Il berretto [110]

berretto

Abbiamo già parlato di Carlo Tagliapietra, un neoricco veneziano col Rolex al polso, in un altro articolo e in un altro ancora, ai quali rimandiamo per sapere chi sia il nostro protagonista.

Carletto, come vi risulterà, è appassionato di montagna e si aggrega alla compagnia del suo amico albergatore per fare una vacanza a Cortina in gennaio, 15 giorni da sogno. Non c’è Genny, che c’era l’anno precedente e non c’è nemmeno la thailandese: quest’ultima si è fatta dare un po’ di soldi ed una sera, tornando dal suo lavoro a Murano, Carletto non ha trovato più nessuno. Franco: “Ti è mancato qualcosa? Hai denunciato?”

Carletto, che si sarebbe fatto uccidere per un piatto di lenticchie: “Xe mancà quàlche monàda, quàlche quadréto sénsa vałór…” [Mancava qualche sciocchezza, qualche quadretto senza valore…]

Carlo, tuttavia, era famoso perché: ”Gò ła fortuna de ‘vér ‘na pałànca… ti vorà mìnga che crómpa cróste… un quàdro, che’l sìa un quàdro!” [Ho la fortuna di avere una lira… non vorrai mica che comperi delle croste… un quadro, che sia un quadro!]

Franco: “E ła Genoveffa? gàła portà vìa ròba?”

Carletto: “Brùta come l’infèrno ma onèsta come el paradìso…” [Brutta come l’inferno ma onesta come il paradiso…]

Franco: “Insòma, tùto el contrario de ła siamése…”

Carletto non vorrebbe cedere ma deve annuire suo malgrado e dice: “Còssa ti vól mai, Frànco… dìsi dòna e ti dìsi dàno…” [Cosa vuoi mai, Franco, chi dice donna dice danno…]

Franco, ridendo sotto i famosi baffi: “Càro el me Carleto, dixémo che tùto xe bén ànca se no’l finìsse bén…” [Caro il mio Carletto, diciamo che tutto è bene anche se non finisce bene…]

Carletto, che ha capito che Franco ha capito: “Va bén, dixémoło …” [Va bene, diciamolo…]

Nel frattempo, in una giornata senza sole di gennaio, sono saliti a bordo della funivia La Freccia nel Cielo, che li porta in un lampo dal fiume Bòite a Cortina sino a Ra Valles (Le Valli) nel Gruppo delle Tofane. Scendono ad oltre 2000 metri di quota e ognuno controlla di essere ben riparato, perché fa un freddo cane.

Guanti, scarponi allacciati, sci ai piedi, racchette impugnate, foulard di seta per l’aria, occhiali altrimenti congiuntivite, berretto calcato sulla testa… a questo punto Carletto, che porta un berretto come quello della foto, si accorge che il laccio di tenuta sotto la gola è completamente mollato.

Franco: “Carlèto, ‘ndèmo, xe un frédo bòia, almànco movémose…” [Carletto, andiamo, è un freddo boia, almeno moviamoci…”

Carletto: “Franco, go ła baréta mołàda, bisognaràve che ti me faxéssi el piassér de ligàrmeła…” [Franco, ho il berretto slacciato, bisognerebbe che tu mi facessi il piacere di legarmelo…]

Franco, disponibile in linea di massima, pur di non rimanere fermo al freddo, sta per mollare le racchette e togliersi i guanti, congelandosi le mani, quando, come colpito da un fulmine, dice: “Ma no ti podarìssi mìnga łigàrteła ti soło!” [Ma non potresti mica legartelo (il berretto) da solo!]

Carletto: “Sì, xe véro ma me tóca smołàrme łe rachète, cavàrme i guànti, po’ xe frédo e magàri me ingèło le màn, el xe un zavàgio…” [Sì, è vero ma devo sganciarmi le racchette, togliermi i guanti, poi fa freddo e magari mi gelo le mani, è una faticaccia…]

 

 

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