Usanze a Venezia 1 [78]

veneto
Vessillo della Regione Veneto.

Molte erano le usanze di Venezia che non c’erano in terraferma e viceversa, per ovvî motivi.

Vediamo alcune usanze di Venezia degli anni ’50 e ’60, quando la città aveva 180000 abitanti ed era viva, contro i 50000 circa di oggi, quando è già morta: oggi non ci sono più tradizioni perché non ci sono più i veneziani. Sono rimasti gli alberghi e i negozi che vendono souvenirs.

Gennaio

A Capodanno si andava dai parenti e non si mangiava pesce: il primo era un brodo di cappone con pasta fatta in casa (tagliatelle) e poi una pastasciutta col ragù (erano le stesse tagliatelle). Due primi non sono comuni fuori da Venezia, se non nei matrimoni. Non lo sono neanche a Venezia, se non a Capodanno.

 Il secondo era di solito il cappone stesso con mostarda alla cremonese e alla vicentina, mostarde che si mangiavano assieme al mascarpone. El biavaròl [negozio di alimentari, droghiere] era sempre fornitissimo di spezie, salse, pepe e molto altro perché la cucina veneziana risente molto delle tradizioni orientali agrodolci.  Se non c’era il lesso, come secondo si potevano mangiare tradizionalmente le trippe in umido col rosmarino. Qualcuno aggiungeva alle trippe un poco del brodo di cappone eventualmente rimasto. Di solito si beveva un rosso Valpolicella, buono ed economico: non c’era tradizione di vino bianco a Capodanno, peraltro molto deperibile. Il pane festivo era tradizionalmente la mantovana, fatta con il latte e che si conservava bene dal sabato o dal giorno precedente non festivo, nel quale era stato acquistato. Solo a Mantova si mangiano mantovane migliori. Il pane a Venezia è solitamente molto buono e si deve mangiare fresco, perché, con l’umidità cittadina, il pane non può durare.

croccante
Il croccante.

Oltre agli eventuali primi panettoni, che cominciavano allora a diffondersi, molto diffusi a capodanno erano la torta nicolotta (una pinza, schiacciata, di pane raffermo, vedi sotto per la composizione), il croccante natalizio, mangiati con le arance o coi mandarini. Il croccante è composto da zucchero caramellato e mandorle, semplicissimo da fare in casa e buonissimo. Finalmente, per il Buon Anno augurale, torrone bianco al miele di Cologna Veneta e un bicchierino di vino passito. Caffè.

La tradizione voleva inoltre una bella Tombola, dove l’animatore doveva recitare la smorfia: “Uno: capo de miłe… do: li gà ‘nca i gàti… vìntidò: ochète…” [Uno: capo dei mille… due: li hanno pure i gatti… ventidue: ochette…” i gatti oggi sono tutti operati e forse con l’estrazione del due va cambiata la smorfia. Comunque i giocatori si associavano alle parole dell’animatore e le ripetevano in coro.

caramei
I caramelli, infilati in uno stecco di legno oppure in un filo di ferro.

Se la compagnia era particolarmente benestante, si mangiavano, se fatti da qualcuno, i caramèi col stéco [caramelli con lo stecco]: uvetta, gherigli di noce, pezzetti di pesca, di albicocche, di mandorle, il tutto infilato in un lungo stuzzicadente di legno o di grosso filo di ferro, passati nello zucchero caramellato sin che quest’ultimo si rassodava. Il primo pezzettino del caramèo si mangiava facilmente ma i successivi andavano mangiati di traverso per non farsi male con lo stecco e quindi si dovevano trascinare fuori dallo stecco stesso. Un divertimento per i bambini.

I bambini rivolti all’animatore: “Ciàma piàn sti nùmari, che sémo drìo magnàrse i caramèi…” [Chiama lentamente questi numeri, che siamo indaffarati a mangiarci i caramelli…]

Finita la tombola, di solito verso le sette di sera, si apriva una tradizionale discussione veneziana: còssa sarà. [cosa succederà]. Parlavano solo gli adulti che avevano un grado di prestigio elevato. Gli oratori si sforzavano di dire quello che sentivano in testa e tutti erano attentissimi. Quando i ragazzini si distraevano, arrivava immediatamente la rampogna: “Tàsi! Stà ’tènto! Scòlta to zìo su còssa sarà!” [Taci! Stai attento! Ascolta tuo zio su cosa sarà!]. Gli argomenti erano il lavoro, la politica, il futuro della città, cosà farà il sindaco… argomenti che ai ragazzini non potevano interessare di meno. Bon àno… disème bon àno che gò tanto bisògno…[Buon anno, ditemi buon anno che ne ho tanto bisogno…].

In gennaio non si mangia pesce, perché il mese ha la lettera r (janvier in francese, genàro in veneziano), tranne naturalmente il lunedì, mercoledì e venerdì nei quali giorni si mangia comunque. Questo sta a significare che il pesce si può mangiare di domenica (o altre festività) solo da maggio ad agosto compresi.

C’era poi la notte tra il 5 e il 6 gennaio. Le regole per i genitori erano ferree: una calza di lana appesa per ogni bambino, piatto con una fetta di torta déła maràntega [torta della befana] fatta con farina di mais o pane raffermo, frutta secca, latte, lievito, burro, uva sultanina, sale, scorza grattugiata di arancia, semi di finocchio. Per i ricchi signori, anche pinoli. Il termine maràntega sembra venire dal latino mater antiqua, madre originaria, tradizionale. Altri invece, per far confusione, fanno riferimento alla radice nordica Mahr, Mara, Mare, démone, da cui anche l’inglese nightmare, incubo. Esiste in effetti una radice proto-indoeuropea mer, strisciare, muovere, attrarre, consumare, portare via (dalla vita, far morire) che è anche il movimento del mare, da cui il nome. Radice antichissima e quindi diffusissima. Il senso sarebbe che la befana può portare e portar via, dare e togliere. Dipende da come ti sei comportato durante l’anno.

La torta, se fatta col pane raffermo, cambiava nome e diventava torta nicolotta. Rimaneva denominata torta per antonomasia se fatta con la farina di mais.

Vicino al piatto con la fetta di torta si doveva mettere un bicchiere di vino rosso. Tassativo. Lo scopo era gustarsi la meraviglia dei bambini che alla mattina dovevano trovare le briciole della torta sul piatto e il vino del bicchiere consumato.

Cosa c’era nella calza? Di solito un pezzo di carbone vero, qualche torroncino e qualche agrume. Qualche biglietto di banca da cinque o dieci lire. Niente giocattoli: quelli arrivavano a San Nicola o a Natale.

Il carbone era vero e il discorso verteva su qualche episodio: “Ti ricordi quella volta che sei stato cattivissimo e che hai fatto questo e questo? ła maràntega ła se gà ricordà… poi, siccome sei stato anche buono…

Insomma, ‘na ónta e ‘na pónta… [un complimento e una punzecchiata]

Non c’era all’inizio il finto carbone nero, fatto di zucchero…

Un’altra tradizione dei mesi freddi era ła crèma del pestrìn, frìta, co un gòto de làte e col pàn. [La crema del lattaio, fritta, accompagnata da un bicchiere di latte e con il pane]. Cercate su Internet Crema fritta alla veneta. Deliziosa. Si comperava già fatta dal lattaio, tagliata a losanghe ed era composta da farina bianca, zucchero, latte. Di un colore giallo intenso, con la densità de le téte dele móneghe. [delle tette delle suore]. Chissà perché proprio le suore ma i bambini ridevano come matti.

La crema, portata a casa, si passava nell’albume sbattuto, nel pan grattato e si friggeva in olio di semi ben caldo. I bambini la mangiavano volentierissimo, col pane e con un bicchiere di latte. E si chiedevano l’un l’altro, con aria maliziosa: “Che consistenza hanno le creme?”

…genàro xé finìo… […gennaio è finito…]

 

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