I cimbri 1 [137]

cimbri 3
Un vecchio cimbro.

A Vallorch, frazione di Fregona, nell’Altopiano del Cansiglio, in provincia di Treviso, viveva un cimbro, Antonio Bortolotto, Toni Bortolòt in dialetto.

La storia dei cimbri è lunga ed impegnativa ed è stata narrata in un apposito romanzo, La Nube di Oort.

Qui basti ricordare che parlano una loro lingua, uno strano tedesco e che il gruppo di cimbri del Cansiglio, assieme a quelli di Verona, Vicenza e Trento, sono arrivati dal X° al XIII° secolo dalla Baviera e probabilmente non hanno niente a che fare coi cimbri che invasero l’Italia un secolo prima di Cristo e che provenivano a loro volta dalle zone dell’attuale Danimarca. Hanno i loro costumi e le loro abitudini. A Luserna, in provincia di Trento, hanno addirittura un centro culturale ed un museo. Tornando a Vallorch, all’ingresso del villaggio c’è un cartello scritto in cimbro:

Tzimbar  lentle   Vallorch, comàun bon Fregona

e cioè:

Cimbro  villaggio Vallorch,  comune di Fregona

Si vede subito che la lingua viene dal ceppo tedesco: basti vedere il ‘bon’ che non è altro che il tedesco ‘von’, mentre ‘lentle’ suona come ‘land, lander’, cioè ‘territorio’.

Antonio Bortolotto viveva da solo, alle pendici del monte Pizzòc, dove aveva una capanna, una stalla per il suo amico Buro (un asino),

asino
Un asino nel Cansiglio.

un serraglio coperto per le sue pecore e un capanno per i formaggi e la lana. Egli mungeva le pecore e si faceva un formaggio delizioso. La sua dieta era caffè d’orzo, latte, formaggio, verdure ed erbe del Cansiglio, patate seminate dietro il capanno, vino, tabacco e giornali. Il vino, il tabacco e i giornali se li procurava giù a Vallorch, nell’unico negozio del paese, che vendeva anche grappa, fazzoletti, canottiere, giacche di velluto e così via. L’unico quotidiano che si trovava (non sempre) era Il Gazzettino, che Antonio leggeva appassionatamente.

Alle date concordate, veniva a trovarlo  un commerciante che comperava tutto il formaggio non consumato da Antonio e tutta la lana che il cimbro aveva provveduto a preparare. In effetti, Antonio era pieno di soldi perché non ne spendeva mai: non ne aveva l’occasione. Nell’ultima visita, il commerciante gli disse che giù, a Céneda (ora divenuta Vittorio Veneto assieme all’altra frazione di Serravalle), nel bar centrale, era arrivata una macchina infernale che faceva un caffè vero, chiamato espresso: buono, così buono che non era neanche da confrontare col caffè d’orzo. Insomma, era un paradiso.

Toni: “Ah, ben po’, vùi pròpio ‘nàr a Θéneda col me mùss a θercàr ‘sta novità.” [Ah, bene poi, voglio proprio andare a Ceneda col mio asino ad assaggiare questa novità.]

Si salutarono e Toni continuò a parlare con l’asino: abitudine non infrequente tra le persone che vivono da sole.

Nota: prima di proseguire, dobbiamo distinguere i termini dialettali mùss e àseno. Mùss è l’animale asino, creatura dolcissima, paziente, che non ha alcun difetto se non quello di mettersi ogni tanto in rèsta: l’asino s’inchioda e per cinque minuti circa non c’è verso di spostarlo. Poi, esegue una bella ragliata e si rimette a disposizione del conduttore.

Invece àseno non è l’animale ma un aggettivo che significa ‘dispettoso, maleducato, ostinato’.

Per dare un’idea, ”Quànde che el mùss el se méte in rèsta, e ‘lòra ‘l fa l’àseno.” [Intraducibile: quando l’asino (animale) s’inchioda allora fa l’asino (fa i dispetti, i capricci)]

Per nessun motivo si dirà àseno al posto di mùss e viceversa.

Un bel giorno, Toni sta sonnecchiando alle due del pomeriggio in una splendida giornata primaverile, con un cappello di feltro in testa, perché quelli di paglia l’asino Buro se li era mangiati tutti: inutile sgridarlo, era più forte di lui.

Toni sente il suo cappello che si muove: era l’asino che voleva attirare la sua attenzione.

Bùro, te sarìe un bràvo mussét, no sta far l’àseno, te ha sémpro vòja de far matuinàde…” [Buro, saresti un bravo asinello, non fare il dispettoso, hai sempre voglia di fare stramberìe…]

Buro si chiamava così perché il fratello di Toni era venuto in visita una volta dalla Galizia, in Ispagna, dove lavorava nel Santuario di Santiago de Compostela. Aveva visto l’asino e aveva detto la parola ‘burro’ che in castigliano significa per l’appunto ‘asino’. A Toni era piaciuto e il nome ‘buro’ era rimasto affibbiato all’animale.

Riprendendo, Buro non voleva stare fermo e Toni pensò bene di sfruttare questa energia andando giù a Céneda, passando per Fregóna, per assaggiare questo portentoso espresso del bar.

Toni prepara lo zaino pieno di soldi: non si sa mai, dato che non aveva idea del prezzo di un caffè.

Sale sull’asino e scendono di buon passo verso Céneda.

Mentre scendono, Toni parla con l’asino:

Provarén ‘sto esprésso… cóssa dìtu ti… ma ti no te pàrla… łe bèstie le pénsa, mèjo dei òmini, che i pàrla e magàri no i pénsa… ti e mi stén bén insième… pènsa se vésse na fémena… no ła me łassarìe che te parlésse…me pòro pàre dixéa che ‘sol che un mùss pòl sposàr na àsena’…” [Proveremo questo espresso… cosa dici tu… ma tu non parli… gli animali pensano, meglio degli uomini, che parlano e magari non pensano… tu ed io stiamo bene assieme… pensa se avessi una moglie… non mi permetterebbe che ti parlassi… il mio povero padre diceva che solo un uomo paziente e gentile (un mùss) può sposare una donna maleducata, dispettosa ed ostinata (‘na àsena)…

E così arrivarono a Céneda, al bar centrale. Toni lega la cavezza di Buro su di una ringhiera e si raccomanda che non faccia l’àseno.

Toni non lo sapeva bene, ma per lungo tempo c’è stata un’uguaglianza dei prezzi, così che:

Un caffè espresso = sei uova = un quotidiano = un gelato piccolo in cono = un litro di latte = un panino piccolo con la mortadella = un chinotto.

Entra nel bar e chiede alla signorina se per caso ha un caffè. Arriva il caffè fumante: la signorina vede Toni un po’ impacciato, gli suggerisce di mettere un cucchiaino di zucchero e di mescolare… ah! che bontà… che razza di bontà… una delizia…

Poi, improvvisamente, Toni si chiede se i soldi gli basteranno: aveva tre o quattro cento mila lire nello zaino…

Siurìna, quànto pàgo…” [Signorina, quanto pago…]

“Sessanta lire.”

Toni teme di aver capito male e chiede: “Sessànta frànchi?” [Sessanta lire?]

“Si: le sembrano troppi?”

“No, no… no, no…”

Toni riflette, poi tira fuori dallo zaino trenta mila lire, le mette sul banco e dice: ”La me fài un piaθér, siurìna: la se tègni quél che l’é… voràe nàntro cafè par mi e ‘na sécia de cafè pa’l me mùss, porét, che l’è ligà quà fòra…” [Mi faccia un piacere, signorina: si tenga quello che è… vorrei un altro caffè per me ed un secchio di caffè per il mio asino, poveraccio, che è legato qua fuori…]

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