Architettura [120]

The_Horologe
Una foto del 1890-1900.

Anche questa, per i bambini di tutte le età: La Torre dell’Orologio di Venezia risale al 1499 ed è opera dell’architetto Mauro Codussi. Sopra ci sono due statue, dette de ‘i mori’ (a causa del colore del bronzo), che con due martelli battono le ore. Sotto c’è un Leone di San Marco, Pacifico, pesantissimo e sotto ancora c’è un ballatoio con delle rotaie e con due porticine, una con le ore e una con i minuti.

Al giorno de ła befàna e de ła Sénsa (Ascensione, 40 giorni dopo la Pasqua), ad ogni ora, sul ballatoio si apre la porticina delle ore sulla sinistra ed escono i personaggi della Natività e dei Re Magi; queste statue in legno corrono lungo le rotaie e rientrano per la porta dei minuti sulla destra. Sotto, c’è un orologio che vàl un Perù, in òro e smàlto blù.  Ci si vedono le ore, il giorno, il calendario lunare e quello zodiacale. Un capolavoro.

Tutto il complesso è sempre stato sottoposto a manutenzione accurata e il primo restauro risale a metà del 1700.

All’architetto Mauro Codussi, discendente dell’omonimo architetto Mauro Codussi, recentemente venne affidato l’incarico di fare una manutenzione di fondo di tutto il monumento. In cima, appena sotto i mori, ci sta dal 1499 una statua di Pacifico, il leone alato senza spada col Vangelo aperto e la scritta Pax tibi Marce, evangelista meus [Pace a te, o Marco, mio evangelista]. Si dice anche che esista, sulle zampe del leone, un sistema di chiavistelli per rimuovere Pacifico e sostituirlo, in tempo di guerra, con l’analoga statua di Guerino, col Vangelo chiuso e la zampa che brandisce una spada.

Insomma, era dal 1499 che Pacifico (nonché Guerino) ce l’aveva su col vecchio Mauro Codussi, perché lo aveva messo in tale scomoda posizione, “…sènsa gnànca un póca de ombrìa, d’istà no se tìra gnànca el fià, propio ponà a mèxo giòrno e d’invèrno qua su se crèpa dal frèdo, co tùti ‘sti turìsti giórno e nòte, tùto l’àno, che no se pòl requiàr un minùto… i sìga sémpre… vàrda qua… varda là… se ło ciàpo, l’architèto Codussi… se fa par dìr parché ormài el sarà a San Micèl da quél póco…” […senza nemmeno un po’ d’ombra, d’estate nemmeno si respira, proprio esposto a mezzogiorno e d’inverno quassù si crepa dal freddo, con tutti questi turisti giorno e notte, tutto l’anno, che non si può riposare un minuto… gridano sempre… guarda qua… guarda là… se lo prendo, l’architetto Codussi… si fa per dire perché ormai sarà a San Michele (Camposanto di Venezia) da non poco tempo…]

Il discendente Mauro Codussi fa il suo primo giro di manutenzione, controlla la campana, controlla i due mori, controlla i loro snodi, lubrifica a dovere, scende dal leone Pacifico, lo controlla ma non ci sono apparentemente meccanismi da controllare, se non dei chiavistelli sulle zampe, scende sotto il leone sulla terrazza, mette i piedi sulle rotaie, apre le porticine, fa uscire le statue lignee, lubrifica e rimane incantato dalla perfezione tecnica messa in opera dal suo omonimo antenato. In un attimo di compiacimento e di protagonismo dice a voce alta: “El gèra el mìo antenato, ma xe cóme che fùsse mi, fèmo fìnta che … so’ pròpio mi, l’architèto Màuro Codùssi, tornà in Tèra… a védar i me capołavóri…” [Era il mio antenato, ma è come se fossi io, facciamo finta che… sono proprio io, l‘architetto Mauro Codussi, ritornato in Terra … a vedere i miei capolavori…]

Sulle prime, Pacifico crede che si tratti del solito turista che blatera, ma poi sente distintamente l’ultima parte della frase: ‘sono proprio io, l‘architetto Mauro Codussi, ritornato in Terra … a vedere i miei capolavori…’

Al che, pensa: “Ti xe quà, lazarón, gèra sécołi che te spetàva… ‘desso te cónso mi par łe fèste…” [Sei, qui, lazzarone, erano secoli che ti aspettavo… adesso ti acconcio io per le feste…].

Pacifico, sbloccati i quattro chiavistelli, si lascia cadere sulla testa del malcapitato architetto che si fa sei mesi di ospedale per le dodici fratture riportate.

Come è stata? Mauro prima non poteva parlare e dopo, quando avrebbe potuto, non lo voleva fare assolutamente. Si congetturava:

“Ha mollato i chiavistelli per fare la manutenzione, si è appoggiato a Pacifico, ha perso l’equilibrio, per non cadere si è aggrappato al leone e invece, purtroppo, sono piombati entrambi sulla terrazzina sottostante, Mauro sotto e Pacifico sopra.”

Dopo sei mesi, Mauro esce dall’ospedale chiuso nel suo silenzio, invalido, azzoppato per sempre e col collo storto per sempre. I medici dicono che poteva andargli peggio, molto peggio.

Nel frattempo, i turisti reclamano perché in giro per Venezia non si trova più una statuetta in bronzo del leone alato col Vangelo aperto, detto anche “el león andànte“. Eppure qualcuno le compra.

I vigili chiedono in Piazza, ad uno che aveva un banchetto di gondoline, bandierine e che una volta aveva anche le statuine del leone, che fine facessero le statuine stesse.

Ghe xe un gióvane, un fià sòto, col còlo no pròpio drìto, che le pàga sóra ła bròca, ànca el dópio ma le vól tùte… e mi so’ qua par vèndar… e mi ghe łe dàgo tùte…” [C’è un giovane, un poco zoppo, col collo non propri dritto, che le paga più del dovuto (letteralmente: sopra il livello), anche il doppio ma le vuole tutte… e io sono qua per vendere… e io gliele do tutte…]

Si trattava, senza ombra di dubbio, di Mauro Codussi ma non si capiva il perché di tale atteggiamento.

Si decide di attenderlo all’uscita di casa e di pedinarlo. Mauro Codussi esce di casa ed ha con sé un voluminoso zaino. Prende il vaporetto e si reca alla Stazione Ferroviaria di Santa Lucia. Scende dal vaporetto, entra in stazione, risale un marciapiede che fiancheggia il binario ma quando il marciapiede finisce, Mauro prosegue, zoppicando, per almeno mezzo chilometro lungo il binario stesso. Qui si ferma, apre lo zaino ed estrae una ad una le statuine rappresentanti Pacifico, ponendole proprio sul binario, a cinque centimetri l’una dall’altra.

Uno dei pedinatori lo interpella: “Architéto… ma còssa fàło…” [Architetto… ma cosa fa…]

Mauro, con una luce folle negli occhi: “Còssa che fàsso… i se ciàma tùti Pacìfico…un bèl coràgio… altro che Pacìfico… questi i xe assassìni, assassìni, łi mèto tùti sul binàrio e co pàssa el trèno… zac! bisògna copàrli tùti fin che i xe pìcołi… co i crèsse, i fa małàni… małàni…” [Cosa faccio… si chiamano tutti Pacifico… un bel coraggio… altro che Pacifico… questi sono assassini, assassini, li metto tutti sul binario e quando passa il treno… zac! bisona accopparli tutti fin che sono piccoli… quando crescono, fanno guai… guai…]

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