Veneti sul Cervino 1 [130]

Cervino1
Il Cervino – 1976 – Proprietà della famiglia Maquignaz?

Anche per i bambini…  Un gruppo di sciatori veneti, otto per la precisione, decide di abbandonare per una volta Cortina per toccare con mano le bellezze di Cervinia – Breuil, in Val d’Aosta e per fare un confronto. In febbraio, mese in cui a Cervinia, col fondo valle a 2000 metri e le piste su fino a 3800 metri, le condizioni sono ottimali.

Ebbene, non si possono fare confronti e non per campanilismo. Parliamo di una fredda giornata di sole, con tre gradi sotto lo zero:

A Cortina la neve è farinosa, morbida e la serpentina stretta è fattibilissima e lo sci lascia la neve dove sta: si è distaccati dalla neve, non si sta ‘immersi’ nella neve stessa… si vola nel bianco morbido…

Sul Cervino la neve è sempre compatta e umida, forse dipende da improvvise raffiche di phön o qualcosa del genere: la sciata energica tende a portarsi dietro la neve e c’è una sensazione di fatica e di ‘immersione’ nel manto nevoso,

Da noi, nelle Dolomiti, le montagne sono un incanto: da mettersi in ginocchio e ringraziare il Padre Eterno, col loro rosa che al tardo pomeriggio ti ricompensa della fatica del fuoripista e ti offre la pennellata di poesia necessaria. Le montagne sono con te: ti sorridono e ti attendono beneauguranti per la nuova avventura del giorno successivo.

 A Cervinia non ti pensi nemmeno di ringraziare qualcuno: montagne arcigne, grigio scuro, con venti a raffiche improvvise e una sensazione generale di ostilità della natura nei tuoi confronti.

D’estate, sul Plateau Rosà, a 3800 metri, bisogna dire che si tratta di un’altra cosa. A quell’altezza, il cielo è blu cobalto e il sole non è giallo, ma azzurro-celeste. Molto bello ma noi ora stiamo parlando della stagione invernale.

Il confronto estivo tra il Plateau e la Marmolada non può reggere, perché il Plateau è sciabile mediamente attorno ai 3600, mentre nella Marmolada si scia prevalentemente più in basso a 2600, sul Sass del Mul e  1000 metri di differenza, d’estate, non sono pochi. Nonostante questo, ancora la neve è più farinosa nella Marmolada che sul Plateau, dove sembra bagnata come d’inverno.

La vera spiegazione non è mai stata data. Sarebbe bello saperla.

Torniamo a Cervinia e alla pensione dove i veneti erano ospiti: si tratta della pensione della famiglia Maquignaz.

Stiamo parlando del 1976. La signora Maquignaz racconta che la famiglia è proprietaria del Cervino e che lo Stato ne ha preso il possesso, pagando mille lire all’anno di affitto. Non sappiamo (e forse non crediamo) se sia vero ma sarebbe bello approfondire anche questo.

La vacanza è splendida, la pensione è deliziosa e quel che arriva in tavola è gustosissimo. I nostri otto eroi nemmeno sanno di avere, o quasi, quattro tedeschi seduti sul tavolo accanto. Semplicemente si dice buongiorno, buonasera e buon appetito: nient’altro.

Ma una sera…

Si avvicina la signora Maquignaz, la quale dice di portare un’ambasciata da parte dei quattro tedeschi e così dicendo accenna col capo ai tedeschi i quali fanno un cenno di saluto e un sorriso a trentadue denti. Forse sono dentisti.

Uno della tavolata italiana dice alla signora: “Potevano parlarci direttamente, otto  parole in tedesco siamo in grado di dirle anche noi, una a testa…”. Era un albergatore di Venezia che sapeva cinque lingue.

La signora dice che, sì, lei lo aveva detto, ma la hanno pregata ugualmente di fare l’ambasciata, “Ma prima, mangiate i tortellini in brodo ripieni che sono bollenti e sono buoni appena fatti. Ne riparliamo dopo, magari allo strüdel.”

La signora Maquignaz riferisce ai tedeschi che ne riparleremo allo strüdel  o al génépy [liquore valdostano ottenuto per infusione di varie piante del genere Artemisia].

Sorrisi tra noi e i tedeschi, controsorrisi tra i tedeschi e noi. Alla salute, evviva, prosit, un brindisi da un tavolo all’altro, col barbaresco gli italiani e i tedeschi con un vino che non si sa.

L’argomento, durante tutta la cena, è segnato: i tedeschi, cosa vorranno mai…

  • Siccome hanno visto che sappiamo sciare, vorranno venire con noi.
  • I gò vìsti mi siàr, i stà ‘péna in pìe.” [Li ho visti io sciare, stanno appena in piedi.]
  • E dóve i gàstu vìsti…” [E dove li hai visti…]
  • ’Ndàndo xó, in Svìssera, a Zèrmat” [Andando giù in Isvizzera, a Zermatt…]
  • Se i ‘ndava a Zèrmat no i sarìa pròpio scoàsse…” [Se andavano a Zermatt non sarebbero propriamente spazzatura…]
  • Gò dìto che i gò visti ‘ndàr, no che i gò vìsti rivàr...” [Ho detto che li ho visti andare, non che li ho visti arrivare…]

Si susseguono le ipotesi: vorranno unire i tavoli e fare una tavolata unica oppure giocare alle carte ma sono già in quattro oppure fare una foto ricordo: “No so còssa che i vògia ma se podémo incontentarli… almanco i ne łassarà in pàxe, parchè tànti todèschi i se ła lìga sul dèo e dòpo i fa dispèti…” [Non so cosa vogliano ma se possiamo accontentarli… almeno ci lasceranno in pace, perché tanti tedeschi (se non li accontenti) se la legano al dito o dopo fanno dispetti…]

Vardé, sémo quàsi rivài al strüdel, dèsso rivarà ‘nca ła paróna…” [Guardate, siamo quasi arrivati allo strüdel, adesso arriverà anche la proprietaria…”

Arriva la signora Maquignaz la quale, con una faccia che sembra dire ‘poveri tedeschi’, comincia il suo discorso:

“Voi siete in otto e loro sono in quattro. Si? Bene: loro ci tengono molto che io vi dica che loro stanno bevendo molto meno vino di voi ma la ragione è per l’appunto che loro sono solo in quattro e voi, invece, siete il doppio: siete in otto.”

Incredibilmente incredibile. La compagnia dei veneti, esterrefatta, si fa ripetere il discorso dalla signora Maquignaz, la quale alla fine riceve l’incarico di riferire ai tedeschi la seguente frase:

“Mai pensata una cosa del genere, nel modo più assoluto. Mai dato alcun giudizio. Ci mancherebbe altro.”

Sorrisi, controsorrisi, alla salute, cin cin, prosit.

E come diceva quel presidente di un’industria di pomodoro in scatola:

“Cari tedeschi, che Dio vi conservi…”

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