Il pettine [91]

fontanaAgosto 1968. Tre del pomeriggio. Un caldo infernale. Ho appena fatto un giro in bicicletta: Oderzo – Carpesica (tra Conegliano e Vittorio Veneto) – Vittorio Veneto – Fadalto – Vittorio Veneto – Oderzo.

Nel giro in bicicletta, niente da notare, se non il fatto che in cima alla ripida salita che porta a Carpesica, proprio in cima, sulla sinistra, c’è un bar, trattoria, osteria. Dal bar o trattoria od osteria che sia, si domina tutta la salita e si vedono i volontari della sofferenza che salgono, salgono… verso l’anguria.

Sì, perché l’oste ha preparato un tavolo fuori dall’osteria e, non appena vede qualcuno che sale arrancando in bicicletta, prepara una fettazza di anguria freschissima sul tavolo, senz’altro avviso, senz’altro cartello: sarà la natura a fare il suo corso. Il povero ciclista arriva trafelato, col cambio più dolce possibile e, con occhio smarrito, fissa la fetta di citrullus lanatus o cocomero od anguria che dir si voglia. L’anguria, tagliata come tutti sanno, sembra una bocca rossa sorridente e invitante. Non si vorrebbe dare la soddisfazione all’oste della malora: l’ha tagliata, l’ha messa là, è rientrato nell’osteria e non si fa nemmeno vedere; crede di saperla lunga? cosa gli sembra di fare? non sa che, volendo, possiamo andare via dritti senza fermarci, bevendo la meravigliosa acqua della borraccia?

Buona, l’acqua della borraccia… ma confrontandola con l’anguria, gocciolante di freschezza… agosto… poi c’è anche un pioppo con una bella sontuosa ombra… caldo… agosto… comperando l’anguria si compera anche l’ombra… anzi, i viandanti affittavano il posto all’ombra dai contadini, che esponevano una frasca e portavano un bicchiere di vino, da cui il nome ‘ombra’.

Ma rimaniamo a Carpesica: le gambe si fermano da sole e le braccia, da sole, dopo aver appoggiato al tavolo la bicicletta, afferrano la fettona di anguria e se la portano alla bocca, tutto con un automatismo già previsto dall’oste…

Consumata la fetta, non resta che entrare e pagare, non prima di aver ben guardato in faccia questo individuo saccente; egli non ha, tuttavia, espressione alcuna: canticchia, nemmeno saluta, dice solo “Sinquànta frànchi…” [Cinquanta lire]. Replichiamo: “Sinquanta còssa? el xe un fùrto! in gìro ła costarà sìnque frànchi dal sì al no, diése par fàrla grànda…” [Cinquanta cosa?  è un furto! in giro costerà cinque lire dal sì al no, dieci al massimo]

Mi qua in giro no ho vìst ingùrie e po’ se’l me dimandéa el preθo mi gh’el varìe  dìta: le ingùrie col caldo łe patìsse e qua no sen a Vitòrio…magàri la pròssima vòlta che’l pàssa ghe farò bén…” [Io qua in giro non ho visto angurie e poi se lei domandava il prezzo io lo avrei detto: le angurie col caldo deperiscono e qua non siamo a Vittorio Veneto… magari la prossima volta quando passa le farò un buon prezzo…]

E così, ciao alle cinquanta lire.

Arrivo poi vicino ad Oderzo e mi fermo ad una fontana, situata nella proprietà di un industriale col quale abbiamo rapporti di lavoro, quindi sono di casa. Scendo dalla bicicletta, appoggio la stessa alla vasca della fontana e dopo aver bevuto a volontà metto la testa sotto il getto: quale ristoro meraviglioso…

Si avvicina un bambinello di quattro o cinque anni, con un gatto soriano in braccio, figlio dell’industriale, uscito di casa per salutarmi.

Come vede che metto la testa sotto la fontana, ha un gesto disperato, molla il gatto e dice: “Ti… ti… métetu ła tèsta sòte ła pómpa? e to màma, sa te dìsea…” [Tu… tu… metti la testa sotto la fontana? e tua mamma, cosa ti dice…]

Certamente, era un reato gravissimo: mettere la testa sotto la fontana…

Non so cosa rispondere e tiro fuori un pettine per riavviarmi i capelli. Questo fu troppo, per lui; strabuzzò gli occhi e battendo un colpo con le mani, in segno di stupore, disse: “iuoé! àtu ànca ła pètena?” [Oooh! Hai anche il pettine?]

Sorrido e gli dico in dialetto “Vedrai che quando arriverai alla mia età metterai anche tu la testa sotto la fontana ed anche tu avrai un bel pettine…”

La frase sembrò tranquillizzarlo e rendergli la serenità, anche perché recuperò il suo gatto soriano e sorrise dolcemente. Io allora, avevo venticinque anni ma il bambino, alla mia età, purtroppo non ci arrivò mai: è morto a ventidue anni, contro un platano, alla guida della sua Ferrari. Non bisogna mai fare auguri a nessuno, soprattutto se non si conosce bene il futuro e le sue cattiverie.

 

 

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