Il rapinatore autorizzato [151]

caffebrioche
Una briôche col caratterstico taglio a croce e con quattro punte molto cotte.

Nel 2003, mi trovo a Ginevra per lavoro. Ho mezz’ora di pausa e quindi esco dagli uffici dove mi trovo e vado un po’ a zonzo per il centro. In una strada normalissima, trovo un bar con la scritta in francese ‘Caffetteria – stile italiano – caffè – capuccino (con una sola lettera p) – briôches’.

Per chi non lo sapesse, le vere briôches sono le fugasséte veneziane: pasta come quella della focaccia, la pallottolina viene segnata con un coltello a mò di croce, spennellata con la chiara d’uovo e con i grani di zucchero grosso sopra. Essendo provenienti dalla Francia, penso che possano essere abbastanza buone e d’altronde a Ginevra, oltre agli svizzeri francesi, agli orologi e alla finanza ci sono anche dolci prelibatissimi.

Mi fido e purtroppo entro nel bar. Il gestore è di lingua tedesca e questo mi scoraggia un po’. Do un’occhiata al cappuccino che viene servito a due avventori francesi e dirotto immediatamente su di un caffè espresso e su di una briôche. Il gestore, in un francese intedescato, mi dice che mi si servirà subito: per evitare sorprese sui prezzi, mi siedo su di un trespolo al banco ed aspetto.

Dopo un’eternità arriva la mia ordinazione. La briôche è stata fatta almeno cinquant’anni prima: letteralmente immangiabile. Il caffè espresso è una brodaglia lunga, fresca e leggera…

Nota: in Italia, in quel periodo, un caffè costava un euro e una fugasséta costava sessanta centesimi. Facciamo due euro in tutto? facciamo pure due euro… due euro trasformati in franchi svizzeri facevano due franchi e venti circa.

Ora con due franchi e venti, diciamo pure tre franchi per arrotondare, diciamo pure tre franchi e mezzo per quadrare, al banco, si dovrebbe avere una consumazione degna del Floriàn a Venezia: Caffè ottimo e briôche ottima: sarebbe il minimo. Invece erano delle porcherie solenni che valevano zero. Penso che ormai non mi resti che pagare oppure chiamare la Gendarmerie: preferisco pagare e il rapinatore tedesco mi dice che sono nove franchi e cinquanta… cioè nove euro per una brodaglia fredda fatta chissà come perché non c’era la macchina espresso: era andato nel retrobottega ed era tornato con la tazzina. Per la briôche, se la tiravo in testa al rapinatore, costui sarebbe rimasto secco sul colpo.

Mentre allungo al cialtrone un biglietto da dieci franchi, dico con la massima ironia, in francese: “Poteva fare conto tondo, dieci franchi… cosa vuole mai, star qui a dare mezzo franco di resto… non è pratico…”

Mi chiede in tedesco se per caso io abbia un bar, poi si accorge dell’errore e me lo chiede in francese intedescato dalla durezza di pronuncia. Gli dico che anch’io ho un bar a Venezia… d’improvviso, penso di essere spacciato perché mi attendo che mi chieda a quale prezzo io venda il tutto in Venezia e invece no, non ci arriva e gli basta sapere che sono barista anch’io e allora, tra colleghi, ci si può confidare…

Ach so… Venedig…” [Ah così… Venezia…] poi prosegue in francese intedescato: “Ha ragione… ci ho pensato su parecchie volte… dieci franchi… ma ho sempre pensato che potesse essere un po’ troppo ed ho sempre rinviato la decisione… non vorrei infastidire la clientela…”

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