Filò 3 [162]

Tomba(Racconti della nonna Epo nei filò)

L’influenza spagnola.
Si chiamava così perché la Spagna non era coinvolta nella Grande Guerra e quindi i giornali spagnoli ne parlavano senza alcuna censura. La realtà è che fu portata in Europa dalle truppe statunitensi.

I tedeschi e gli austro-ungarici sostengono che l’epidemia fu la vera causa della loro sconfitta. Pur uccidendo molti soldati italiani, l’esercito degli imperi centrali pagò con due milioni di morti, circa il triplo che nell’esercito italiano, perché, come detto, i soldati tedeschi-austro-ungarici erano sottoalimentati, anche a causa del blocco navale esercitato nei loro confronti.

Per dirla in breve, mentre la Grande Guerra uccise dieci milioni di persone, praticamente tutti militari, la ‘spagnola’ ne uccise molti di più, vari milioni, fra militari e civili di cui da 400 a 700 mila solo in Italia. Essendoci contemporaneamente la guerra, si va male a distinguere esattamente i decessi. Alla fine della guerra, i reduci contagiarono ancor di più la popolazione civile, con punte di decessi del 70%. Ma non solo la spagnola uccise più persone della grande guerra: superò per il numero dei morti anche quelli della Peste Nera del 1348, anche se nel XIV° secolo il numero totale degli europei era inferiore e quindi, percentualmente, il dato non è confrontabile. I numeri esatti, mai conosciuti, sono con ogni probabilità ancora più elevati di quanto abbiamo detto, anche se i morti in battaglia coinvolgono anche, ad esempio, gli americani, gli australiani e le truppe coloniali di Francia e Gran Bretagna. Possiamo parlare, approssimativamente, di un numero di morti tra i 30 e i 45 milioni. Sono comunque due stime diversissime tra loro. In percentuale, l’infausto record spetta alla Serbia, con la perdita dell’8% dei suoi abitanti.

I ricordi di mia nonna, per l’epidemia di febbre spagnola, sono a dir poco allucinanti. Non c’erano più casse per portare i morti e i falegnami non riuscivano ad accontentare le richieste; inoltre alcuni falegnami morivano per il contagio. Era urgentissimo seppellire i morti per evitare il diffondersi della febbre spagnola: mia nonna dice che si toglievano le porte in legno dalle case e che le stesse venivano utilizzate come una barella per portare i defunti. Il sacrestano, che doveva suonare la campana a morto, non ce la faceva più dalla stanchezza. In un giorno si celebravano anche venti o trenta funerali. Sembra che non per tutti ci sia stata una cerimonia funebre, né una sepoltura individuale.

Il male dipendeva anche dal tempo atmosferico. Sembra che l’umidità favorisse lo sviluppo del morbo, oltre che essere favorito anche dal deperimento fisico (gli austro-ungarici, sottonutriti, erano debolissimi). Era talmente radicato il discorso del deperimento che sino agli anni ‘30 si proseguì nel dire: “Màgna, vùtu ciapàr ła spagnòła?” [Mangia, vuoi prendere la spagnola?]

Un’altra cosa impressionante, in mia nonna, era il suo accoramento per non aver potuto agghindare ed onorare i morti secondo la carità cristiana:

Se te ghe metéa su el vestìto de la fèsta o te ghe fèa calcòssa de carità cristiàna, te morìa ànca ti: l’è par quél che’l dotór el  te mandéa vìa. Bisognèa łassàrli cussì, come i càn rabiósi… àltro che i mòrti in guèra… quéła de ła spagnòła l’è stàta ła vera guèra…” [Se (al morto) mettevi il vestito della festa o facevi qualcosa di carità cristiana, morivi anche tu: è per quello che il medico ti mandava via. Bisognava lasciarli così, come i cani rabbiosi… altro che i morti in guerra… quella della spagnola è stata la vera guerra…]

Poi, ancor più commovente: “’Ste fémene de vìnti àni, tante, sàtu, ‘ncòra toséte, co ste tèste de bèi cavéi come un sól, mòrte, metùde su ‘na pòrta parché no ièra gnànca pì càsse… e Dìo, ‘sa dìseo… dìtu ch’el sèpie quél ch’el fa…” [Queste donne di vent’anni, tante, sai, ancora bambine, con queste teste di bei capelli come un sole, morte, messe su di una porta perché non c’erano nemmeno più le casse… e Dio, cosa dirà mai… dici che sappia quello che fa?]

Trattandosi di un virus, probabilmente anche se ci fossero stati gli antibiotici, che sono contro i batteri e non contro i virus, si sarebbe potuto fare poco, anche se sembra che parecchi siano morti non direttamente per la forma virale ma per i batteri che poi assalivano gli organismi indeboliti.

Comunque, negli anni ’60, quando ventilavo la possibilità che gli uomini andassero sulla luna, mia nonna diceva due cose.

Una, veniva detta con distacco: “Se i va su ła Lùna, i vièn ðó co ła testa da mùss” [Se vanno sulla Luna, verranno giù con la testa da asino] (Stranamente, alcuni astronauti, ritornati sulla Terra, hanno perso il senno…)

L’altr cosa, invece, veniva detta con vero terrore: “L’ha dìta un, che no se pòl dir, che la spagnòła la è vignùda da la Lùna. Se i va su, i vien ðó n’àltra da nòvo vòlta co ła spagnòła. No bisògna che i vàe, parchè stavòlta no se salvarìe nessùni…” [Ha detto uno, che non si può nominare, che la spagnola sia arrivata dalla Luna. Se vanno su, verrano giù un’altra volta di nuovo con la spagnola. Non debbono andarci, perché questa volta non si salverebbe nessuno…]  (Stranamente, ci sono ora delle teorie di virus venuti dallo spazio…)

Dopo cinquant’anni, ricordava ancora con terrore il periodo dell’epidemia. Chi fosse quello che non si poteva dire, non l’ho mai saputo esattamente ma aveva probabilmente a che fare coi uno dei frati del convento di Motta di Livenza.

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