Il vescovo Aldobrandino [142]

novellino
Copertina di un’edizione de Il Novellino.

Introduzione: negli anni che vanno dal 1280 al 1300 fu scritta da un anonimo toscano una raccolta di cento novelle, nota in letteratura col nome de ‘Il Novellino’. Non sono originali, almeno non tutte, e provengono a loro volta dai tempi di Roma, per cui originariamente erano in latino. Inoltre, dapprima erano in numero di 85.

Tale raccolta fu pubblicata attorno al 1525 in quel di Bologna da un erudito, Carlo Gualteruzzi, amico di Pietro Bembo. Le novelle, nel frattempo, erano diventate cento: le quindici aggiunte riguardano periodi più recenti. Non dimentichiamo che in Venezia, nel 1494, venne stampato il primo libro di Aldo Manuzio.

Il linguaggio del Novellino non è molto semplice e le storie sono raccontate (quasi tutte) in modo arzigogolato e con una sintassi desueta.

Abbiamo cercato quindi di rendere alcune di queste storie in chiave divertente e comprensibile. Per fare questo, bisogna ‘tradurle’, modificarle completamente, trasferirle in luoghi conosciuti con personaggi comprensibili, impararle a memoria, digerirle e riscriverle come può andar bene nel XXI° secolo e in modo che anche i bambini ne possano trarre godimento.

Eccone una facilissima.

Siamo nel XIII° secolo e il vescovo Aldobrandino fa la bella vita nel suo vescovado, il Castello di Céneda (ora Vittorio Veneto). Il vescovo, altezzoso e intollerante, non è troppo ben visto dai suoi diocesani. Egli se ne rende conto e, per risolvere il problema chiama un esperto di marketing, il quale gli dice: “Eccellenza, bisogna mettersi a contatto con la gente… parlare assieme… far colazione assieme… insomma, diminuire col comportamento apparente la distanza che separa Vostra Eccellenza dagli altri… per la mia consulenza sono cento scudi d’oro…”

Aldobrandino risponde: “Per la tua consulenza ti faccio dare cinquanta scudi d’oro e per la tua avidità, che costituisce peccato agli occhi di Domineddio, ti faccio dare cinquanta frustate, che in tutto ammonta a cento, per l’appunto: cerca di capire che lo faccio per il bene della tua anima ingorda…” L’esperto prese i cinquanta e le cinquanta e mai più si rifece vivo, né raccontò in giro la storia. Noi l’abbiamo saputa per vie traverse…  

Aldobrandino pensò bene di seguire il suggerimento: poteva forse aver pagato cinquanta scudi d’oro per niente? No, di sicuro e così diede istruzioni per un desinare all’ora sesta (ore 13) del giorno tale coi frati benedettini nel convento dell’Abbazia di Santa Maria a Follina, fondato nel 1305, che insisteva sul territorio della diocesi di Céneda.

Si proponeva, messer Aldobrandino, di seguire i dettami del marketing più moderno, creando un rapporto abbastanza umano coi frati benedettini.

Cosa dire, ai frati?  ”Ora et labora?” [Prega e lavora] nooo, era il loro motto, sarebbe sembrata una imposizione ironica.

Allora: “Che bel saio, avete…” nooo, non era vero, soprattutto se si confrontava il saio col vestito del vescovo….

Allora: “Che bella abbazia…” mah… forse si sarebbero create le premesse per un discorso troppo culturale… non alla mano…

Insomma, decise di non creare pianificazioni: sarebbe andata come voleva andare.

Aldobrandino arriva a Santa Maria con la sua fuori serie a quattro cavalli (veri, che tiravano: era la carrozza… che era fuori serie) e fu accolto dai frati festanti.

Fu accompagnato subito, data l’ora, nel refettorio dove c’era un tavolo lungo dieci metri e largo uno.

L’abate priore gli disse: “Eccellenza… il posto più importante…”

Aldobrandino non lo lasciò finire e, tanto per tenere il rapporto umano, disse: “Abate, il posto più importante è senza dubbio alcuno quello dove mi siederò io.”

Abate: “Volevo ben dire, Eccellenza…”

Aldobrandino sedette a un posto capo-tavola. Al suo fianco, a destra e a sinistra, c’erano, in ordine decrescente d’importanza, le più alte cariche del convento: il priore, poi l’economo, poi il bibliotecario e così via, sin che all’altro capo del tavolo, nel posto meno importante, c’era un fraticello magro, Donato, che si era alzato un’ora prima della sveglia (alle 4 e 25) ed aveva dissodato l’orto in continuazione, con dispensa per l’ufficio delle letture, della lectio divina, delle lodi, della Santa Messa conventuale, della colazione (aveva con sé pane, formaggio e acqua), della seconda lectio divina, insomma, dispensato di tutto sino all’ora sesta (ore 13…). ora del desinare: l’orto era troppo importante per la comunità.

Tutti a tavola: arriva il frate economo con un pentolone di brodaglia di verdura, dall’aspetto orribile. Aldobrandino, gottoso ed abituato a cibi paradisiaci, fa una smorfia, si rende conto di aver tutti gli occhi puntati su di lui e cerca di salvarsi dicendo: “Cari benedettini, Nostro Signore mi ha tolto anche il piacere dell’appetito…”. Vuole fare un gesto umano, che avvalori anche il fatto che ha rifiutato la brodaglia. All’altro capo della tavolata, vede fra’ Donato, stanco morto, che con aria estatica si sta sbranando una cipolla cruda col pane.

Aldobrandino chiama il frate economo e gli dice (a voce alta, che sentissero tutti) : “Vai a dire al confratello all’altro capo del tavolo che ben volentieri mi cambierei con lui ad appetito.”

L’economo va a riferire e dice: “Donàto, l’ha dìta el véscovo de dìrte che vuintièra el voràe cambiàrse con ti par l’apetìto…” [Donato, ha detto il vescovo di dirti che volentieri vorrebbe cambiarsi con te per l’appetito.]

Donato: “Grassie… dìghe a So’ Ecelénsa, che ànca se‘l vòl cambiàrse co mi par l’apetìto, de sicùro no’l voràe cambiàrse co mi pa’l vescovàdo…” [Grazie… dì a Sua Eccellenza, che anche se vuole cambiarsi con me per l’appetito, di sicuro non vorrebbe cambiarsi con me per il vescovado…]

 

 

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