Orcolàt 6 maggio 1976 [90]

orcolatIl 6 maggio 2015 saranno 39 anni dalla botta del terremoto, alle ore 21:00:12 con un’intensità di oltre 6 gradi Richter (6.4 MMS). Il disegno è un mio omaggio al Friùli terremotato.

Il terremoto, in Friùli, è noto come orcolàt [orcaccio, brutto orco] e fu una cosa allucinante, anche se il disastro definitivo avvenne con quattro scosse, due l’11 settembre e due il 15 settembre 1976, l’ultima delle quali, 6 gradi Richter, fu veramente il colpo di grazia che uccide il condannato a morte.

I danni dipesero molto anche dall’edilizia esistente, non certo antisismica, che costò 989 morti, quasi come il Vajont.

Mentre la scala Richter misura l’intensità del terremoto, la scala Mercalli misura gli effetti devastanti del terremoto stesso su persone, cose e manufatti. I due sistemi di misurazione dovrebbero essere proporzionali ma, nel caso del Friùli non fu così: la scala Mercalli raggiunse infatti il decimo grado: esattamente, come recita il manuale, ‘completamente distruttiva, rovina di molti edifici, molte vittime umane, crepacci nel suolo’.

Con una scala Richter a 6.4, la Mercalli doveva essere tra il settimo e l’ottavo: il fatto che la Mercalli abbia raggiunto il decimo sta a significare che le conseguenze per la civilizzazione sono state come se la Richter fosse quasi al nono grado.  In tutto il mondo e sino a quel momento, dal 1693, solo due terremoti sono stati più dannosi per l’uomo e tutti e due si erano verificati in Italia: quello di Noto del 1693 per l’appunto e quello di Messina nel 1908. Quello di Noto causò circa 60 mila morti e quello di Messina (non si saprà mai con esattezza) tra i 90 e i 120 mila morti.  

Devo fare il cronista e raccontare come l’ho vissuto io, altrimenti sarebbero cose che si trovano sui libri e su Internet.

Mi trovavo in una pizzeria in Corso del Popolo a Mestre, dove avevo degli uffici, eravamo in sei persone in attesa della pizza ed io, per caso, ero rivolto verso la porta d’ingresso: faceva un caldo da terremoto e la porta a vetri della pizzeria era spalancata. Tenete conto che dal centro del terremoto, diciamo Gemona, a Mestre, in linea d’aria, sono oltre 113 chilometri, quindi non è una distanza da poco.

Mentre attendiamo la pizza, sento arrivare un rumore sordo, abbastanza vago, che aumenta di intensità. In quel preciso istante, tuttavia, passa un autotreno di fronte alla porta della pizzeria e quindi attribuisco il rumore sordo al camion. Poi, improvvisamente, mentre l’autotreno è passato e comincia ad allontanarsi, succede che il rumore continua ad aumentare, sempre più sordo, sempre più forte, come se centomila diavoli incatenati urlassero a squarciagola e aumenta ancora, ti toglie il respiro… poi, improvvisamente, mi accorgo che il lampadario sopra la mia testa ha una oscillazione spaventosa: copre i 90 gradi che lo separano dal soffitto e la parabola di vetro si spezza, buttando i vetri sui piatti che avrebbero dovuto contenere le pizze. Mi alzo di scatto urlando “Terremoto! Terremoto!” e cerco di raggiungere la porta di uscita: non è facile.

Il pavimento oscilla spaventosamente, come se delle onde fitte lo attraversassero rapidissimamente: avevo sperimentato il terremoto ondulatorio. Riesco a raggiungere l’uscita della pizzeria e mi precipito nella strada, dove capisco che è finita: morire così, a trentatrè anni, come un topo in trappola. I condomini di Corso del Popolo oscillano paurosamente, le automobili parcheggiate ballano impazzite e le automobili in corsa sulla strada sembra che vadano a zig-zag, prendendo lo sterzo ai conducenti. L’urlo del terremoto, intanto, continua a crescere e mi toglie il senso della realtà. Si è trattato (come si seppe poi) di cinque scosse distanti un minuto circa l’una dall’altra, la più forte delle quali è stata la seconda, di cui stiamo parlando e che durò un minuto scarso.  Era quasi passata: infatti l’urlo dei centomila diavoli  diminuiva. Ah… l’orcolàt non mi aveva ucciso. Ma non c’è tempo da perdere: torno a tutta velocità in pizzeria per cercare un telefono, mentre i miei commensali sono ancora seduti, esterrefatti, pallidi come morti. Non ci sono cellulari nel 1976: prendo il telefono pubblico e riesco a chiamare a casa; tutto bene, adesso arrivo. Non riesco a finire la frase che cade la linea: ho fregato tutti sul tempo, anche il telefono. Voglio fregare tutti di nuovo e mi precipito verso il mio ufficio, dove ho parcheggiato il mio Toyota Land Cruiser: tornerò a casa per le stradine di campagna che conosco io, per evitare i fuggiaschi che si intrupperanno sicuramente. Il fuori strada mi potrà tornare utile per aggirare eventuali ostacoli o crepe sul terreno: chi lo sa? bisogna pensarle tutte.

Salgo in macchina e prendo una stradina secondaria, quando la gente comincia ormai ad intrupparsi e a strombazzare perché tutti vogliono avere la precedenza su tutti, a scapito degli altri: in quelle situazioni, quando sei imbottigliato, non ne vieni più fuori. Per fortuna che avevo fatto il pieno di benzina al pomeriggio, non si sa mai.

Ci metto un’ora e trentacinque ad arrivare a casa, contro gli abituali quaranta minuti ma ho evitato tutti i centri abitati: chi lo sa se il terremoto è finito? Non si sa niente, bisogna fare appello alla propria lucidità.

Arrivo a casa ed andiamo da conoscenti che hanno un bungalow col solo piano terra: sembra più sicuro. Dopo un poco, arrivano altri che hanno pensato la stessa cosa.

Alle 23:15 il primo notiziario: la scossa è stata in Slovenia, qualche morto e nient’altro…  mi sembra impossibile! invece è stato un macello, lo si è saputo solo il giorno dopo ma in Friùli, purtroppo,  lo sapevano bene fin da subito.

Il giorno dopo, penso di poter essere utile col mio fuori strada: in quegli anni non ce l’aveva quasi nessuno.  Vado verso Gemona, che ormai, dopo poche ore, sappiamo essere tra i comuni più disastrati. Arrivo per San Vito sino al Tagliamento, sulla Pontebbana, intenzionato ad attraversare il ponte sul fiume: il ponte è chiuso, piantonato dall’Esercito e dai Carabinieri. Si avvicina un graduato dell’Arma. Penso che vorrà i documenti ma trovo strano perchè è un alto ufficiale: mi saluta e mi chiede dove io stia andando. Dico che volevo dare una mano e volevo aggiungere che forse il mio veicolo poteva essere utile. Non mi lascia parlare, mi interrompe con un gesto e mi dice: “Lei, cosa fa? il muratore? il falegname? l’idraulico o qualcosa del genere?”

“Veramente, io non…”

“Allora, non serve niente: torni a casa, grazie per l’intenzione e soprattutto non intralci; si tolga da questa posizione. Buon giorno.”

Poi, mi sono reso conto che aveva ragione e che sarei stato più d’impiccio che altro.

La scossa di settembre mise a dura prova i nervi di tutti, perché ormai erano passati quattro mesi e vivevamo nell’illusione che l’orcolàt avesse deciso di smettere ma purtroppo non fu così.

I friulani in quella circostanza hanno dimostrato chi fossero veramente. Benché abbiano fatto quasi tutto loro, senza piangere né lamentarsi, ancora hanno ringraziato per quei pochi aiuti ricevuti.

ORCOLAT: IL FRIÛL  RINGRAZIE E NO DISMENTEE.

Mi viene un groppo in gola: se non fossi orgoglioso di essere veneto, vorrei molto essere friulano.

Ad usum Delphini:

Allego anche questo disegno della strada provinciale nella zona di Amaro: c’era un rettilineo nella strada (in grigio nel disegno), che ora non c’è più perché il mondo è cambiato. La zolla alpina è rimasta ferma e la fratturazolla africana ha creato una enorme pressione, spingendo la penisola italiana verso le Alpi. La pressione enorme nella zona di Amaro ha fatto sì che le due zolle si spostassero di circa 10 metri, l’una rispetto all’altra.  Adesso, sulla zona dove c’era il rettilineo, sono state create due curve di raccordo sopra la frattura, in modo da riunificare il percorso.

Se pensiamo che tutte le Alpi sono sorte per cose di questo genere, è facile immaginare quali terremoti spaventosi ci siano stati (e ci saranno) e quanto tempo sia passato (e passerà) se scosse del genere si presentano a intervalli di centinaia o migliaia di anni. La zolla africana cominciò a creare le alpi ben novanta milioni di anni fa.  Quella volta c’erano da lungo tempo le conifere ma non le altre piante, c’erano i primi antenati dei mammiferi e pure da lungo tempo c’erano le rane. Questi 90 milioni di anni sono ancora niente di fronte all’età della Terra. E comunque anche l’età della Terra è niente rispetto all’età del Sistema Solare, che è niente rispetto all’età dell’universo.

Colgo l’occasione per raccontare una fiaba che racconterete ai bambini (se volete, naturalmente).

C’è una montagna, di nome AUGRG, alta come l’Everest, lunga dall’Europa fino al Giappone e larga dall’Africa sino alla Norvegia: una cosa enorme, veramente enorme. C’è anche un uccellino CIP piccolo piccolo, uno scricciolo o una cinciallegra, fate voi. Ogni tanto, dopo aver mangiato un lombrico, l’uccellino CIP va alla montagna AUGRG per strofinarsi il becco: così se lo pulisce e se lo affila. Quanto ci vorrà perché l’uccellino CIP, pulendosi il becco, consumi tutta la montagna AUGRG? Ci vorrà tanto, tanto, tanto… ebbene, cari bambini, quando l’uccellino CIP avrà consumato tutta la montagna AUGRG ma proprio tutta, allora e solo allora sarà passato un piccolo attimo dell’eternità.

 

 

 

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