Semola di segala [112]

minestra

Abbiamo già conosciuto in una storia precedente il signor Giacomo, che abita a Venezia nella zona di San Basegio.

Mentre l’altro nostro conoscente, Carletto Tagliapietra, per se stesso non badava a spese, Giacomo non spendeva niente, nemmeno per sé stesso.

Aveva deciso di vivere da povero per morire da ricco. Naturalmente, come tutti i veri avari, era rimasto scapolo, terrorizzato all’idea di dover mantenere un’estranea per tutta la vita.

Egli aveva un’altra caratteristica che può essere piacevole o spiacevole, a seconda delle opinioni di ognuno di noi: parlava a voce alta con se stesso, un po’ per vincere la solitudine e un po’ perché gli sembrava che così i suoi pensieri filassero meglio. L’altro lui, che era poi sempre lui, era stato battezzato Giacomino. Egli parlava quindi come Giacomo in prima persona e si rivolgeva all’altro, con l’appellativo di Giacomino.

Siccome lavorava in Marittima, dove aveva un’azienda che caricava e scaricava merci dalle navi, aveva avuto una volta una grande occasione: comperare per poco o niente tre sacchi di semola di segala, insomma una farina, macinato di segala, di quella buona per fare anche il pane nero del Sud Tirolo. Il prezzo era speciale, quasi niente, perché i tre sacchi erano un fondo di magazzino e sapevano un poco (tanto) di muffa.

Diceva Giacomo: “Giacomìno, vàra che un póca de mùfa no fa màl: ànsi, co ła mùfa se fa ànca ła penicłìna… un disinfetànte…  fùrsi un pòco de odór ma no sarà ła fine del mòndo, ti còss ti dixi…” [Giacomino, nota che un poca di muffa non fa male: anzi, con la muffa si fa pure la penicillina… un disinfettante… forse un po’ di odore ma non sarà la fine del mondo, tu cosa dici…]

Naturalmente, non essendo una persona vera, Giacomino non diceva niente e chi tace, quando comoda, acconsente. E con questo sistema, Giacomo aveva sempre ragione.

La ricetta consisteva in un pentolone da cinque litri con acqua, semola di segala, sale, un osso di manzo da brodo, una carota e un pomodoro. Quando l’intruglio avesse preso una certa consistenza ed un colore marrone carico, si poteva aggiungere un po’ di pasta, che consisteva in piccole stelline comperate anche quelle d’occasione, in due sacchi da dieci chili l’uno, da una nave di Napoli:

Giacomìno, ła xe pàsta napołetàna, bóna sa, a Nàpui i fa nòme àltro che pàsta bóna: stełète in bròdo, ròba che tìra su ànca ‘na paiołàna… no ‘na pàsta pròpio frèsca, sa, el prèsso el gèra màssa bón ma ghe zontèmo un fià de pévaro par cavàrghe el difèto, che magàri ti gnànca no ti te incorxaréssi…  ti còss ti dixi…” [Giacomino, è pasta napoletana, buona sai, a Napoli fanno esclusivamente pasta buona: stelline in brodo, roba che risana anche una puerpera… non si tratta di pasta proprio fresca, il prezzo era troppo buono ma ci aggiungiamo un po’ di pepe per togliere un eventuale difetto, che magari tu nemmeno te ne accorgeresti…]

Giacomino continuava a non dire assolutamente niente.

Quando tuttavia la minestra era quasi pronta, con le sue stelline, che dipendesse dalla penicillina della semola o da qualche segreto odore delle stelline napoletane, dal pentolone usciva un odore non esattamente gradevole.

Giacomo, in previsione del fatto che, forse, Giacomino avrebbe arricciato il naso e storto la bocca, tirò fuori da un armadietto nascosto una bottiglia nuova, con mezzo litro di Recioto della Valpolicella classico, vino rosso passito dolce a Denominazione di Origine Controllata e Garantita, del 2009, quattordici gradi, un vino da mettersi in ginocchio. Inoltre, Giacomo mette in tavola un bicchierino da assaggiatori di vino, piccolissimo.

Vàrda Giacomìno, quànto bén che te vògio… un vin che ghe tòca łe téte a ła regìna… passìto de gràdo, Reciòto, rósso cóme łe sariéxe, un bicerìn abondànte… màgna ła menèstra e dòpo ti tìo bévi, de gùsto, par prèmio… i me ło gà regałà sìnque àni fa in Marìtima… e mi ło go vèrto in bòto par ti…” [Guarda Giacomino, quanto bene ti voglio… un vino che tocca le tette alla regina (significato spiegato altrove)… passito a forte gradazione, Recioto, rosso come le ciliegie, un bicchierino abbondante… mangia la minestra e poi te lo bevi, di gusto, per premio… me l’hanno regalato cinque anni fa in Marittima… e io l’ho aperto or ora per te…]

Giacomo e Giacomino si mangiano la minestra schifosa tra smorfie prolungate. Alla fine, Giacomo prende il bicchiere col Recioto…

Voi direte: per berlo, naturalmente…

Nooo… lo riversa nella bottiglia, senza perderne una goccia, ritappandola con la massima attenzione. Poi, con tono di scherno, dice:

Giacomino, te gò fregà, impara, mona: mai fidàrse dei forèsti… scometarìa che domàn sarò bón de fregàrte da nóvo…” [Giacomino, ti ho imbrogliato, impara, sciocco: mai fidarsi degli estranei… scommetterei che domani sarò capace di imbrogliarti di nuovo…]

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