Usanze a Venezia 2 [79]

guerra
Bandiera di guerra.

Febbraio

Febbraio ha la Madonna Candelora, il Carnevale e…

l’acqua alta, la pioggia e il vento freddo del nord (tramontana) che in certe giornate si alterna a folate improvvise con la bora, che viene da nord-est e queste sono le giornate spàca-ombrèłe [spezza-ombrelli] , perché il cambiamento improvviso del vento rovescia gli ombrelli senza pietà.

 Se non c’è vento o pioggia, di solito c’è il nebbione.  Oggi il nebbione è un poco più pulito ma nel dopoguerra c’era una complicazione: i vaporetti andavano a carbonella macinata sottilissimamente, la quale carbonella a sua volta andava, assieme alla nebbia, nei polmoni. La biancheria stesa ad asciugare si conciava in modo vergognoso ed anche i vestiti delle persone si sporcavano inevitabilmente. Un primo rimedio parziale c’è stato quando i vaporetti han cominciato ad usare la nafta pesante: non c’erano più i neri della carbonella sulla biancheria, bensì uno strato unto maleodorante di nafta, il che era un po’ meglio.

Ogni famiglia di rispetto aveva un lavandaio che veniva a prendere la roba da lavare con un carretto, la caricava su un topo (grossa imbarcazione) ed andava sino a Burano o Sant’Erasmo o Pellestrina (Murano era pure insozzata dallo smog), isole e zone in periferia senza smog, dove c’erano le lavanderie. I lavandai col carretto erano, in tutta Venezia, più di un migliaio. Le lavanderie saranno state una quindicina: i lavandai, o meglio, i trasportatori, lavoravano a percentuale.

Ogni famiglia aveva un contrassegno originale, cucito in un angolo dei vestiti (all’interno o sulla fodera) o sulle lenzuola, con un filo rosso che non mollava giù il colore. Il lavandaio-trasportatore ritornava dopo una settimana circa con dei sacchi bianchi di tela contenenti la biancheria e i vestiti. D’estate si poteva fare a meno della lavanderia: bastava avere l’avvertenza di non aver fuori la roba di mattina prestissimo, quando si accendevano i motori dei vaporetti. La soluzione definitiva fu, per Venezia, la lavatrice: ma arrivò molto, molto dopo e solo per chi aveva lo spazio in casa. Le case veneziane sono infatti mediamente piccolissime.

La Madonna Candelora era una tradizione molto sentita: si portavano le candele nelle chiese col nome della Madonna: non, per esempio, San Giovanni Crisostomo (uomo), bensì la Madonna della Pietà o la Chiesa della Salute e così via. L’importanza della Candelora era dovuta al fatto che le case popolari erano molto fredde e quindi se la Madonna faceva finire il freddo prima, questa era una bellissima cosa. Il popolo ci credeva fermamente: ma se ‘l piove o ‘l tira vento… le giornate di pioggia con la tramontana di febbraio erano le peggiori in assoluto: benedetta invece la bora, foriera di cielo terso.

Mi ricordo sempre la canzone Pioggia, vento e scarpe rotte. Si andava a scuola con la mantellina Pirelli di gomma, col cappuccio, col la cartella sotto la mantellina e tre chilometri a piedi fra andata e ritorno: dopo tre chilometri, anche le scarpe migliori erano fradice; il naso non protetto dall’ombrello e corroso dal vento gelido o le malattie di stagione erano all’ordine del giorno. Non senza ragione si diceva Febrùto, pèzo de tùto. [Febbraio, peggiore di tutto]. Ricordo tubi di Fissan o barattoli di Prep canforato per alleviare il naso corroso.

Il carnevale arrivava col ‘pane con l’uvetta’ tradizionale. Il pane caldo con l’uvetta veniva comperato dai ragazzini che andavano a scuola oppure (tutto l’anno scolastico) si andava dal fornaio a comperare un panino da 5 lire, caldo fumante e tagliato in due dal fornaio stesso, poi, con altre cinque lire, il salumaio te lo riempiva di mortadella, con o senza pistacchi a seconda dei gusti. Il panino, incartato sul sacchetto di carta marroncina del fornaio veniva messo in cartella ma il profumino era tale che raramente arrivava intero sino a scuola.

C’era chi aveva solo cinque lire e non poteva farsi il panino o magari ce l’aveva già in cartella. Ma con cinque lire si poteva entrare nel laboratorio di pasticceria e comprare le carte grigie impregnate dalle pastarelle. Dopo aver fatto da fondo per le creme, cannoli e lingue di suocera, le carte erano ancora utili. Si masticavano per alcuni minuti e poi, succhiato il nettare, le carte si gettavano nei cestini della spazzatura.

Partire da casa con l’acqua alta e con gli stivaloni era faticosissimo e bisognava avviarsi un buon quarto d’ora prima.

Chi non aveva gli stivali, con cinque lire poteva salire su una carriola piatta da tre persone, carriola che trasportava i nostri eroi per dieci o venti metri sino ad un altro punto asciutto. Disonorevole per gli scolari, di solito il trasporto era richiesto da anziani sprovvisti di stivaleria. I trasportatori erano quasi sempre dei pellestrinotti che arrivavano con un topo a motore, in cinque o sei di loro, con altrettante carriole. I vigili controllavano che le carriole avessero le ruote di gomma, pena delle multe salatissime che costavano come un terzo di carriola: se la multa fosse stata più alta, il pellestrinotto avrebbe abbandonato sul posto la carriola, dandosi alla fuga.

Sulla Riva degli Schiavoni a febbraio c’erano regolarmente le giostre, che arrivavano l’8 dicembre, restavano tutto gennaio e febbraio e anche marzo ma ne parleremo con riferimento al mese di dicembre. Di tutte le prelibatezze da strada collegate alle giostre ne parleremo pure con riferimento al mese di dicembre.

Febràro xé finìo... [febbraio è finito…]

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