła barba…”. [Mi sembra anche che cominci a cresceremi la barba…]

Per farla breve, siamo riusciti a convincere i gemelli: niente operazione. Detto per inciso, non so nemmeno se fosse fattibile una follia del genere. Probabilmente ci sarebbe voluto qualche permesso, oltre a qualche chirurgo disponibile. Non lo so e per fortuna non è stato necessario saperlo.

Per un certo periodo, dai dodici fino ai quindici anni, bisogna dire che le voci non erano un gran che ma tutti incoraggiavano i gemelli: vedrete che le vostre voci saranno più belle di prima. E così fu.

Il tono tenorile era commovente, specialmente nel canto gregoriano e nelle armoniche di quarta, quando M faceva la parte in chiave di violino ed R faceva il controcanto in chiave di basso. Cantavano sempre assieme. Erano sempre assieme, sino a quando ci fu la prima rottura. All’età di diciotto anni, col permesso dei genitori (infatti la maggiore età a 18 anni in Italia risale al 1975) R decise di andare da un fratello più grande che era emigrato in Australia e che ne parlava benissimo. M invece non ne volle sapere. R arrivò in Australia in 35 giorni (di aereo non se ne parlava nemmeno) e dopo altri tre o quattro giorni arrivò una posta aerea che confermava, ah, quanto è bello, ah, perché non viene qua anche M.

M non ci pensava nemmeno e un sabato, alle due del pomeriggio, eravamo nel bar della signora J a fare una partita a Scala 40, M ed io contro altri due che non ricordo. Dovete sapere che, attaccato al bar, c’era l’ambulatorio del medico condotto LM.

Durante la partita di carte, M improvvisamente diventa pallido, si mette le mani al collo e grida: ”Mio fratello sta male! Mio fratello sta male!” poi si accascia, tremante e mezzo svenuto, sulla sedia, mollando le carte da gioco per terra. Lo solleviamo di peso in tre di noi e lo portiamo nell’ambulatorio vicinissimo, svegliando il dottore che era a riposare. Diagnosi: forte emozione, crollo di pressione, subito un’iniezione e poi portatelo a casa, che stia a letto almeno due o tre ore. Questa sera devo assolutamente rivederlo, ché non sia qualcosa che ora mi sfugge.

Dopo un giorno o due arriva il telegramma: R, alle undici di sera (facendo i conti, esattamente nel momento in cui M si era sentito male) attraversava un passaggio pedonale quando è stato investito da un’automobile, riportando frattura di tibia e perone, 60 giorni di convalescenza.

Come ha fatto R a far sapere a M che era stato investito?

Nessuno, con le conoscenze attuali, sa dare una spiegazione scientifica.

Dopo altri due mesi, R è tornato a casa, zoppicante: né lui né M riescono a spiegare l’accaduto e nemmeno ci danno soverchia importanza. La spiegazione che danno entrambi è: “Sarèn fradèi gemèi par calcòssa…” [Saremo pur fratelli gemelli per qualcosa…]

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