Metà per ciascuno [93]

LadriMissiaglia è un famosissimo gioielliere di Venezia, situato in Piazza, sotto le Procuratie, il sottoportico maestoso dove si trovano i famosi caffè Quadri e Lavena.

Probabilmente tutti i ricchi signori del mondo hanno visitato Venezia e tutti sono stati a fare acquisti da Missiaglia e questo dal 1846. Passare davanti alle vetrine e sognare sono una cosa sola, soprattutto per il gentil sesso.

Si dice che uno dei commessi di Missiaglia una volta avesse parlato troppo e avesse confidato certi segreti ad un conoscente non troppo serio, il quale aveva cominciato ad architettare un piano con un suo amico ancora più balordo di lui. Chiamiamoli Scaltro e Maldestro.

Scaltro disse al commesso che, se il colpo fosse andato bene, ci avrebbe guadagnato anche lui, ma non precisò l’entità del beneficio.

Gli accordi presi con Maldestro erano cinquanta e cinquanta, però la parte del commesso l’avrebbe pagata Maldestro, in quanto Scaltro era il capo organizzatore del malaffare.

Maldestro disse: “Dividémo a péso o a prèsso?” [Dividiamo a peso o a prezzo?] “Se divìde sémpre a presso, no… ‘ndémo da uno che conósso mi, se fémo dar i schèi e fémo metà par òmo: dòpo, ti ti ghe darà calcòssa al comésso…” [Si divide sempre a prezzo, ovviamente… andiamo da uno che conosco io, ci facciamo dare i quattrini e facciamo metà per uno: dopo, tu darai qualcosa al commesso.”

Scaltro: “Gò fissà col comésso par sàbo pròssimo nòte intrà sàbo e doménega, el ne méte sùƚe cassèƚe del bànco più ròba che’l pól: co xe tre bòti spachémo el màrmo sóto la vetrina e ‘ndémo déntro, prìma ti e dòpo mi, col sàco. El gà dìto gnànca provàr a rómpar la vetrìna, parché ƚa xe rinforsàda ma ‘l màrmo sóto la vetrìna el xe un màrmo quaƚùnque: co un cólpo de picón el sàlta vìa. Ti vedarà, sarà cóme bèvar un gòto de àqua…” [Ho stabilito col commesso per sabato prossimo di notte tra sabato e domenica, ci metterà nei cassetti del banco più roba che può: alle tre in punto rompiamo il marmo sotto la vetrina ed andiamo dentro, prima tu e dopo io, col sacco. Ha detto di non provare nemmeno a rompere la vetrina, perché è rinforzata ma il marmo sotto la vetrina è un marmo qualsiasi: con un colpo di piccone salta via. Vedrai, sarà come bere un bicchier d’acqua.”

MissiagliaMaldestro: “Me pàr ben, pròpio ben, e ‘lora: prìma mi col picòn e dòpo ti col sàco, mèxi schèi par òmo e po’ mi ghe darò calcòssa al comésso… quà ƚa màn, afàr fàto…” [Mi sembra bene, proprio bene… e allora: prima vado io col piccone e dopo vieni tu col sacco, metà soldi per ciascuno e dopo io darò qualcosa al commesso… qua la mano, affare fatto…]

Ma… lo scaltro era rimasto troppo sul vago circa il compenso del commesso, il quale pensava: magari mi daranno n’a pipàda de tabàco… [una tirata da una pipa col tabacco: niente o quasi…] e io rischio il posto? Mi avesse promesso una percentuale, potrei fare i miei conti… e anche se mi avesse promesso una percentuale, chi mi garantirebbe che la riceverò? Meglio se racconto a Missiaglia quel che succederà…

Commesso: “Sòr Missiàglia, gò da confidàrghe ‘na urgénsa ma no pòsso dìrghe come che ƚa so… xe còme ƚa bóca de leòn par ƚe denùnsie segréte… ƚa so e basta…” [Signor Missiaglia, devo confidarle una notizia urgente ma non posso dirle come la so… è come la bocca di leone per le denunce segrete… la so e basta…]

Nota: nel cortile interno di Palazzo Ducale c’erano parecchio bocche di leone dove i cittadini introducevano in modo anonimo le denunce contro i maggiorenti, ché, se non ci fosse stato l’anonimato, sicuramente si sarebbero vendicati. Gli Inquisitori di Stato e il Consiglio dei Dieci inviavano le denunce più attendibili a dei tribunali speciali, costituiti per la sicurezza della Serenissima.

Missiaglia chiamò un energumeno armato di un bel bastone, che attese l’ora fatidica.

Alle tre di notte, come stabilito, Maldestro assestò il primo colpo di piccone alla lastra di marmo, la quale non oppose resistenza alcuna: con altri due o tre colpi Maldestro aprì il buco in modo da passarvi con una certa comodità, entrò nel foro, fece un metro carponi, trovò un pannello di compensato, lo divelse e sporse la testa all’interno del negozio.

A quel punto l’energumeno assestò un colpo terribile col bastone sulla faccia che sporgeva: Maldestro vide due milioni di stelle ed uscì a marcia indietro da dove era venuto.

Mentre rinculava a marcia indietro, Maldestro, tra i dolori lancinanti, pensò: Dovevamo dividere tutto a metà, i soldi, era un affare fatto, qui però, la bastonata sui denti devo prenderla solo io? Eh, no! Anche qua bisogna fare a metà! E siccome grondava sangue dal naso, si mise una mano sulla faccia ridotta ad una maschera e disse a Scaltro: “No so parché, ma va avànti ti, che a mi me vién da rìdar…” [Non so il perché, ma vai avanti tu, che a me viene da ridere.]

Fine della storia.

Commento: questa storia a Venezia è arcinota e quando si vuole parlare di due balordi o dove comunque il discorso sia appropriato (ad esempio, quando si fa un lavoro e uno dei presenti si fa male), si suol dire, sottintendendo l’intera storia: Va avànti ti, che a mi me vién da rìdar…

 

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