Filò 2 [161]

Filo2
Mucca di razza rendena con profilo di militare austriaco nella Grande Guerra.

Revisione 26 nov 2018 – (Racconti della nonna Epo nei filò)

La mucca rubata.

Premessa: gli austriaci (i todeschi) hanno perso la guerra perché non avevano più niente da mangiare, né munizioni, né generi di alcun tipo: questa è la condanna di coloro che troppo baldanzosamente si allontanano da casa loro o che, per qualunque motivo, non riescano a concludere rapidamente le ostilità.

Questo è successo anche a Napoleone ed al Terzo Reich di Hitler, come a molti altri: è la regola. Non è successo agli Stati Uniti, sia nella Prima che nella Seconda Guerra, per nostra fortuna, altrimenti forse saremmo tutti con una bellissima svastica sopra la testa: questo, a causa delle enormi risorse di quella nazione e dei nuovi mezzi di trasporto. Comunque, la condanna cade non sui graduati ma sui semplici.

Ma torniamo a mia nonna.

Lei racconta che al tempo della Guéra Grànda, nel 1917/1918, era giovanissima, da sposare, e viveva coi suoi genitori ad Ormelle, nella sinistra Piave, territorio che nel 1917 fu occupato dai todeschi, i quali arrivarono sino al Piave, che costituì da allora la prima linea del fronte. Il fronte era nel comune di Ormelle e precisamente nella frazione di Roncadelle, in località Stabiuzzo: più fronte di così non si può e mia nonna, in linea d’aria, abitava a meno di tre chilometri dalla prima linea, cioè dal Piave. Dice che gli austriaci avevano una fame nera e che, durante il giorno, tutto sommato, si comportavano anche bene, evitando di depredare le case coloniche, questo a causa degli ordini severissimi impartiti dallo Stato Maggiore austriaco, pena la fucilazione.

I soldati (quasi tutti ungheresi, si distinguevano perché avevano mostrine ed alamari diversi dagli austriaci, sulla divisa) e quasi tutti sui vent’anni, chiamavano mama ogni donna che vedevano e, senza toccare niente, si rivolgevano anche a mia nonna: “Màma, fàme, pàne, vèchio, làte, no vino, frùti, tùto.. dàre…dànke…” [Donna, (abbiamo) fame, (ci dia) pane anche vecchio, latte, niente vino, frutta, qualunque cosa, dacci… grazie…]

Certe volte era rimasto un poco di pane ma arrivavano in venti o trenta alla volta e quindi non c’era molto da dare. Non toccavano niente, di giorno… ma la notte non era la stessa cosa. Forse, su ordine o col consenso dei comandanti, andavano di nascosto nelle stalle e nei pollai e portavano via il bestiame: vacche, vitelli, asini, galline, conigli… alle proteste dei contadini veneti, i militari non hanno mai reagito sparando un colpo: c’era stato qualche litigio e qualche volta i contendenti sono venuti alle mani. Chiaramente, il comportamento alla luce del giorno contraddiceva quello notturno e non c’è una logica: forse i todéschi, di notte, speravano di passare inosservati… non ho mai ricevuto spiegazioni chiare in proposito.

Mia nonna aveva nella stalla una unica mucca che faceva il latte e quindi il burro e il formaggio: per quei tempi, un lusso da mille e una notte.

Suo padre. mio bisnonno,  Luigi Oreda, era terrorizzato all’idea di perdere la mucca e pensò di organizzare un allarme quasi elettronico.

La sua stanza da letto era adiacente alla stalla, divisa da un muro. Il suo letto era costituito da due cavalletti con un asse di abete profumato sopra e con un materasso fatto con le foglie secche delle pannocchie, i cosiddetti scartòθ [cartocci].  Anch’io ho dormito su quel tipo di materassi e bisogna dire che il rumore delle foglie secche del mais, all’inizio molto molesto, poi conciliava il sonno.

Insomma, Luigi tolse un mattone dal muro, mattone che era a contatto col pavimento, tra la sua stanza da letto e la stalla, vi passò una grossa cavezza che legò da una parte ad una zampa posteriore della mucca e dall’altra ad un piede di uno dei due  cavalletti. Chissà cosa gli era sembrato di fare…

Com’è andata a finire? Dice mia nonna: “Dòpo dó o trè nòt, l’è rivà i todéschi, i à portà via ła vàca e fin che i ła portéa vìa, tiràndo ła cavéθa, i à rebaltà el lèt de me pàre… ròbe che el se scavéθe el fìl de ła schéna…  ma chìo che vèa coràjo de ‘ndàr fòra inmànco pàr dìr calcòssa… nessùni…” [Dopo due o tre notti, sono arrivati gli austriaci, hanno portato via la mucca e, mentre la portavano via, tirando la cavezza, hanno rovesciato il letto di mio padre… cose che si rompa la spina dorsale… ma chi mai avrebbe avuto il coraggio di uscire almeno per dire qualcosa… nessuno…]

Almeno Luigi, per darsi un tono, ha cercato di fare qualcosa…

Gli sfollati

Come se non fossero bastati gli ungheresi, c’erano gli sfollati friulani che, arrivati sia prima di Caporetto (quelli di Gorizia) che dopo Caporetto (quelli della bassa friulana), abitavano in due vecchie capanne, che erano state a loro assegnate dal sindaco di Ormelle. Le due baracche erano vicino alla casa di mia nonna. Era brava gente e mia nonna diceva che non era vero che i friulani erano tirchi: piuttosto, erano parsimoniosi. Amava comunque, come passatempo, raccontare nei filò il seguente aneddoto.

C’è un veneto che chiede a un friulano:

Furlàn, magnéne del tó pàn?” [Friulano, mangiamo del tuo pane?]

No hài fàn, no hài fàn!” [Non ho fame, non ho fame!]

Magnéne del mìo?[Mangiamo del mio? (ambiguo: significa sia ‘mangiamo del mio pane’, letteralmente ma è anche un modo di dire, che sta per indicare l’ospitalità gratuita: ha mangiato del mio  =  l’ho ospitato gratuitamente in casa mia)]

Magnénelo condìo…[Nuovamente ambiguo: sta per ‘mangiamolo condito’, tuttavia la frase Magnénelo con Dìo’ (cioè con la benedizione divina), si pronuncia allo stesso modo e questo genera l’ambiguità].

Come detto altrove, nella cultura veneta della sinistra Piave non esisteva la barzelletta o quanto meno non era completamente recepita. Esistevano tuttavia queste forme aneddotiche. Ad esempio, un altro gioco di parole del genere è riportato in Mangiate pane [50], sempre in questo sito.

Un’altra cosa che mi ha fatto fortissima impressione è la seguente: i friulani profughi si facevano la strada di tre chilometri, a piedi, per vedere cosa stesse succedendo sulle rive della Piave. Mia nonna raccontava che tornavano disperati e dicevano: “Aaaahhh! Jèffe, Jèffe (diminutivo per Genoveffa, nome di mia nonna, che era chiamata Epo dai veneti), ài vedùt la Plàf usgnòt, cumò, Jèffe… l’àghe dùte rósse… un bagn di sanc… puàrs…i vèn jù inte l’àghe, un imbraçàt cu l’altri, muàrts, taliàn, todésc, dùci muàrts…tàntis… tàntis… frùts di vìncj àgns… robis di gjavâ il cûr…” [Genoveffa, Genoveffa, ho visto la Piave ora, ora, Genoveffa, l’acqua tutta rossa… un bagno di sangue… poveretti… vengono giù nell’acqua, uno abbracciato all’altro, morti, italiano, tedesco, tutti morti… tanti… tanti… ragazzi di vent’anni… cose da strappare il cuore…]

Sono passati cento anni ma la lezione non è servita: homo homini lupus [latino: l’uomo è un lupo per l’altro uomo (si dice almeno da 2500 anni)]

 

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