Letto matrimoniale [156]

lettoA Venezia, Ferruccio Zorzi aveva l’abitudine di stare fuori alla sera un poco troppo. Non che facesse qualcosa di male nel senso letterale del termine ma stava fuori, in osteria, anche fino alle quattro di mattina.

 Per uno scapolo, sarebbe potuto andare anche bene ma Ferruccio era sposato ormai da tre anni e, dopo un periodo iniziale in cui sembrava che avesse cambiato comportamento, aveva ripreso ad uscire sino a tardi, nonostante le proteste accorate della moglie.

Il bello (o forse il brutto…) è che, come fanno purtroppo molti altri, usciva fuori alla sera senza interessi diretti, solo per affrontare la noia mortale di discorsi assolutamente triti e stucchevoli. Tuttavia, le vecchie abitudini sono dure a morire e, nel caso di Ferruccio, le vecchie abitudini sembravano immortali.

Questa situazione era anche un costo per il bilancio familiare, perché stare, quasi ogni sera, per cinque ore all’osteria significava consumare vino, alcolici e quant’altro, fumare sigarette velenose e tutto questo non faceva certo bene alla salute oltre che al portafoglio.

In una serata tipica, all’osteria Ałła brónsa [Alla brace], vediamo Ferruccio con la sigaretta in una mano e un bicchiere di cabernet nell’altra, che decanta, ad un altro sbandato come lui, le virtù della vita matrimoniale. Forse, lo faceva perché la coscienza lo rimordeva un poco oppure un tanto.

Ferruccio: “Ah… el matrimònio… el xe pròpio ‘na bèła ròba, che no ti crédi, sa… e se no’l ghe fùsse, sarìa da inventàrlo, da séno… te ło dìgo parché so che ti no ti xe ‘ncóra sposà…” [Ah…il matrimonio… è proprio una bella cosa, che tu non creda, sai… e se non ci fosse, sarebbe da inventarlo, davvero… te lo dico perché so che tu non sei sposato…]

Interlocutore scapolo: “Mi, veraménte, no gavarìa nissùna intensión de sposàrme… bevémoghe sóra…” [Io, veramente, non avrei alcuna intenzione di sposarmi… beviamoci sopra…]

Ferruccio: “Sarà parché no ti ga mài tocà co man cóssa che vol dìr… ma bevémoghe pur sóra…” [Sarà perché non hai mai toccato con mano cosa vuol dire… ma beviamoci pur sopra…]

Bevendoci sopra e bevendoci sotto, arrivano le tre di mattina e i due sono completamente ubriachi fradici. Per fortuna che a Venezia si rincasa a piedi e non in automobile.

Ferruccio vuole assolutamente portare l’amico occasionale a casa, per fargli toccare con mano cosa significhi il matrimonio. L’amico per un po’ rifiuta ma poi, tra un bicchiere e l’altro, decide di assecondare Ferruccio, il quale abitava a non più di venti metri dall’osteria.

Ferruccio estrae le chiavi di casa e si raccomanda di fare piano, pianissimo, perché tutti stanno dormendo.

Ferruccio, a voce bassissima: “Quésta xe l’armonìa, ła fełicità che te dà ‘na famégia… quésto xe el sałóto, quésta xe ła sałà da prànso, quèsta xe la cusìna, indòve che quàlche vòlta fàsso da magnàr ànca mi… fùrsi dovarìa stàr càsa un fià de più… e quésta xe la càmera da łèto matrimoniàl… sul sàcro lèto del matrimònio, cóme che ti védi, ghe xe me mugèr e là, de fiànco a me mugèr, ghe so’ ànca mi…” [Questa è l’armonia, la felicità che ti dà una famiglia… questo è il salotto, questa è la sala da pranzo, questa è la cucina, dove qualche volta faccio da mangiare anch’io… forse dovrei stare a casa un poco di più… e questa è la camera da letto matrimoniale… sul sacro letto del matrimonio, come vedi, c’è mia moglie e là, di fianco a mia moglie, ci sono anch’io…]

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