Il gatto nero 1 [113]

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Da raccontare ai bambini, se non avete paura del gatto nero. Un nostro amico, Leone, di Murano, un vero artista del vetro, aveva avuto alcuni grandi dispiaceri e, cercando un rimedio, si era gettato a capofitto nelle osterie dell’isoletta, cercando di far felici almeno gli osti, contribuendo al successo delle loro ditte.

Gran parte dei suoi dispiaceri erano dipesi dal fatto che aveva parlato troppo e troppo presto. Una sera d’inverno, con un nebbione freddo e bagnato di umidità, se n’era andato all’osteria Al Canton, in Campo San Donato, dove aveva trovato un vecchio gondoliere, Tobia Scarpa (omonimo di Tobia Scarpa), che ogni tanto gli aveva portato in vetreria qualche turista.

Leone: “Ciao Tobìa, vògio ofrìrte calcòssa: mi me bévo un ròsso de quèi bóni…” [Ciao Tobia, voglio offrirti qualcosa: io mi bevo un rosso di quelli buoni…]

Tobìa: “Va bèn, ànca par mi, gràssie: te védo stràco, gàstu fàto òpere…” [Va bene, anche per me, grazie: ti vedo stanco, hai fatto opere (vetrarie, arte faticosissima per il calore infernale)…]

Nel frattempo arrivano due bicchieri di Recioto Amarone secchissimo e fortissimo… buonissimo…

Leone: “”No, Tobìa, no so drìo far gnènte, so qua par ricordàrme de desmentegàr… i me dispiassèri… pàrlo màssa e màssa présto e po’ me pentìsso… sperémo che un’ómbra me pòssa iutàr… magàri ànca do… mànco mal che te go trovà ti che ti me tién compagnìa…” [No,Tobìa, non sto facendo alcunché, sono qua per ricordarmi di dimenticare… i miei dispiaceri… parlo troppo e troppo presto e poi mi pento… speriamo che un bicchiere di vino mi possa aiutare… magari anche due… meno male che ho trovato te che mi tieni compagnia…]

Tobia: “Leo, ghe sarìa un vècio provèrbio che me diséva sémpre me pòro pàre: ła zènte ghe méte quàtro o sìnque àni par imparàr a parlàr e no ghe bàsta na vìta par imparàr a tàxer…”  [Leo, ci sarebbe un vecchio proverbio che mi diceva sempre il mio povero padre: la gente ci mette quattro o cinque anni per imparare a parlare e non basta loro una vita per imparare a tacere…]

Leone: “Gràndo, ‘sto provèrbio: se tùti taxésse de più, i parlarìa mànco e i gavarìa ‘ncà più témpo par pensàr…” [Grande, questo proverbio: se tutti tacessero di più, parlerebbero meno a avrebbero anche più tempo per pensare.]

Tobìa: “Pensa łe bèstie, che no łe pàrla mài, quànto che łe pénsa… gò conossùo un gàto néro… łassémo stàr… fémo n’àntro giro, òfro mi: mi, n’àntro amarón e par ti, un bel gotàsso de làte… no che ti sìi in ciàri ma sul véro bisògna bévar làte… xe par ła to sałùte…” [Pensa gli animali, che non parlano mai, quanto pensano… ho conosciuto un gatto nero… lasciamo stare… facciamo un altro giro, offro io: io, un altro amarone e per te, un bel bicchierone di latte… no che tu sia alticcio ma sul lavoro del vetro si deve bere latte… è per la tua salute…]

Leone: “Ma che làte e làte! Te go dìto che so’ de bàndo… vìn ànca par mi!” [Ma che latte e latte! Ti ho detto che sono sfaccendato… vino anche per me!]

Dopo un paio d’ore, offri tu che offro io, i dispiaceri erano apparentemente scomparsi nella nebbia dell’alcohol e i nostri due eroi erano su di giri.

Leone: “Prìma, me par che ti gavévi dìto che ti gavévi trovà un gàto néro: el te gavarà portà pégoła, ‘sta brùta bèstia… el te gavarà scavessà ła stràda…” [Prima, mi sembra che tu avessi detto che avevi trovato un gatto nero: ti avrà portato sfortuna (nera come la pece), questa brutta bestia… ti avrà attraversato la strada…]

Tobia: “No se pól contarla parchè no se pól crédarghe: te regàło ‘sto sasséto néro co do océti zàłi, còme quéłi de un gàto néro: vàra ch’el sàsso el xe strigà; bisogna che ti ti ło tégni sémpre da rénte e ti me savarà dìr. In càmbio del sasséto néro, vorà dir che te tocarà pagàr queło che rèsta da l’òsto. I gàti néri pòrta fortuna, no pégoła. Ciao, Leo.” [Non si può raccontarla perché non ci si può credere: ti regalo questo sassolino nero con due occhietti gialli, come quelli di un gatto nero: guarda che è il sasso è fatato; bisogna che tu lo tenga sempre appresso e mi saprai dire. In cambio del sassolino nero, vorrà dire che ti toccherà pagare quel che resta dall’oste. I gatti neri portano fortuna, non sfortuna (pegola = pece nera, come la sfortuna nera). Ciao, Leone]

Quello che impressionò Leone fu la rapidità con la quale Tobia uscì dall’osteria Al Canton, dileguandosi nella nebbia. Poco male: prima o poi, lo avrebbe sicuramente rivisto. Pagò un conto abbastanza salato, non per i prezzi dei singoli bicchieri di vino ma per le quantità tracannate e, col sassolino in mano, se ne uscì dall’osteria, attraversò il Campo San Donato e si diresse con passo leggermente malfermo verso la fondamenta, poco distante, dove aveva la vetreria e dove anche abitava. Non possiamo fare il nome della fondamenta perché sarebbe come fare il nome della vetreria…

Mentre camminava, intabarrato nel cappotto, con tanto di sciarpa, gli sembrava che il sassolino nero emanasse un certo calore… ma si trattava sicuramente di una suggestione: un po’ l’amarone, un po’ la storia del gatto nero… e pensare che lui aveva sempre avuto un terrore superstizioso per i gattacci neri… che portassero anche fortuna, poi… gli venivano in mente le parole di Tobia: gli animali non parlano, pensano… Tobia aveva conosciuto un gatto nero… mah! mi ha detto di tenere sempre con me il sassolino ed io lo sto facendo…

Si trovò nella calle della… subito prima della fondamenta dove abitava e, quasi alla fine della calle, sulla destra, vide un gattone nero, enorme, con gli occhi gialli, giallissimi, enormi anche quelli… il quale disse: “Ciaooo.”

Leone pensò che l’alcol lo facesse stracapire: Il gatto nero avrà sicuramente detto: “Maooo” e da Mao a Ciao, c’è poca differenza e ci si può confondere.

Comunque, Leone, un po’ per paura e un po’ per stare al gioco, rispose: “Ciao, gatto…” Al che il gatto, senza ombra di dubbio, rispose: “Ciaooo, Leooo.”

Madonna mia! Questa volta, Leo ha capito benissimo, anzi in modo inequivocabile: il gatto lo ha chiamato per nome…

[segue: non può finire così…]

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