Caccia Grossa 2 [146]

elefante
Famiglia di elefanti africani.

Nel lontano 1936 un gruppo veneziano si era recato nel Congo Belga per una spedizione di caccia. Li ritroviamo qui nella spedizione successiva del 1946, appena finita la seconda guerra mondiale. Questa volta staranno via un mese, sempre nel Congo Belga.

Inoltre, sempre questa volta, hanno armi super automatiche, due Land Rover nuovissime e una serie di portatori – cacciatori locali. Insomma, cose fatte in grande.

Si accampano in una radura al bordo della foresta, per evitare spiacevoli visite notturne.

Bisogna che uno della spedizione sovrintenda alla preparazione dei pasti, perché gli indigeni non conoscono la cucina italiana e tanto meno la veneziana: possono fare da aiutanti ed inservienti ma non da cuochi.

Ma chi fa il capo cucina? Il capo cucina, ovviamente, non può partecipare alle battute di caccia e allora si arriva alla seguente decisione: si scrivono i nomi dei nostri protagonisti su dei bigliettini, si mettono in un cappello e si dice ad un indigeno di estrarre un biglietto, per evitare imbrogli o pasticci. Il prescelto continuerà a fare il cuoco sino a quando qualcuno dovesse brontolare. Il primo che brontolerà, prenderà immediatamente il posto del capo cucina. Inizialmente, poteva forse sembrare una buona idea…

Viene estratto Alvise Barovier! Dovrà rassegnarsi…

Per Alvise, la vita diventa grama, gramissima… è passata ormai una settimana… nessuno dice assolutamente niente anche se talvolta ha dato ordine agli indigeni di fare delle solenni porcherie… banane marce… carne di iena cruda… ma nessuno parla… tutti fanno finta di niente…

Alvise, in soliloquio: “Che carognàsse… no gavarìa mai credésto che dei amìghi podésse tratàrme cussì… i xe magàri bóni de fàrme far el cógo par tùto el mése… ma domàn ghe fàsso un schèrso… gò pagà schèi bóni ‘nca mi… gavarò dirìto de sparàr un pèr de cólpi… staséra i xe tornài co ‘na antìlope da mèxo quintàl, magàri nòme àltro che par fàrme ràbia…” [Che lazzaroni… non avrei mai creduto che degli amici potessero trattarmi così… magari son capaci di farmi fare il cuoco per tutto il mese ma domani faccio loro uno scherzo… ho pagato soldi buoni anch’io… avrò diritto di sparare un paio di colpi… stasera sono tornati con un’antilope da mezzo quintale, magari solamente per farmi rabbia…].

Determinatissimo, visto che le banane marce e la carne di iena cruda non avevano raggiunto lo scopo, si avvia nella radura senza che lo veda nessuno, nemmeno gli indigeni. Ha in mano una pignatta e un mestolone…

Trova uno sterco di elefante enorme e riempie la pignatta, poi torna all’accampamento.

La sera successiva, serve la ‘Mousse aux fines herbes du Congo’, un nome alla francese, altisonante, che si riferisce in realtà alla primizia raccolta nella notte.

Alvise sogghigna sotto e sopra i baffi, in attesa che qualche cane da pagliaio apra bocca…

Lorenzo non ce la fa più a tacere e dice: “Anime de tùti i me mòrti! ‘sta mùss… che ròba xéa… ła me par boàssa… bòna, però… bòna e dełicàta… par mi, ti xe un gran cógo… no ghe xe pròpio gnénte da dir…” [Anime di tutti i miei morti! questa mousse… che roba è… mi sembra letame… buona, però… buona e delicata… per me, sei un gran cuoco… non c’è proprio niente da dire…]

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